Sicurezza: ma di cosa stiamo parlando?
Immigrazione clandestina come reato, mai più sanatorie, Centri di Permanenza Temporanea da 60 giorni a un massimo di 18 mesi, inasprimento delle norme per la concessione dei permessi di soggiorno e dei ricongiungimenti familiari, introduzione del reddito minimo per la permanenza in Italia, innalzamento delle pene minime per i reati di particolare allarme sociale (furti in appartamento, scippi, maltrattamenti in famiglia, violenza sessuale), modifica del Trattato di Schengen sulla libera circolazione delle persone provenienti dai paesi dell'Est aderenti all'Unione Europea, possibile impiego dell'esercito con funzione di pubblica sicurezza. E' la "tolleranza zero" promessa dal governo Berlusconi.Non c’è dubbio che il tema “sicurezza” ha rappresentato un argomento che ha inciso in maniera consistente sugli esiti della recente competizione elettorale. La cosa non sorprende: il frequente verificarsi di episodi criminosi, specie quelli contro la persona, stigmatizzato ed amplificato dai mass media, ha generato nell’opinione pubblica la diffusa percezione di un aumento esponenziale dei reati e di un peggioramento della qualità della vita. Detto per inciso che così non è e che, anzi, statisticamente il numero globale dei reati penali è in diminuzione, occorre riflettere sulle dinamiche che stanno attraversando la società e che rischiano di portare le persone a una sorta di paura irrefrenabile nei confronti di ciò che le circonda, dell’altro, in particolare se “diverso”.
Storicamente, la sicurezza è sempre stato un cavallo di battaglia della destra, utile alla creazione di provvedimenti normativi repressivi in grado di limitare la libertà individuale in nome dell’ordine e della legalità. Chi, viceversa, si è posto il problema da un ottica di “sinistra” o comunque, solidaristica, ha costantemente cercato di evidenziare le cause economiche e sociali che precedono gli atti delittuosi, sottolineando l’importanza dell’abbattimento degli elementi di disuguaglianza tipici del nostro sistema economico. Ovvero, sostenendo il primato della prevenzione sull’inutilità della pura repressione.
Il discorso, naturalmente, è valido tuttora: la precarietà, l’emigrazione, l’emarginazione, la crescente povertà, uniti al dilagante consumismo, alla necessità dell’apparire e al mito del denaro e della ricchezza rappresentano un cocktail spaventoso capace di esplodere nei momenti più impensati. Ed allora, verrebbe da ribattere che la vera paura che attraversa il nostro vivere è rappresentata dalla “insicurezza” causata dalla mancanza di un lavoro, di una casa, dal costo della vita e della salute, dalla scelta di fare o non fare figli, dal non sapersi prefigurare un futuro leggibile. Ovvero, intendere la sicurezza come ricostruzione di una “sicurezza sociale” che dia risposte a una inquietudine diffusa.
Oppure, si potrebbe replicare che l’efferata evidenza di alcuni crimini non consente di mettere a fuoco la devastante ingiustizia e la marcata illegalità causate dai reati che impoveriscono la comunità, dal saccheggio del denaro pubblico e del territorio alla evasione fiscale, dalla corruzione alla concussione, dal falso in bilancio alla bancarotta fraudolenta, ecc.
Tutto vero. Tutto giusto. Ma non basta. Fermarsi a questo livello di valutazione sarebbe come nascondersi dietro un dito, ovvero limitarsi a denunciare le contraddizioni sociali e le cause della criminalità senza dare risposte agli effetti che ricadono sulla popolazione. Possiamo forse raccontare alle vittime di aggressioni o di furti o rapine quale cultura di emarginazione e di sopraffazione può aver mosso gli autori dei reati ed aspettarci realisticamente comprensione?
Occorre raccogliere la sfida del tempo che stiamo vivendo e della realtà che ci circonda, con la consapevolezza che la partita “sicurezza” ora la si gioca anche su un ulteriore campo ove gradualmente si è spostata, quello della colpevolizzazione di quanti (intra o extra comunitari o nomadi Rom) vivono – mal sopportati - nel nostro Paese. Proprio perché la paura diffusa si sta pericolosamente trasformando in diffidenza, in ostilità, in vera e propria avversione pregiudiziale nei confronti dei “diversi”, ritenuti principali responsabili dei comportamenti devianti, fomentando sempre di più una odiosa cultura dell’intolleranza che trova una condivisione ormai trasversale e non solo nelle rozze invettive razziste e xenofobe proprie della Lega Nord.
In questo senso, occorre ristabilire in primo luogo la realtà della cose, che vede nei primi otto mesi del 2007 una percentuale di stranieri denunciati per i più diversi reati pari al 35% contro il 65% di Italiani (Fonte: Ministero dell’Interno), quanto meno per evitare una facile e disinvolta criminalizzazione di intere nazionalità e per rompere la demagogica equazione “migrante uguale violento e pericoloso”. Certo, il dato sulla devianza straniera ridimensiona, ma non nega il fenomeno. E, dunque, appare necessario ribadire la priorità delle misure di inclusione e coesione socioculturali, soprattutto a livello territoriale, dirette a favorire l’integrazione e la convivenza, e sollecitare politiche di “ascolto” nei confronti delle problematiche che si trovano ad affrontare le oltre 2.400.000 persone straniere che vivono, lavorano e pagano le tasse in Italia (dato 2007, ovvero 5% della popolazione italiana. Fonte: Ministero della Difesa). Avere, in sostanza, capacità di ricreare tessuto sociale e legami di solidarietà dando risposte concrete a bisogni concreti. E denunciare lo sfruttamento cui in tanti altri, per lo più clandestini, sono sottoposti, sia per quanto riguarda l’alloggio che per quanto riguarda l’accesso a una occupazione troppo spesso caratterizzata da precarietà e lavoro nero, veri e propri bacini di degrado e di devianza. E, naturalmente, problematizzare l’attuale legislazione sulla immigrazione a partire dalla Bossi/Fini che, consentendo l’accesso nel nostro Paese unicamente di quanti sono in possesso di un contratto di lavoro, di fatto nega loro la possibilità di cercare il lavoro stesso e, dati alla mano, non fa che determinare un aumento della clandestinità.
Tuttavia, pur ipotizzando prevenzione, educazione alla legalità (con particolare riferimento al ruolo della scuola) e politiche dirette ad attenuare le disuguaglianze sociali, ovvero delineando una prospettiva di lungo termine, non possiamo eludere la legittima (perché legittima è) domanda di sicurezza che la comunità pone nel breve periodo, nell’immediato, nella quotidianità. Accettare di misurarsi su questo terreno, sugli aspetti e sulle modalità della vigilanza e della repressione dei reati, significa riconoscere un ruolo decisivo alle forze dell’ordine nel controllo del territorio, migliorandone le capacità investigative e di intervento nel rispetto della Costituzione, ovvero senza fughe in avanti o leggi speciali di triste memoria. Ci piaccia o no, quotidianamente riceviamo notizia di atti di violenza o di furti ed è comprensibile come il diritto di ogni persona alla propria integrità fisica e a quella dei propri beni debba essere tutelato nel migliore dei modi.
E’ all’interno di questo contesto che nasce la proposta delle “ronde”, intese come gruppi di cittadini organizzati su base volontaria a pattugliare le città “armati”, si dice, di telefonino e di corpetti di riconoscimento per segnalare a Polizia e Carabinieri eventuali situazioni di emergenza, ma che in realtà rappresenta un demagogico surrogato al dovere civico di ogni cittadino che rischia di trasformarsi in una sorta di potere pericolosamente autoattribuito dai compiti di ordine pubblico indefiniti, oltre che attestare palese sfiducia del ruolo istituzionale svolto dalle Forze dell’Ordine.
Ed è all’interno di questo contesto che è nato e si sviluppa il dibattito sulla la dotazione ai Vigili Urbani di spry urticanti e, soprattutto, di manganello (chiamato più docilmente “bastone estensivo”), così come già oggi accade a Milano, Padova, Salerno e, in prospettiva, Torino e Bologna. Affidare alla Polizia Municipale compiti di ordine pubblico ha da sempre comportato preoccupazione (una per tutte, la polemica sul possesso della pistola). Nel momento in cui si è accettato il loro porto d’arma, sembrerebbe privo di interesse il dibattito su dotazioni comunque meno impegnative. Viceversa, il problema è di sostanza e riguarda la modifica delle competenze di un corpo che finirebbe in questo modo per affiancarsi a quelli già esistenti ed istituzionalmente deputati a garantire il cittadino. Dotare i Vigili Urbani di pistola, manganello, spry e, perché no?, casco e scudo antisommossa non porterebbe affatto nella gente una sensazione di maggiore sicurezza ma, piuttosto, la percezione di pericolo diffuso attraverso una inquietante militarizzazione delle città.
Meglio lasciare la Polizia Municipale al proprio ruolo istituzionale che è comunque già mutato rispetto al passato, meglio contare su una presenza in grado di fungere da deterrente nei confronti di chi intende delinquere tramite un puntuale presidio del territorio e un rapido collegamento con le forze dell’ordine. Altro che ronde autogestite! E auspicare, se la situazione lo richiede, un incremento degli organici incaricati del controllo e della vigilanza (per altro, già ora abbondantemente assicurati dalle migliaia di telecamere che riprendono i luoghi sensibili delle città…).
Non sottovalutare il problema della sicurezza si impone. Il disagio e la preoccupazione delle comunità, per quanto alimentati da campagne di stampa forsennate e spesso irresponsabili, sono reali e richiedono risposte adeguate e non buonistiche sottovalutazioni. Ma deve essere chiaro che il rischio che la nostra società sta correndo in questo momento è soprattutto culturale e sta precisamente nella stigmatizzazione delle diversità, nell’affermarsi delle banalizzazioni concettuali e nel pregiudizio nei confronti di nuovi poveri, mendicanti, lavavetri, nomadi, graffitari, venditori ambulanti e quant’altri. In un processo di semplificazione che accusa di devianza gli anelli più deboli di un sistema che non ama né vedere né mostrare le proprie contraddizioni.
In questo senso, coniugare la legalità con la solidarietà e la tolleranza non rappresenta uno slogan vuoto ed obsoleto, ma un imperativo accessibile dai cui ripartire.
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