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di Saverio (17/11/2009 - 23:11)

Fine anno. Tempo di bilanci, resoconti, consuntivi, relazioni. Tempo di rapporti che aggiornano con assoluta attendibilità situazioni in continua evoluzione, o fissano con l’oggettività dei numeri fenomeni spesso banalizzati da consolidati luoghi comuni. Eccone alcuni in rapidissima sintesi.

 

-Per leggere e comprendere il Rapporto UNICEF sulla mortalità infantile in Africa nel 2008 occorre un grande sforzo di contestualizzazione. Già, perché stiamo parlando di una “buona” notizia per la quale le virgolette sono d’obbligo. Per la prima volta da quando vengono effettuate queste rilevazioni, il tasso di  mortalità dei bambini scende al suo livello più basso: 65 per mille. Nel 1990 era il 90 per mille. Il che, tradotto in cifre che permangono spaventose, significa che si è passati dal 12 milioni e mezzo ai 9 milioni di bambini che muoiono di malattie e denutrizione in un solo anno. Se oggi si può dire che dal 2004 ne muoiono diecimila in meno al giorno, questo è dovuto non solo all’aumento delle vaccinazioni contro morbillo, pertosse e tetano, ma anche al successo di  valide campagne di  tutela ed educazione sanitaria quali l’allattamento dei figli al seno, l’utilizzo di acqua bollita per uso alimentare e il lavaggio frequente delle mani per bloccare le malattie a trasmissione rapida. Ma soprattutto, la differenza l’ha fatta una semplice ma fondamentale misura di protezione: l’uso della zanzariera intorno al letto. Continua infatti ad essere la malaria il vero “killer” dei bambini, ben più dell’AIDS.  L’Unicef ha distribuito sino ad ora 35 milioni di zanzariere bagnate nel repellente e lo considera il miglior intervento mai attuato in rapporto ai costi e ai benefici. E sottolinea che il costo stimato per la salvezza di un bambino grazie all’acquisto e alla distribuzione di rimedi contro le zanzare che diffondono la malaria è di 50 centesimi.  50 centesimi per una vita.

 

-Il rapporto della Caritas sulla immigrazione nel nostro Paese fornisce dati interessanti, da far leggere ed imparare a memoria a quanti vedono negli extracomunitari esclusivamente dei barbari che rubano il lavoro, delinquono, occupano le case popolari e gli asili e chi più ne ha più ne metta. I regolari risultano essere quattro milioni e mezzo, a cui aggiungere le circa 300.000 colf e badanti in corso di regolarizzazione. Il 7,2% della popolazione residente in Italia, una media superiore di un punto a quella europea. Ma ciò che colpisce è il contributo che danno alla economia del nostro paese, pari al 9,5% del  Prodotto Interno Lordo, mentre il prelievo fiscale sulle loro buste paga ammonta a 5,6 miliardi di euro l’anno. Altro fattore di estremo interesse è quello della rimessa ai paesi di provenienza, circa 6,4 miliardi di euro: una cifra enorme che pone seri interrogativi in rapporto agli aiuti allo sviluppo devoluti dall’Italia, molto meno dell’ 0,7% stabilito dalla Unione Europea. Ma anche altre affermazioni del rapporto fanno riflettere: l’assoluta mancanza di correlazione tra l’aumento degli immigrati e aumento della criminalità, la sorprendente prevalenza di cristiani sui musulmani, la crescita esponenziale delle richieste di cittadinanza e dei matrimoni misti. Soprattutto, una realtà di fatto che vede gli sbarchi sulle coste italiane, raddoppiati dal 2007, incidere per meno dell’1% della presenza regolare. Statistiche alla mano, il rapporto qualifica come vera emergenza il “catastrofismo migratorio”, l’incapacità di prendere atto del ruolo assunto dall’immigrazione nello sviluppo del nostro Paese: "Se non troveremo un modo di parlare dell’immigrazione diverso dai discorsi sugli sbarchi e sull’irregolarità resteremo incapaci di gestire responsabilmente l’Italia che si va costruendo nella quale già adesso 1 ogni 14 abitanti è un cittadino straniero regolarmente soggiornante" (Franco Pittau, responsabile del Rapporto Caritas 2009).

 

-Il Rapporto Goldstone (dal nome del relatore del documento licenziato dal Consiglio per i diritti dell’uomo dell’ONU) aveva il compito di analizzare se e quali crimini di guerra fossero stati commessi dall’esercito israeliano e da Hamas nel corso della tristemente famosa operazione “Piombo Fuso”. E’ stato approvato con un voto che, a maggioranza, ha sancito le responsabilità delle due parti in conflitto e in particolare di Israele, accusato dell’utilizzo di bombe al fosforo bianco e a frammentazione, oltre che della sistematica distruzione di case, ospedali ed infrastrutture varie. Un uso sproporzionato della forza militare, come tale condannato dal diritto internazionale umanitario. Sia chiaro: il voto di per sé invita semplicemente il Consiglio di Sicurezza Onu a trasferire la competenza sui crimini compiuti da Israele e Hamas alla Corte Criminale Internazionale dell'Aja (Icc), qualora entro sei mesi le due parti in conflitto nell'operazione Piombo Fuso dello scorso dicembre non abbiamo portato a termine indagini indipendenti e interne sulle accuse di crimini di guerra e contro l'umanità. Rimane tuttavia, la portata politica di un pronunciamento faticosamente raggiunto sulla base della convinzione, ben espressa dal Presidente del Consiglio per i diritti umani Navy Pillay, che "è giunta l'ora di porre fine alla cultura di impunità  che da sempre prevale in Israele e nei Territori palestinesi”. Nobili parole, che il rappresentante italiano ha creduto di interpretare votando contro (sapremo mai il perché?). Il governo e la stampa israeliana hanno bollato il rapporto Goldstone come un provvedimento a senso unico, ingiusto ed unilaterale: “Non permetteremo mai che Israeliani vengano processati per crimini di guerra”, ha tuonato il premier Netanyahu. E quando mai?

 

-Nella classifica annuale di Reporter senza Frontiere, relativa alla libertà di stampa, l’Italia continua perdere posti: 44° posto nel 2008, 49° nel 2009. E’, quindi, è la democrazia dell’Europa occidentale con meno libertà di stampa, seguita tuttavia (44° posto) dalla Francia di Sarkozy, anch’essa nel mezzo di burrascosi rapporti tra potere esecutivo e informazione. All’origine della pessima posizione, “le vessazioni di Berlusconi nei confronti dei media, le ingerenze crescenti, le violenze della mafia contro giornalisti che si occupano di criminalità organizzata e la proposta di legge che ridurrebbe drasticamente la possibilità dei media di pubblicare intercettazioni telefoniche”. Potremmo aggiungere, molto opportunamente, l’indecente comportamento di certa stampa, specie televisiva, che non conosce capacità critica e di indagine e il quadro sarebbe completo. Per correttezza di informazione (appunto), corre l’obbligo di precisare che al primo posto di questa classifica si trova la Danimarca , seguita da Finlandia e Irlanda. Tornando all’Italia, la vetta è assai lontana, ma la speranza è di superare nel prossimo futuro almeno Hong Kong, che la precede di una posizione.

 

-Esistono persone, del tutto sconosciute alla opinione pubblica in quanto non rivestono alcun ruolo degno di notorietà, che con un semplice gesto o parola sono in grado di dare significato all’idea di “dignità”. Dei “signor nessuno” capaci di offrire esempi che rimarranno impressi nella memoria collettiva. Senza scomodare Jan Palach, lo studente cecoslovacco divenuto simbolo nel 1969 della resistenza anti-sovietica, potremmo accennare al cosiddetto “rivoltoso sconosciuto”, lo studente cinese che esattamente 20 anni fa si oppose con il suo solo corpo all’avanzare dei carri armati diretti in piazza Tien An Men. Esempi minori, ma comunque significativi, sono costituiti dal fenomenale lanciatore di scarpe (contro Bush) Muntazer al Zaidi, icona irachena della protesta antiamericana recentemente tornato in libertà; o Izzeldin Abu al Aish, medico palestinese capace di ribadire parole di pace e di riconciliazione sui corpi delle tre figlie appena uccise a Gaza dai bombardamenti israeliani. L’ultimo della serie è il ventenne studente di matematica iraniano Mahmoud Vahidnia, protagonista di un intervento di venti minuti al cospetto dell’autorità suprema Alì Khamenei, al quale ha espresso la sua ferma protesta per la repressione in atto e su ciò che avviene nelle prigioni,  per il clima poliziesco che circonda la stampa, per l’impossibilità di mettere in discussione la Guida Suprema o la struttura di potere incarnata dal Consiglio dei Guardiani e dall’Assemblea degli Esperti. “Sono cinque o sei anni che seguo attentamente i media e non ho mai trovato qualcuno che osasse criticarla”, ha continuato lo studente.  E ancora: “Perché nessuno può permettersi di criticarla in questo paese? Non è ignoranza questa? Lei ritiene di non fare errori? L'hanno trasformata in una sorta di idolo irraggiungibile che nessuno può sfidare”.  Per qualcuno è coraggio, per altri solo incoscienza. Per tutti dovrebbe essere una semplice, bellissima aspirazione alla libertà.

 

-Non sappiamo se nel corso della sua esistenza (ovvero, dal 1901) il premio Nobel per la pace sia mai stato assegnato «per gli sforzi straordinari volti a rafforzare la diplomazia internazionale e la cooperazione tra i popoli». Ma tale è la motivazione in base alla quale quest’anno a toccato al presidente americano Barack Obama fregiarsene. Un premio alle intenzioni, a quello che è stato definito “il trionfo della mano tesa”, diretto a modificare sostanzialmente la politica aggressiva e di potenza del suo predecessore Bush. Di più: un riconoscimento alla dichiarata volontà di aprire un dialogo con l’Islam basato “sul rispetto e i comuni interessi”, di ridurre le testate atomiche e di rinunciare allo scudo stellare, di abolire formalmente il ricorso alla tortura e alle carceri speciali, di bandire la teoria della guerra preventiva. Prendiamone atto: d’accordo, non ha il valore simbolico immediato come nei casi di Rigoberta Menchu, Aung San Suu Kyi, Medici senza frontiere o, più recentemente, l’economista indiano Muhammad Yunus, ma in fondo sarebbe ipocrita riconoscere l’importanza di un premio a seconda della persona a cui viene assegnato. E’ stata aperta una linea di credito nei confronti di Obama e lui stesso è consapevole della responsabilità che tutto questo comporta. Ha giurato da nemmeno nove mesi e non ha firmato alcun trattato di pace, mentre i suoi fronti sono ancora tutti aperti: Afghanistan, Medio Oriente, Cuba, Corea del Nord e Iran.  Solo la storia sarà in grado di dire se il compito davvero enorme che si è accollato sarà coerentemente portato a termine.

 

-All’appello per i fatti del G8 del 2001 mancavano solo l’ex capo della Polizia De Gennaro e l’ex dirigente della Digos genovese Mortola, accusati di induzione alla falsa testimonianza nei confronti dell’ex questore di Genova, Francesco Colucci (tutti ex, perché tutti promossi ad incarico più prestigioso). La sentenza è stata di assoluzione, “per non aver commesso il fatto”. Attenzione, non “perché il fatto non sussiste”. Ovvero, qualcosa è successo per indurre Colucci a dare diverse versioni dell’accaduto, tant’è che lui stesso è stato rinviato a giudizio. Ma non si capisce bene cosa. Tutti (o quasi) felici e contenti e questo clima è ben rappresentato dalle sempre acute dichiarazioni del presidente dei senatori del PDL, Maurizio Gasparri: "L'assoluzione del prefetto De Gennaro e del dirigente della Digos di Genova dimostra che per anni è stata organizzata una immotivata campagna di denigrazione delle forze dell'ordine, che a Genova nel 2001 difesero la legalità da un'autentica sommossa che sconvolse la città “. Proprio vero: il giorno dopo sarebbe stata emessa la durissima sentenza nel processo di appello contro gli indifendibili Black Block: 98 anni e nove mesi complessivi. Solo 10 i condannati e il record di 15 anni di reclusione va a Francesco Puglisi, dichiarato colpevole per lancio di molotov e distruzione di auto e vetrine. “Quindici anni a chi spacca vetrine, assolto chi spacca le teste”, ha commentato Vittorio Agnoletto. Non è esattamente così, ma la sproporzione con le poche e miti pene della Diaz e Bolzaneto è comunque evidente.

 

 

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Segnali di Ottobre

di Saverio (08/10/2009 - 21:05)

-Fino a poco tempo fa, l’aggravarsi della situazione in Afghanistan aveva portato a timidi segnali di disimpegno (in accordo con gli Alleati, si intende!) sintetizzabili nella “exit strategy”, per altro tutta da definire. La strage dei parà italiani ha costretto le forze politiche a confrontarsi su un nuovo senso da dare alla nostra presenza laggiù, incalzate da una opinione pubblica che cerca di capire cosa stia realmente accadendo in un teatro che non può non definirsi di guerra. Ed allora, ecco che la montagna partorisce il topolino: la “exit strategy” diventa “transition strategy”, i vocaboli inglesi (che evidentemente suonano meglio) si diversificano leggermente, ma la vaghezza di contenuti rimane intatta. Mentre Bossi finge di fare la voce grossa (“Riportiamoli a casa”), il suo luogotenente rettifica (“Prima i contingenti del Kosovo e del Libano”), ma poi entrambi ne fanno solo una nobile dichiarazione di intenti. Il nostro Premier e il suo codazzo di dipendenti riafferma la fedeltà alla NATO e agli USA e annuncia come una concessione quello che già era fissato da tempo, cioè il rientro di 500 militari inviati al solo scopo di vigilare sulle elezioni. Dall’altra parte, il Partito Democratico serra le fila e invita a restare “in modo diverso”, mentre l’ultrà Di Pietro tra un “che c’azzecca” e l’altro si domanda e domanda polemicamente “che cosa ci stiamo a fare là”, senza curarsi delle eventuali conseguenze del ritiro. La sinistra extraparlamentare chiede anch’essa l’immediato ritiro delle truppe italiane e NATO e rilancia l’idea di una Conferenza Internazionale di pace.
La storia si ripete. Come in Iraq, prima qualcuno si infila in un tunnel di cui non vede la fine e poi chiede a tutti (alleati, NATO, ONU e quant’altri) di farsi carico del problema  quando ormai si è incancrenito. Sarebbe sin troppo facile affermare che in Afghanistan non ci si doveva andare (ridicolo il richiamo al rispetto del trattato NATO in caso di aggressione a un Paese membro); che la sovrapposizione della missione americana “Enduring Freedom” a quella NATO Isaf ha reso predominante l’aspetto strettamente militare su tutto il resto; che l’egida dell’ONU è ormai priva di ogni significato; che il controllo del territorio è ben lungi dall’essere attuato; che la favola della difesa della democrazia in un Paese che storicamente non sa neppure cosa voglia dire è terminata; che le recenti elezioni presidenziali tra violenze, condizionamenti e clamorosi brogli sono state poco più di una farsa; che si tratta di una guerra a volte strisciante e infida, a volte diretta e sanguinosa e non di una missione di pace come qualcuno, magari anche in buona fede, la intendeva e la raccontava. Tutto vero, tutto ormai evidente. Al punto che anche il più destrorso si interroga su come uscirne, al di là delle dichiarazioni di fedeltà.
Il fatto è che si vuole fare credere che in Afghanistan non esista una strategia di uscita che non sia l’aumento dei contingenti militari e la guerra aperta per poi, eventualmente, pensare alla ricostruzione politica, civile ed economica del Paese. E’ certamente vero che l’idea di Obama è quella di “garantire” la popolazione civile mediante un più capillare controllo del territorio, in modo da non consentire ai Talebani di rientrare periodicamente nei villaggi e di esercitare la loro legge. Ma è anche vero che l’aggravamento dello scontro bellico ha già portato a tragedie collaterali che altro non fanno che aumentare l’avversione nei confronti non solo degli Americani, ma di tutti i contingenti occupanti.
D’altra parte, pensare che il problema Afghanistan sia risolvibile unicamente attraverso la pressione militare occidentale e senza in coinvolgimento politico dei paesi confinanti (Pakistan e Iran in primis) è un autentico azzardo (per non dire una illusione). Soprattutto, pensare di pacificare l’Afghanistan senza risolvere contestualmente il nodo Pakistan, anche esso preda di terrorismo e grande riferimento talebano, sarebbe fallimentare.
Ma al di là delle risposte da dare a questioni di stabilità che riguardano l’intera area, la domanda rimane: che fare? Non c’è dubbio che da un punto di vista morale e (a chi questo non basta) costituzionale, la risposta sarebbe quella di andarsene. Ma poi, un po’ consapevoli che così non sarà comunque e un po’ consapevoli che un Afghanistan abbandonato a se stesso comporterebbe in breve la ripresa del potere da parte dei Talebani e, quello che più conta, un bagno di sangue impressionante, viene da pensare a una gradualità effettiva di questo ritiro che porti nel minor tempo possibile ad una integrazione di interventi civili e militari, favorendo nel tempo i primi a scapito dei secondi. Ovvero, sottrarre compiti di assistenza medico-sanitaria, di realizzazione delle infrastrutture (ponti, strade, scuole, ospedali) e di ricostruzione sociale e civile all’esercito per affidarla alle ONG o, comunque, a organizzazioni professionalmente deputate a farlo. Oggi (vedi Herat), sono le autorità militari a rapportarsi con quelle locali, a partecipare alle riunioni dei capi tribù, alle cerimonie, agli incontri più diversi riguardanti le comunità del luogo. Un lavoro impegnativo e degno di rispetto, ma pur sempre effettuato da uomini in divisa con il compito di colmare il vuoto della politica, neanche fossero veri e propri cooperanti!
Viceversa, solo dando un senso solidaristico e di intervento concreto a favore della popolazione si può pensare di fare terra bruciata all’integralismo islamico e alle sue leggi brutali; solo affidandosi alla capacità e alle competenze delle organizzazioni che conoscono la realtà territoriale e sono in grado di interpretarla sarà possibile attenuare la sensazione di una presenza militare occupante in Afghanistan. A quel punto, avrebbe maggiore significato la proposta di una Conferenza internazionale di pace a cui potessero partecipare le parti in causa e nella quale vedere ridimensionato il ruolo e la capacità di condizionamento dei Talebani.
Illusione? Può essere. Ma qualcuno ha un’altra idea che non sia l’opzione militare?


-Tutte le enunciazioni di principio,  specie quelle che annunciano cambiamenti epocali, devono attendere la verifica dei fatti conseguenti per vederne riconosciuta la loro straordinaria portata. Fatta questa doverosa premessa, occorre dare atto al Presidente Americano Barack Obama di aver dato coerente seguito a quanto previsto nel suo programma elettorale e alla speranza di reale cambiamento nata con la sua elezione. Messi alle spalle il formale rifiuto del ricorso alla tortura in ogni sua forma e la chiusura del lager di Guantanamo, Obama ha rilanciato impegnandosi in prima persona per l’affermazione di una riforma sanitaria che garantisse a tutti gli americani, ivi compresi quei 47 milioni di individui ancora nell’impossibilità di ricevere cure nel proprio Paese e affrontando le rabbiose reazioni di quanti, anche all’interno del suo partito, lo hanno accusato (nientemeno) di voler favorire gli aborti, di voler tutelare i clandestini e di voler finanziare la riforma con un sostanzioso aumento delle tasse, oltre che mettere in difficoltà la lobby della compagnie assicurative. Ha proseguito con l’adesione al protocollo di Kyoto, in totale controtendenza dal suo predecessore Bush (“Sono finiti i giorni nei quali l’America faceva resistenza a combattere il problema del clima”), ed ha assicurato massicci investimenti in energia pulita e rinnovabile unitamente a profondi tagli alle emissioni di anidride carbonica di fronte a una minaccia “grave, urgente e crescente”. Sulla base di una drammatica consapevolezza che “il tempo sta per scadere, la sicurezza e la stabilità di tutte le nazioni e di tutti i popoli, la nostra prosperità, la nostra salute sono a rischio a causa della minaccia climatica”. Obama ha poi ridato legittimità all’ONU,  ottenendo l’approvazione all’unanimità dal Consiglio di Sicurezza della Risoluzione n.1887 che riafferma l’impegno a lavorare per un mondo senza armi nucleari che, se da un lato appare come un chiaro richiamo ad India e Pakistan ad abbandonare la corsa al nucleare, dall’altro suona come ammonimento a Corea del Nord e Iran nella parte in cui, neppure tanto velatamente, si fa riferimento al sistema sanzionatorio utilizzato dalle Nazioni Unite in passato. Se la solenne dichiarazione “la democrazia non si esporta” rappresenta poi una definitiva spallata alla politica imperiale di Bush (e non solo di Bush), la rinuncia allo scudo stellare da installarsi ai confini della Russia costituisce un ennesimo elemento di moderazione e ragionevolezza che sicuramente la destra nel suo Paese non gli perdonerà, neppure di fronte alla installazione di “intercettori mobili” collocati sulle navi per bloccare un eventuale attacco missilistico dell’Iran.

Che dire? Rimane il nodo Afghanistan, sul quale Obama sta prendendo tempo. Ma il cambiamento di rotta è innegabile.

-Esiste un posto in cui da almeno venti anni è in corso una guerra civile. Un posto nel quale la crisi politica ed umanitaria è costata la vita a più di un milione di persone, in cui oltre tre milioni di persone pagano così l’instabilità e la violenza che, insieme alla siccità, hanno prodotto carestia, mancanza di assistenza sanitaria e di accesso all’acqua. Un posto nel quale, secondo l’ONU, è in corso la crisi alimentare più grave del mondo, peggiore di quella del Darfur e di quella della Repubblica Democratica del Congo. Un posto in cui una nuova forma di fondamentalismo islamico, quello delle cosiddette “corti” , a volte viene sconfitta ma si ripresenta militarmente sempre più forte, determinando una situazione per cui dal 1991 non esiste di fatto un governo capace di controllare il proprio territorio. Un posto nel quale neppure uno straccio di unità nazionale presieduta dall’islamico moderato è servito a frenare l’affermazione di un “movimento di resistenza” chiamato al Shabaab, ormai padrone di due terzi della capitale, che continua a rafforzarsi sfruttando un minuzioso controllo del territorio e l’applicazione dalla Shari’a, oltre che l’ingresso di militanti stranieri. Un posto in cui la guerra ricorda che la vita non ha valore alcuno e dal quale migliaia e migliaia di civili tentano disperatamente di fuggire attraverso il golfo di Aden, destinazione Yemen, divenendo preda di scafisti senza scrupoli e rischiando di ritrovarsi in centri di accoglienza in condizioni sub umane. Un posto che viene guardato a distanza dai 5.000 uomini dell’ Unione Africana e da qualche osservatore ONU, un posto soggetto ad occasionali raid americani diretti ad eliminare fisicamente il presunto affiliato ad Al Queda di turno. Un posto diventato famoso non per tutto ciò, ma per i ripetuti atti di pirateria ai danni delle più diverse imbarcazioni in transito nelle sue coste.

Questo posto, questo inferno si chiama Somalia. Ma non è che se ne parli granchè.

 

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Segnali di Settembre. Ovvero, si scrive Afghanistan si legge guerra

di Saverio (01/09/2009 - 15:18)

- La chiamano “Exit strategy”, ovvero una via di uscita dal pantano Afghanistan. Un tema non nuovo, ma tornato di urgente attualità in questa torrida estate a causa della recrudescenza bellica, dei costi in vite umane e, soprattutto, della drammatica consapevolezza che la situazione in quel Paese è ben lontana da quella, tranquillizzante e giustificatoria, dell’affermazione del processo democratico e dell’azzeramento del fondamentalismo talebano che per anni ci hanno raccontato. In Italia il dibattito riprende vigore ogni qual volta un nostro militare perde la vita e stavolta è toccato a Bossi rilanciare: “Io li porterei tutti a casa. Visti i risultati e i costi ci penserei su. Io sono per spendere il meno possibile anche se so che c’è un problema internazionale che non è semplice risolvere”. Questa affermazione ha se non altro avuto il merito di ribadire che la questione esiste, seppure un tantino più complessa di quanto non attesti il capo della Lega con la consueta vena pressappochista e populista. Al punto che, nonostante le pronte e sdegnate reazioni degli alleati di governo e opposizione (“La missione è irrinunciabile”), lo stesso Berlusconi  se ne è cautamente uscito con un “dopo le elezioni di agosto, se ne potrà parlare”. D’accordo, la successiva precisazione (“ in accordo con gli altri partner”) ci ha rimessi in linea, ma la stampa ha parlato comunque di “cauta apertura”. “Bossi ragiona da papà, ma noi siamo Ministri”, ci ricorda il Ministro della Difesa La Russa e il nostro Premier afferma fiero che “noi dobbiamo essere là a far crescere la democrazia”. Sarà, ma quello che sta succedendo in Afghanistan ci parla di guerra combattuta e, se non andiamo errati, qui da noi nessuno l’ha dichiarata, anche perché l’art.11 della Costituzione non lo consentirebbe.

·          - Di “Exit strategy” ne parlano da tempo anche negli Stati Uniti: otto anni di occupazione militare hanno comportato già spese per 223 miliardi di dollari, i caduti in missione sono aumentati in modo esponenziale, la strategia bellica di repressione ha causato migliaia di morti civili, la cosiddetta democratizzazione resta un miraggio in un Paese a fortissima tradizione tribale. Resistono – anche se mai esplicitamente dichiarati – i grandi interessi economici e strategici in questo scacchiere, ma è un fatto che l’opinione pubblica americana è in gran parte insofferente al conflitto.

Ma l’ “exit strategy” pensata da Obama è tutto meno che un prossimo disimpegno: in tempi brevi, le truppe americane arriveranno alle 68.000 unità dalle attuali 42.000, continuerà l’utilizzo dei “droni” (aerei senza pilota) con il compito di scaricare bombe su presunti covi di terroristi e  continuerà l’offensiva di terra affidata al discusso generale McChristal (ideatore dello slogan “cerca ed uccidi”), con particolare attenzione per la regione dell’Helmand, tutt’ora controllata dai Talebani. Tutto questo significa  - nelle intenzioni di chi lo propone - “stabilizzare” l’Afghanistan, ovvero “avere una strategia per porre fine al conflitto” a cui far seguire – viene assicurato – il consolidamento delle infrastrutture civili e la ricostruzione del tessuto sociale ed economico. Ma a condizione  – spiega l’inviato USA nella zona Holbrooke – “che nel tempo il governo di Kabul si assuma la responsabilità della propria sicurezza”. In questo senso, continuerà a lungo l’assistenza economica, l’addestramento militare, il ruolo di consulenza. 

I tempi dell’intero progetto non sono preventivabili.

·         - Ogni discorso sulla “exit strategy” viene tuttavia fatto dipendere dall’esito delle elezioni presidenziali che si sono tenute in agosto e che vedono principalmente in lizza l’uscente Karzai e l’ex ministro Abdullah Abdullah. Elezioni che vengono considerate dagli osservatori internazionali un importante banco di prova dello stato di democratizzazione del Paese, che hanno visto una partecipazione tra il 40% e il 50% degli aventi diritto e che si sono svolte in condizioni davvero estreme: minacce e attentati da parte dei Talebani, culture tribali estranee all’idea stessa del voto (i mariti spesso non hanno mandato mogli e figli a votare), mancanza di attendibili tessere e documenti di identità, brogli diffusi, e clamorosi scambi elettorali. Come quello che ha richiamato in patria lo spregiudicato signore della guerra Dostum (e i suoi voti uzbeki) con la promessa dell’assegnazione allo stesso del Ministero della Difesa. O come quello che ha portato Karzai ad ingraziarsi la minoranza sciita con una legge che prevede l’obbligo delle donne ad avere rapporti sessuali con il marito e a dipenderne costantemente sull’istruzione, sul lavoro e sulla salute. Ma tant’è: “Il futuro appartiene a coloro che lo vogliono costruire, non a chi lo vuole distruggere”, dichiara Obama, e in Afghanistan si parte da qui. Quindi, le elezioni sono state “una prova del desiderio di costruire una democrazia” (Rasmussen, Segretario Generale NATO), “volontà di  stabilità e sviluppo” (Ban Ki Moon, Segretario Generale ONU),  un grande successo” (sempre Obama). Ma l’impressione è che il difficile debba ancora arrivare.

·         - Il Paese è almeno per il  54% ancora sotto il controllo dei Talebani, gli scontri armati si sono moltiplicati, la tecnica degli ordigni piazzati sul ciglio delle strade miete sempre più vittime del contingente occupante e la tattica di guerriglia si affina giovandosi del sostegno di una parte della popolazione ostile all’Occidente e mischiandosi ad essa (“Non vi è modo di distinguere un comune civile da un talebano”). Un sostegno alimentato dal rancore per le vittime civili, salite nell’anno in corso a 800, il 24% in più dello stesso periodo nel 2008. La produzione di oppio è arrivata alle 8000 tonnellate l’anno e il narcotraffico è equamente spartito tra insorti e governanti. In tale contesto, continuano ad operare due missioni, l’ISAF, multinazionale a comando NATO e sponsorizzata ONU, e “Enduring Freedom”, tutta statunitense. Molto spesso, le differenze di azione appaiono labili e sfumate, soprattutto alla luce delle graduali modifiche delle regole di ingaggio dei vari contingenti in senso di maggiore partecipazione alle azioni belliche. Lo stesso contingente italiano è spesso oggetto di attacchi diretti e/o coinvolto in cruenti scontri armati, al punto che il Ministro La Russa ha annunciato uno spostamento delle truppe in direzione Farah, zona più a rischio di combattimenti, e un maggior utilizzo dei Tornado come copertura aerea attraverso l’uso dei cannoncini (gli aerei non saranno armati delle loro bombe teleguidate, bontà sua).

Insomma, anche se sembra non si possa dire, in Afghanistan è (ancora) in corso una guerra, alla quale partecipiamo ormai attivamente. Gli stessi bollettini militari italiani parlano di individuazione delle fonti delle minacce  e della loro “neutralizzazione”. Cosa questo significhi è elementare.

·         - Quindi? Bella domanda. Come in Iraq, chi ha ritenuto irrinunciabile e doverosa la risposta militare dopo l’11 settembre non ha attentamente valutato le complicazioni e le implicazioni  dell’occupazione nel lungo periodo. Attacco, terra bruciata ai Talebani, Guantanamo, insediamento nella capitale e poco altro, pseudocontrollo del territorio, ricostruzione, fine. Ma fine non è stata, gli “insorti” che parevano essere stati spazzati via sono ricomparsi numerosi. E sono trascorsi 8 anni. Il Presidente uscente Karzai ha chiesto all’Occidente di sviluppare una nuova strategia: avviare negoziati con i Talebani, anche con il Mullah Omar. “Accoglieremo i Talebani che rifiutano Al Qaeda”, gli ha riposto Hillary Clinton. Ma al di là dello sdegnato rifiuto della controparte, per la quale l’unica opzione possibile pare essere quella del ritiro delle truppe d’occupazione, la sensazione è quella che la partita si possa vincere (ammesso che si possa vincere…) investendo ancor più massicciamente risorse per dare all’Afghanistan una identità politica, sociale ed economica effettiva e non posticcia, ovvero fornendo innanzitutto le risposte ai bisogni delle popolazioni e di sostegno ai programmi di ricostruzione infrastrutturale e di sviluppo, senza i quali nessun intervento di stabilizzazione può avere successo. E’ notizia recente che anche l’Italia ha avviato un processo di pesanti tagli nei confronti degli aiuti e della cooperazione allo sviluppo a fronte di un impegno sostanzialmente stabile in materia di missioni militari: nel quadriennio 2006-2009, i fondi stanziati per tali missioni sono stati 4.346 milioni di ero, mentre per la cooperazione sono stati 2.402 milioni. Ciò ha fatto sì che il nostro Paese figuri al terzo posto nella UE per il numero di militari impegnati all’estero, mentre si trova al quindicesimo per quanto riguarda la lotta alla povertà nel mondo (in corso di anno la situazione peggiorerà ulteriormente passando dall 0,20% allo 0,10% del PIL). Più in generale, in Afghanistan si continua ad assistere a una crescente militarizzazione del territorio a scapito del necessario avanzamento delle concrete opere di solidarietà sociale e di intervento infrastrutturale che, viceversa, dovrebbero essere almeno contestuali. Per dirla con il Segretario generale della ONG Intersos, Nino Sergi, “la crescente e disorganica presenza militare anche in attività umanitarie e di cooperazione civile sta inquinando lo spazio umanitario, quello da sempre basato sui principi di umanità, imparzialità, neutralità, indipendenza, non discriminazione che per essere riconosciuto come tale dalla popolazione e quindi rispettato e tutelato deve rimanere chiaramente riconoscibile, senza contaminazioni e strumentalizzazioni di ogni tipo” (www.intersos.org//PP_LINK2007.html).

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Segnali di Luglio

di Saverio (28/06/2009 - 19:54)

I risultati del voto europeo sono inconfutabili: in mezzo ad un impressionante astensionismo (poco più del 43% è andato alle urne!) avanza la destra in tutta Europa e arretra pesantemente la sinistra. Come da previsioni. Naturalmente, i commenti sulle motivazioni di un orientamento così evidente sono stati i più diversi e hanno risentito delle differenti situazioni nazionali. Ma un dato appare condiviso: la risposta alla crisi economica e al “problema dei problemi”, ovvero l’immigrazione, è stata a larga maggioranza caratterizzata dalla paura, una paura aggressiva e intollerante che ha sommato preoccupazione, precarietà e disoccupazione al bisogno di rivendicare un’identità europea come argine a quelle che ad arte sono state rappresentate come ondate migratorie senza controllo. Paura del futuro e, insieme,  paura del diverso, del multiculturalismo, della solidarietà ridotta a buonismo, dell’extracomunitario che “ruba” il lavoro (magari nero), del piccolo spacciatore, del clandestino a frequente rischio criminalità; paura di perdere le proprie radici, paura irrazionale della islamizzazione, degli stessi stili di vita e delle tradizioni culturali di chi è venuto da noi alla ricerca di condizioni di vita più dignitose.  Ci piaccia o no, seppur amplificata e strumentalmente agitata la paura esiste. La paura ha travolto la sinistra, la quale dovrà in prospettiva trovare adeguati e coraggiosi strumenti di analisi, se non vorrà ritrovarsi ancora più residuale di quanto già oggi non sia.

- A livello di elezioni amministrative, il discorso non cambia: la politica apertamente xenofoba della Lega Nord raccoglie nella nostra Provincia la bellezza del 15,04% (nel 2004 era al 4,95%) con una punta del 17% a Reggio Emilia. Se è vero che l’Italia dei Valori aumenta il suo consenso al 6,30% (ma abbiamo le idee chiare sulla posizione di Di Pietro sull’immigrazione?), è altrettanto vero che il PD di fatto arretra e la sinistra nel suo complesso passa dal 13,46% al 9,04%. Dobbiamo concludere che qui da noi indicativamente un cittadino su cinque ritiene che gli extracomunitari devono starsene a casa loro, che la politica dei respingimenti è giusta, così come sono condivisibili  il reato di clandestinità, la detenzione amministrativa sino a sei mesi nei Centri di prima accoglienza, le restrizioni ai ricongiungimenti famigliari e, naturalmente, le denuncie di medici sui pazienti non in regola. Su questo complessivo imbarbarimento delle coscienze è necessario che il centro sinistra investa il massimo dell’impegno, consapevole che  l’intolleranza trova terreno fertile anche nei piccoli fatti quotidiani, dalla lite a bottigliate tra nordafricani al piccolo spacciatore arrestato e rilasciato il giorno dopo, dal furto della bicicletta al pulitore di vetri o al mendicante, per arrivare persino allo stazionare di tanti africani in Piazza Martiri del 7 luglio. Certo, al primo posto la politica dell’accoglienza e dell’integrazione, della coesione sociale e dell’inclusione. Senza negare, tuttavia, l’oggettiva esigenza di sicurezza, pena il distacco dal sentire collettivo. Sicurezza intesa come diritto alla tutela della integrità propria e di ciò che si possiede e ovviamente non la semplice eliminazione visiva di ciò che disturba il nostro vivere perbene, come la sanzione ai parcheggiatori/venditori davanti all’Ospedale S.Maria Nuova oggetto dell’ultima ordinanza del sindaco Delrio….

- Ammettiamolo: tutte le volte che l’Amministrazione americana parlava di “Stati canaglia” abbiamo storto un po’ il naso. Alla luce di tutto ciò che gli USA hanno combinato dal 1900 in poi per destabilizzare, condizionare o ribaltare gli equilibri politico-istituzionali in tutto il mondo, ci è sempre sembrato che il vero “stato canaglia” degno di questo nome fossero gli USA stessi (assolutamente imperdibile,a riguardo, “Il libro nero degli Stati Uniti” di William Blum, Fazi Editore,). Questa convinzione ci ha fatto probabilmente sottovalutare le politiche interne ed estere di alcuni Stati, in realtà in grado di incidere pesantemente sui già precari equilibri internazionali. Oggi, mentre infuriano dimostrazioni popolari e scontri, ci accorgiamo che L’Iran non è solo un Paese che rivendica con ostinazione ed durezza il diritto al nucleare civile e rigetta ogni ipotesi di controllo internazionale che scongiuri il suo ingresso nel salotto dei possessori della bomba atomica, ma è anche e soprattutto un regime teocratico antidemocratico per definizione. In cui il procedimento di assunzione delle decisioni che contano passa obbligatoriamente attraverso il vaglio dei possessori della verità assoluta, a cominciare dalla Guida suprema Alì Khamenei. Un regime in cui la pena di morte è applicata con impressionante frequenza e che attraverso il presidente in barba e giacchetta Ahmadinejad continua a fomentare una resa dei conti con Israele e a negare strumentalmente persino l’olocausto. Al di là del reale esito delle elezioni presidenziali, ciò che sta avvenendo per le strade di Teheran ha fatto finalmente emergere le contraddizioni di un Paese a rischio di esplosione, compresso dalla povertà e dalla disoccupazione,  dalla mancanza di libertà di espressione , capace di organizzare una consultazione pseudo democratica per poi riaffermare la propria autorità attraverso la negazione dei diritti civili, la chiusura dei giornali e dei siti internet, il blocco delle linee telefoniche, l’allontanamento della stampa straniera e una repressione feroce. Come a ribadire l’immutabilità del sistema. Quell’immutabilità del sistema cha appartiene anche alla Corea del Nord,  uno dei paesi con la peggiore situazione riguardo i diritti umani e le libertà fondamentali secondo Amnesty International. Un Paese fortemente militarizzato, con la sindrome da accerchiamento (1.000.000 soldati), in possesso dalla fine del 2006 della tecnologia nucleare militare. Ciò nonostante, un Paese paradossalmente alla fame con una economia statalista allo stremo. E’ opinione comune che la rinnovata aggressività militare del governo di Pyongyang (il 25 maggio scorso è stato effettuato un secondo test nucleare sotterraneo, che ha portato il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ad inasprire le sanzioni economiche già esistenti  a seguito del ritiro della Corea del Nord dall’adesione  al Trattato di non proliferazione nucleare) sia in realtà un avvertimento agli USA: più volgarmente, soldi in cambio di pace e stabilità. Una reazione rabbiosa ed aggressiva alla incapacità di garantire al popolo una prospettiva decente di sviluppo economico. Sarà. Ma il rialzo del livello delle provocazioni e la retorica di guerra, le ripetute minacce di reazione armata a qualsiasi azione ritenuta ostile, quale il blocco navale, e la rivendicazione dell’intenzione di proseguire risolutamente nella sperimentazione nucleare non ci lasciano per nulla tranquilli.

Ø   -“Noi non vogliamo tenere le truppe in Afghanistan, né intendiamo stabilirvi basi militari. E’ un grande dolore per l’America perdere i suoi giovani. E’ costoso e politicamente difficile continuare questo conflitto. Saremmo ben felici di riportare ogni singolo soldato a casa, se potessimo fidarci che non ci saranno estremisti violenti decisi ad uccidere tutti gli americani che possono. Ma così non è ancora. Sappiamo che il potere militare da solo non risolverà i problemi : per questo investiamo miliardi per costruire scuole e ospedali, strade e imprese” (Barak Obama, dal discorso al Cairo del 4 giugno 2009).

Tradotto in strategia politico-militare, il discorso del Presidente americano traduce l’imbarazzante coesistenza di due pratiche non proprio compatibili: da un lato, l’applicazione della ormai famosa “dottrina Petraeus”, volta al coinvolgimento delle realtà tribali esistenti sul territorio conquistando il loro sostegno psicologico e armato contro Al Qaeda e i Talebani. Dall’altro, il ricorso al pugno di ferro affidato al generale Stanley McChrystal, nuovo comandante USA nello scacchiere afghano, esperto di controguerriglia e, soprattutto, nella caccia all’uomo mirata (come fu per Al Zarqawi in Iraq). Si tratta del cosiddetto “incrocio della alta tecnologia con informazioni di intelligence raccolte da esseri umani”, che consentirebbe di colpire con cognizione di causa. Oddio, non sempre è così: l’armamentario di droni, aerei spia, satelliti e commando non sempre funziona a dovere e capita che ci rimettano i civili (l’ultima è la strage di Farah, 140 morti, così come denunciato dalla Croce Rossa Internazionale e recentemente ammesso dagli USA), al punto da indurre il governo afghano a chiedere la rinegoziazione degli accordi. Richiesta naturalmente ben presto rientrata, ma dettata dalla consapevolezza che  i bombardamenti che fanno stragi dei civili, oltre ad essere inaccettabili, creano semplicemente un maggior sostegno della popolazione locale ai guerriglieri, alla faccia proprio della invocata dottrina Petraeus. Intanto la guerra continua, la prospettiva di un maggior impegno militare americano (e della Nato) ha già scatenato una controffensiva dei Talebani sia in Pakistan che in Afghanistan. Continua, a quanto pare, anche per l’Italia che ha assicurato ad Obama, tramite la consueta disponibilità di Berlusconi, l’invio di altri 500 militari indirizzato a un ancora più capillare controllo del territorio, mentre le regole di ingaggio sono ormai del tutto evidenti: “L’obiettivo degli insorgenti è quello di destabilizzare il paese e di togliere credibilità alle figure istituzionali: ma dovranno fare i conti con noi” (Gen. Rosario Castellano, comandante del contingente italiano in Afghanistan). Aspettiamo fiduciosi (?) il dibattito parlamentare.

-"Combattere il terrorismo con la legalità”. E’ sempre Obama che parla, e gli va dato atto di aver da subito messo al bando la tortura, come quella utilizzata nei confronti dei detenuti di Guantanamo. I quali, rimasti ormai 241 dai 775 iniziali, dovranno lasciare il carcere e trovare una sede ove essere giudicati. Il fatto è che molti di loro vengono considerati dal Presidente americano “non liberabili” e “non processabili”, con una curiosa contraddizione nei termini. La soluzione pare allora quella tenerne la maggior parte facendoli giudicare da tribunali federali o militari a seconda dei reati di cui sono imputati, ma con regole modificate che escluderebbero l’utilizzo di prove ottenute attraverso mezzi coercitivi, restringerebbero quello di testimonianze secondarie e garantirebbero agli imputati maggiore libertà nella scelta di un legale, oltre a difendere quei detenuti che si rifiutino di testimoniare. La parte restante (una cinquantina) verrebbero consegnati a Paesi Europei e non solo che, con poco entusiasmo, si preparano alla spartizione sulla base di chissà quali stratagemmi giuridici.  La prima dichiarazione di disponibilità, manco a dirlo, è arrivata da Silvio Berlusconi: l’Italia ne accoglierà tre, già appartenenti a una cellula islamica in Lombardia sotto inchiesta dal 2007. Il nostro Premier, tuttavia, non ha ben pensato al come, considerato che la nostra legislazione non consente di detenere alcuno senza una sentenza di un Tribunale italiano passata in giudicato. E siccome il Ministro dell’Interno Maroni lo ha capito ed ha espresso le sue perplessità, ci ha pensato Frattini a mettere tutti d’accordo: “La parola del Presidente del Consiglio è quella finale. In Italia queste persone avranno l'obbligo di firma e l'obbligo di avvertire le autorità prima di lasciare il paese”.

Lo ha detto Silvio e, si sa, agli Italiani piace così.

- Negli anni ’70 la lotta alla fame nel mondo era la grande battaglia del Partito Radicale e le rare volte in cui a Pannella e soci era dato un po’ di spazio mediatico li si guardava increduli come una sorta di marziani, di anime belle che raccontavano di una catastrofe presente e soprattutto futura da scongiurare, ma così lontana da noi. Da allora ne è passato di tempo e questo dramma ha trovato maggiore spazio non solo grazie alla accresciuta e diffusa disponibilità di conoscenze e informazioni, ma anche e soprattutto dal fatto che chi soffre la fame ce lo ricorda costantemente attraverso l’immigrazione alla ricerca di condizioni di vita appena decenti e le periodiche catastrofi umanitarie nel Terzo Mondo. Ciò nonostante, la fame nel mondo continua a rimanere un tragico problema irrisolto, i cui contorni sono resi noti con enfasi ormai solo nel corso dei grandi meeting organizzati dalla FAO. Ebbene, è terribile sapere che ancora oggi  circa un miliardo di persone ne soffre e che ogni 3 secondi (3 secondi) un uomo, una donna o un bambino ne muore. Il “grande” progetto lanciato nel 1996 dall’Agenzia dell’’ONU per l’alimentazione e l’agricoltura per dimezzare entro il 2015 il numero degli affamati nel mondo è miseramente fallito. Rispetto all’anno scorso, l’insufficienza alimentare è aumentata del 11% e non risparmia neppure aree dei paesi c.d. sviluppati. “Nella lotta contro la fame – fa notare Action Aid – manca una forte volontà politica e senza una decisa inversione di rotta a sostegno del diritto al cibo il numero degli affamati continuerà nella sua crescita esponenziale”. Il riferimento al taglio dei fondi della cooperazione e alle sovvenzioni all’agricoltura è evidente. Senza dimenticare le speculazioni economiche sugli alimenti base (diminuzione del prezzo del grano e aumento del prezzo del pane) e gli sprechi, che vedono migliaia di tonnellate di prodotti alimentari ancora commestibili finire nelle discariche perché non utilizzati (in Italia ogni anno 240 tonnellate, valore un miliardo, in grado di garantire 3 pasti a 600.000 persone!).

- Il bello (si fa per dire) della politica interna americana è che, prima o poi, molte cose si vengono a sapere e poi sottoposte all’opinione pubblica. L’esatto contrario di quello che avviene qui in Italia. La polemica su quelle che sono state in modo geniale definite “tecniche rafforzate” di interrogatorio applicate dalla CIA a elementi sospetti all’indomani dell’attacco alle Torri Gemelle è divampata coinvolgendo la vecchia amministrazione (Cheney e la Rice) e la portavoce della Camera dei Rappresentanti Nancy Pelosi, accusata di aver saputo e di aver taciuto. Si tratta della tecnica cosiddetta “waterboarding”, una sorta di annegamento simulato con il quale costringere alla confessione i presunti terroristi, applicata centinaia di volte. Il dibattito, davvero appassionante, non riguarda poi neanche tanto la legalità di questi interrogatori (il fine giustifica i mezzi, ha dichiarato disinvoltamente l’ex vice presidente Cheney), ma una realtà tutta americana e davvero originale: dire la verità. Ovvero, in fondo è anche possibile commettere qualche porcheria, ma è necessario non mentire nel merito. E così, ecco Nancy Pelosi sul banco degli imputati, via al balletto delle responsabilità, via alle accuse di aver mentito (la CIA) o, contestualmente, di non aver capito bene (“I servizi non dicevano quello che stavano facendo veramente”). E via alla risposta di Leon Panetta, Direttore della CIA: “La Pelosi mente, ingannare il Congresso e contro le leggi e i nostri valori”. Ma è tortura o no? Che importa, quello che interessa è chi sapeva e chi no. Magica America.

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Guardare un po' più lontano

di Saverio (23/06/2009 - 23:33)


84 preferenze: questo è quanto ho raccolto nella mia avventura elettorale. Un risultato lusinghiero, se si pensa che chi e riuscito ad entrare in Consiglio Comunale ne ha contate 101 e se si pensa che sono state ottenute grazie a un semplice tam tam realizzatosi nel modo che intendevo, ovvero portando l’attenzione e il consenso alla Lista “Sinistra e Verdi per Reggio” attraverso una scelta di campo dichiarata e motivata. Non posso che ringraziare tutti coloro che hanno dato significato alla mia candidatura, accreditandomi di una stima che mi emoziona e mi inorgoglisce. D’accordo, il dato numerico attribuito alla lista è stato complessivamente modesto: 2,15% al comune capoluogo e 3,27% in provincia. Ma è allo stesso tempo importante, perché in realtà si trattava di capire se e quale spazio ci fosse – anche nel nostro territorio – per una forza politica che mira alla costruzione di un partito della Sinistra nuovo e non settario, “unitario e plurale” (per usare due termini ormai abusati ma tuttavia ancora efficaci). Un inizio, niente altro che un inizio di un percorso che in ogni caso occorre prevedere lungo e pieno di ostacoli, nel quale provare a recuperare un “popolo” deluso e disperso dalle ultime batoste elettorali e dalla logica delle divisioni, nel quale proporsi come interlocutore competente e  riferimento qualificato per quanti – e sono tanti – non si riconoscono nella deriva conservatrice di questi tempi e neppure nei contenuti e nelle modalità di chi dovrebbe fare opposizione.

Partendo da un dato antipatico ma oggettivo: nel 2004 a Reggio Emilia votarono a sinistra (Verdi, Rifondazione Comunista e PdCI) ben 12.365 persone, pari al 14,35%. Nel 2009, più o meno le stesse forze (con l’aggiunta di Sinistra Democratica) hanno avuto il consenso di 4.632 cittadini reggiani, pari al 5,37%, con una diminuzione secca di 7.733 voti e di quasi nove punti in percentuale. Certo, la frammentazione ha portato alla costituzione di 17 liste, e su diverse di esse (e sull'astensione) si è spalmato il voto di sinistra. In un tale contesto, l’imperativo resta quello di restituire identità, progettualità politica, capacità di aggregazione, riconoscibilità e visibilità a un partito della sinistra la cui creazione non è più procrastinabile. In caso contrario anche le pur comprensibili aggregazioni di Sinistra e Libertà e, qui da noi,  di “Sinistra e Verdi per Reggio” rimarranno un altro, ennesimo esperimento elettoralistico incompiuto.Vedremo quindi se i Verdi decideranno di confluire in questa nuova forza politica, vedremo (ma temo di conoscere la risposta) se Ferrero e Diliberto riterranno più utile tornare in una trincea dalla quale disinteressarsi comunque della guida di questo Paese in nome dell’opposizione sempre e comunque.

Un partito della sinistra: la scommessa è questa, sarebbe buona cosa vincerla.

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Metterci la faccia

di Saverio (15/05/2009 - 00:23)

Ho deciso di accettare la candidatura propostami dalla lista "Sinistra e Verdi" per il Consiglio Comunale. Dopo averci riflettuto su parecchio, ho concluso che in questi tempi grami è necessario metterci la faccia e dire da che parte si sta. Ed io sto dalla parte di tutti coloro che aspirano alla costituzione di un partito della sinistra che sappia riaffermare le ragioni della solidarietà e della giustizia sociale che anche a Reggio rischiano di essere compromesse dalle spinte neoconservatrici della destra e dalle debolezze del centro sinistra. Non ho aspirazioni di sorta: spero solo che chi mi conosce possa interrogarsi sulla mia scelta e magari condividerne le ragioni. Non credo certo che "Sinistra e Verdi" a Reggio e "Sinistra e Libertà" a livello nazionale possano considerarsi dei punti di arrivo; anzi, sono assolutamente consapevole che si tratta ancora di una aggregazione elettorale. Ma la strada obbligata per chi si sente di sinistra è quella di mettere un po' di sè affinchè si possa costituire una realtà organizzata nella quale ritrovare e condividere il nostro bisogno di cambiamento senza rispolverare quei simboli e quella ideologia che oggi fanno oggettivamente fatica a rappresentare la complessità dei cambiamenti sociali in atto.


Diciassette liste e nove candidati sindaco (e 641 candidati consiglieri) per il Comune di Reggio Emilia, dodici liste e otto candidati Presidente in Provincia. Inoltre, le Circoscrizioni e - un po’ più sfumate - le Europee. D’impatto, sembrerebbe che ci si trovi di fronte a una esplosione di impegno politico-sociale-amministrativo senza precedenti. Ma poi, analizzando con maggiore attenzione la situazione, ci appare in tutta la sua evidenza una più verosimile e preoccupante frammentazione dei bisogni e dei modi per soddisfare tali bisogni. Ovvero, delle organizzazioni politiche che tutto ciò dovrebbero rappresentare.

A questa tendenza, che trova la più significativa espressione nelle liste civiche, non sono estranee il centrosinistra e, soprattutto, quelle forze che più marcatamente si richiamano a tradizioni e contenuti progressisti e di sinistra: in tutto il territorio nazionale (e non solo nella nostra realtà territoriale) quello che un tempo non tanto lontano si chiamava Ulivo e poi Unione si presenta in modo clamorosamente disomogeneo, talvolta sottoforma di alleanze consolidate attorno al PD, altrove disgregato in estemporanei cartelli elettorali, a volte disperso in raggruppamenti fieramente avvinghiati alla propria identità e al proprio simbolo, a costo di andare incontro a uno scontato insuccesso elettorale.

Insomma, la lezione delle scorse legislative, che hanno sancito la scomparsa dal Parlamento della Sinistra in quanto tale, pare aver prodotto risultati contraddittori e non benauguranti che vanno dalla riproposizione del concetto del voto utile al ritorno a richiami identitari e di classe (pensiamo alla lista Comunista e anticapitalista presentata da Rifondazione e PdCI alle elezioni Europee), sicuramente poco attente a prospettive di alleanza contro lo strapotere della destra.

La sensazione, davvero forte, è che il popolo cosiddetto progressista faccia una fatica enorme a comprendere i motivi che impediscono la ripresa di un percorso comune e che pertanto vada al voto (ammesso che ci vada) con una sorta di desolata rassegnazione e con la consapevolezza di doversi preparare ad una nuova sconfitta. Oppure,  anche quando le cause della mancata intesa risultassero evidenti, con la certezza che i dirigenti di questo centro-sinistra (sempre quelli, sempre gli stessi anche a Reggio) non abbiano la capacità di mettere in campo un progetto politico ma soprattutto culturale veramente alternativo all’attuale maggioranza, nel timore che prese di posizione nette o, quando occorra, di pur faticosa mediazione siano suscettibili unicamente di fare perdere voti a prescindere dalla loro giustezza.

Le problematiche del nostro tempo richiederebbero risposte che, pur analizzando lucidamente le cause dei fenomeni e soluzioni nel medio termine, fossero in grado di proporre interventi praticabili nel breve. Un esempio? Pensiamo alla sicurezza in rapporto agli extracomunitari, terreno su cui la destra spopola e guadagna consenso (è recente l’approvazione del pacchetto che prevede, tra l’altro, il reato di immigrazione clandestina, le ronde e l’aumento a 18 mesi del periodo di detenzione nei Centri di Identificazione ed Espulsione): il richiamo al rischio di deriva razzista e xenofoba – pur assolutamente doveroso – non basta a rassicurare una opinione pubblica ormai abituata a convivere con una paura indotta. Il riferimento alle originarie cause di povertà, guerra e persecuzioni pare portare soltanto a una approssimativa compassione che non si tramuta automaticamente in senso della solidarietà e della condivisione. Né sembra pagare il sacrosanto diritto degli immigrati ad essere considerati cittadini del nostro Paese nella misura in cui contribuiscono, eccome, ad aumentarne la ricchezza. Di fronte a tutto ciò, occorre ridare il primato alla parola e del dialogo in tutte le sedi possibili, raccontare la realtà non necessariamente in contrapposizione ma sulla base della verità storica e dei suoi effetti contemporanei, occorre altresì ribadire il vecchio e stravecchio slogan per il quale ad uguali diritti corrispondono uguali doveri. Ivi compresa la risposta giudiziaria da dare alla devianza e a tutti quei comportamenti non ritenuti leciti nel nostro Paese. E questo vale per il lavoro, per l’istruzione e l’educazione, per il diritto alla casa e quant’altro. Confortato, naturalmente, da adeguate politiche di integrazione che prevedano progetti di inclusione sociale, di coinvolgimento e di partecipazione alle decisioni e, soprattutto, di ascolto. In una parola, dal civismo.

Su questa ed altre fondamentali questioni (dalla lotta al precariato al rilancio del tempo indeterminato, dalle risposte alla crisi economica all’adeguamento degli ammortizzatori sociali, dall’urbanizzazione selvaggia al degrado delle periferie, dalla decrescita dell’uso del territorio alla ristrutturazione ecosostenibile dell’esistente, dal significato culturale delle differenze alla necessità della relazione sociale, dal mantenimento della memoria delle nostre radici e dal valore della resistenza all’idea di una società futura più equa e solidale, dall’ipotesi di una considerevole riduzione dei nostri rifiuti e delle emissioni di Co2 a una mobilità  fondata su un più basso impatto ambientale, dalla valorizzazione ed ampliamento delle zone verdi a una ribadita gestione pubblica dell’acqua, per arrivare al primato della laicità e alla insostituibilità del servizio pubblico contro le privatizzazioni selvagge e ben poco sensibili all’interesse comune) risulta davvero arduo comprendere come il centro sinistra non riesca a trovare una accettabile mediazione. Il voto che ancora una volta siamo chiamati a dare in questa direzione vuole sollecitare che lo faccia al più presto,  al fine di mantenere aperta una alternativa credibile all’esistente.

Unico modo per evitare che il Berlusconismo sopravviva a Berlusconi stesso.

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In Italia

di Saverio (20/04/2009 - 23:18)

In Italia una “porcata” come legge elettorale, un pessimo referendum per modificarla, forzature di legge per non far esprimere i cittadini e il palese invito all’astensione.In Italia una destra-azienda, una sinistra dispersa e fiera delle proprie divisioni, la falce e martello come novità del futuro, un partito (democratico) alla ricerca di identità e un ex magistrato sgrammaticato all’opposizione dura.In Italia le leggi ad personam, il lodo Alfano, le prescrizioni, i privilegi dei parlamentari, la casta che non si tocca, la limitazione alle intercettazioni, il tutti colpevoli nessun colpevole.In Italia i Bossi, i Calderoli, i Castelli, i Maroni, i Borghezio, i Bocchino, i Gasparri, i La Russa, gli Schifani, i Bondi, i Bonaiuti. In Italia Capezzone: in Italia le facce da culo, i cambi di schieramento e l’arroganza al potere.In Italia l’uomo più ricco d’Italia primo ministro.In Italia i D’Alema, i Casini, i Rutelli, i Fini. E Berlusconi da 15 anni. In Italia sempre gli stessi.
In Italia Roma ad Alemanno.
In Italia no alle coppie di fatto, il testamento biologico fasullo, l’influenza del Vaticano.
In Italia l’evasione fiscale e i condoni, gli aiuti alle banche, alle aziende, all’Alitalia, i precari, la cassa integrazione, i licenziati, i mutui da pagare, arrivare a fine mese, i ricchi sempre più ricchi i poveri sempre più poveri. In Italia la social card da 40 euro.
In Italia la cultura e la scuola da tagliare, gli stipendi da tagliare, il futuro da tagliare.
In Italia gli accordi separati, la CISL e la UIL che “fanno sindacato” e la CGIL che “fa politica”.
In Italia i contratti di lavoro per decreto, la contrattazione con chi ci sta, l’esclusione per chi non ci sta, lo sciopero da preannunciare e da limitare, lo sciopero virtuale.
In Italia il maestro unico e le donne in pensione a 65 anni.
In Italia Brunetta, Calderoli, Gelmini, Carfagna ministri. Ministri……
In Italia il piano casa che non è un piano casa ma che sarà un piano casa.
In Italia l’abusivismo come regola e i condoni come risposta.
In Italia il terremoto, i palazzi di sabbia che crollano e le vecchie case che resistono.
In Italia nessuno è responsabile.
In Italia il Presidente del Consiglio che abbraccia i terremotati, che piange con loro, che offre loro le proprie case e pensa che tra non molto si vota.
In Italia i Centri di identificazione e di espulsione, i 18 mesi di detenzione amministrativa, il reato di immigrazione clandestina, i medici delatori, la schedatura di adulti e bimbi Rom, le classi differenziali.
In Italia dagli all’immigrato extracomunitario e al Romeno, in Italia le ronde e le forze dell’ordine che proteggono le ronde.
In Italia la riduzione delle risorse per la sicurezza.
In Italia le centrali nucleari tra dieci anni per il ritardo causato dall’ “estremismo ecologista”.
In Italia le TV del padrone e Rete4 mai sul satellite, l’eterno conflitto di interessi, l’informazione ingessata, le domande mai scomode, le verità sempre diverse e le bugie sempre uguali.
In Italia “questa” destra al governo da un anno e sembrano cinque.
In Italia, che quando qualcosa non va è colpa dei “comunisti”.
In Italia.

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Segnali di Marzo

di Saverio (23/03/2009 - 17:56)


-Con comprensibile lentezza, sta ormai diventando ufficiale il bilancio dei 22 giorni di guerra nella Striscia di Gaza: 1.300 morti e 5.430 feriti, di cui 1.200 in gravi condizioni rappresentano i cosiddetti “costi umani” pagati dai Palestinesi. E’ appena il caso di ricordare che un terzo di queste vittime sono bambini.L’area interessata (appena 360 kmq), è praticamente distrutta: 4.150 case demolite, 20.000 danneggiate, 16 luoghi di culto inceneriti, almeno 7 scuole rase al suolo, così come 6 stazioni radio-TV, mentre la principale centrale elettrica di Gaza non esiste più. A tutto ciò occorre aggiungere la strage di animali da allevamento e l’insieme di magazzini, abitazioni agricole, serre, coltivazioni di oliveti e di alberi da frutto, letteralmente spazzati via dai bulldozer e dai cingolati israeliani. I danni materiali sono stati stimati ottimisticamente in 1,9 miliardi di dollari e una economia già povera è sottoterra. Ed allora, come in tutte le guerre che si rispettino, ecco presentarsi la necessità della ricostruzione, del ripristino delle condizioni di vita precedenti, una sorta di ritorno alla normalità dopo una – come dire – spiacevole interruzione. I Palestinesi ne hanno viste tante, supereranno anche questa. Il vertice su Gaza, tenutosi agli inizi di marzo a Sharm El Sheikh, ha ribadito che la guerra è un grande motore dell’economia: certo, leggere dei 4,5 miliardi di dollari di aiuti per i prossimi due anni decisi da 75 donatori può fare scalpore e ridurre a silenzio molte coscienze, ma non può certo far ignorare che rappresenta un grande affare per tutte le imprese (alimentari, sanitarie, edilizie, di infrastrutture, di macchinari e quant’altro) che di questi aiuti dovranno farsi carico. Ovvero, distruzione e “business” a braccetto. L’Iraq ne è solo l’ultimo esempio. In questo caso, tuttavia, l’aspetto economico va di pari passo con quello politico: la ricostruzione dovrà passare esclusivamente attraverso l’Autorità Nazionale Palestinese, l’unica organizzazione ad essere riconosciuta dalla comunità internazionale, mentre Hamas, che controlla la Striscia di Gaza dal 2007, non avrà voce in capitolo. La reazione non si è fatta attendere: secondo Hamas, la conferenza non ha dato dettagli sui "meccanismi o un calendario" di ricostruzione, né ha preso " decisioni concrete per porre fine alla sofferenza della striscia di Gaza, revocare l'assedio (israeliano) e aprire i punti di passaggio". Gli aiuti sarebbero solo uno strumento di ricatto per rafforzare Abu Mazen e l'Anp anche nella Striscia. Per la cronaca, occorre segnalare l’appello rivolto dal Ministro degli esteri egiziano a nome del vertice ad Israele affinchè, per il futuro, rispetti le leggi internazionali e umanitarie nei confronti della popolazione della Striscia e si impegni a stemperare lo stato di tensione. Siamo sicuri che lo farà, nello stesso modo in cui ha ottemperato alle decine e decine di risoluzioni ONU. E lo farà, magari, iniziando con i 73.000 nuovi alloggi per gli insediamenti dei coloni in Cisgiordania, così come previsto dal progetto preliminare del Ministero per l’Edilizia di Tel Aviv.

-“Ciò che è avvenuto alla Diaz è al di fuori di ogni principio di umanità e di rispetto per le persone. In uno Stato di diritto non è accettabile che proprio colo che dovrebbero essere i tutori dell’ordine e della legalità pongano in essere azioni lesive di tale entità”. Così si legge nella motivazione della sentenza che l’11 novembre scorso ha concluso il processo per l’irruzione-massacro alla scuola dormitorio durante il G8 del 2001. Fin qui, non ci piove: l’hanno visto tutti ciò che è accaduto. Però, però…è ben vero che 13 condanne (miti) su 28 richieste significano – nelle conclusioni dei magistrati giudicanti - qualcosa di altro che lascia  intatta tutta l’insoddisfazione e lo sdegno scaturiti in modo irrefrenabile alla lettura della sentenza. I nodi rimangono irrisolti: per i magistrati non è del tutto incredibile “che l’inconsulta esplosione di violenza all’interno della Diaz abbia avuto un’origine spontanea e si sia quindi propagata per un effetto attrattivo e per suggestione tanto da provocare, anche per un forte rancore sino ad allora represso, libero sfogo all’istinto determinando il superamento di ogni blocco psichico e morale”. Il che, tradotto, significa esplicitamente non avvalorare la tesi di una azione premeditatamente organizzata dai vertici della Polizia, bensì ipotizzare l’esplosione improvvisa di uno stato di frustrazione latente in un gruppo di celerini. Significa, altresì, che i funzionari firmatari dei verbali seguiti al pestaggio, nei quali senza mezzi termini si sostenevano balle colossali, tra cui quella delle “famose” bottiglie molotov, “non erano consapevoli di quanto accaduto”. Si arriva, cioè al punto di sostenere che avere ruoli di alta responsabilità istituzionale e sottoscrivere atti non corrispondenti al vero non sia perseguibile penalmente in mancanza di prove a sostegno della consapevolezza di tali falsità! Una curiosa versione del concetto di insufficienza di prove a favore dell’ex Direttore dello Sco Francesco Gratteri e dell’ex Direttore dell’Ucigos Giovanni Luperi (entrambi assolti). A margine, ma significativamente, la Corte non può fare a meno di sottolineare l’atteggiamento non collaborativo della Polizia che non ha permesso in buona parte di arrivare alla identificazione dei massacratori. In nome di un “malinteso senso di tutela dell’onore della istituzione”, si assistito alla spregiudicata volontà di nascondere i fatti quali la mancata trasmissione dell’elenco dei partecipanti alla irruzione, l’invio delle foto dei funzionari al momento del loro ingresso in polizia anziché quelle più recenti, la mancata identificazione dell’agente “con la coda di cavallo” ripreso a manganellare selvaggiamente, la sparizione delle bottiglie molotov e quant’altro. I Pubblici Ministeri hanno confermato che presenteranno appello.

-Il fine, per come è uscito dall’incontro bilaterale Berlusconi-Sarkozy, è dichiarato: produrre in Italia entro il 2020 circa il 20% del nostro fabbisogno energetico attraverso la costruzione di almeno 4 centrali nucleari e 8 reattori, in un grande lavoro di sinergia con la Francia. Nucleare che gli esperti (ovviamente di parte) definiscono “quasi pulito”, dai bassi rischi e una quantità di scorie inferiore a quella prodotta dalle vecchie centrali.  Insomma, quello che viene chiamato “di terza generazione”. I Numeri del progetto prevedono da 6 a 10 anni di tempo per la costruzione di ogni centrale e un costo unitario che varia da 1,5 a 3 miliardi di euro. La legge delega per il via definitivo langue ancora al Senato, ma si può affermare che la strada intrapresa è quella di mettere nell’albo dei ricordi i 3 referendum che l’8 novembre 1987 portarono allo smantellamento degli impianti esistenti in Italia. Naturalmente, il dibattito tra i fautori di questa scelta e quello che Berlusconi ha definito il “fanatismo ideologico” di una certa parte politica (quel fanatismo che nel 1987 portò ad esprimersi contro il nucleare circa 21.000.000 italiani, ovvero l’80% dei voti espressi…) è riesploso con veemenza e sicuramente continuerà nei prossimi anni: costi, convenienza, sicurezza, smaltimento delle scorie e opzione a favore delle energie rinnovabili sono argomenti troppo importanti per pensare che si possano risolvere con un voto parlamentare. Ma è la localizzazione dei siti e il suo legame con il necessario consenso democratico a rappresentare un problema non eludibile. Chissà perché più la maggioranza di governo parla di energia pulita più le zone ipoteticamente destinate ad ospitarla si uniscono in un coro di no che prescinde dall’appartenenza politica di chi le amministra. A cominciare da quei comuni che già in passato hanno ospitato le centrali. “Abbiamo già dato”, ha affermato il Presidente della Provincia di Vercelli (Alleanza Nazionale), unitamente al Consiglio Comunale al completo di Trino Vercellese. Chissà quanto ha inciso in questo pronunciamento il fatto che le scorie giacciono ancora lì a distanza di 22 anni. A Caorso, dove ancora sono ancora presenti 130 tonnellate di materiale radioattivo, mettono le mani avanti (“Bisognerebbe prima coinvolgere la gente, discutere con gli enti locali, creare il consenso”, dice il Sindaco di Forza Italia), a Sessa Aurunca, sul Fiume Garigliano, ancora si discute sulla dismissione della struttura mentre a Latina l’Osservatorio epidemiologico regionale cerca tutt’oggi di accertare se esistono correlazioni tra le patologie tumorali di cui sono affetti i residenti del territorio e la centrale stessa. Non meglio va in Alto Adige, Toscana, Lazio e Puglia, dove i Governatori si sono già preventivamente espressi per il no, mentre il neo Presidente della Sardegna annuncia bellicoso che “Dovrebbero passare sul  mio corpo”. Possibiliste la Sicilia e la Lombardia. Vedremo quello che succederà. Vedremo se l’arguta (?) semplificazione di Bossi identificherà l’italica sensibilità: “I Padani sono pronti ad accettare le centrali nucleari perché sono persone civili e non vogliono rinunciare al frigorifero e al condizionatore”. Va mo là!

-Tempo fa, anche in Italia, qualcuno sommessamente ipotizzò la necessità di coinvolgimento dei Talebani “moderati” nel processo di pacificazione dell’Afghanistan. Questo qualcuno fu pubblicamente condannato come fiancheggiatore del terrorismo internazionale. Ora che il Presidente americano Barack Obama ha ufficialmente parlato della necessità di aprire più fronti di dialogo con la variegata realtà etnica e politica di quel Paese, tutti ad applaudire il nuovo corso. Chissà, forse sarebbe bastato rendersi conto della situazione reale, che vede oltre il 70% del territorio sfuggire al controllo del contingente americano ed alleato, per capire che una strategia puramente militare non avrebbe portato alla fine del conflitto. Largo, quindi, alla cosiddetta “dottrina Petraeus” di irachena applicazione, ovvero un’idea che consiste in un'apertura di canali di dialogo con la popolazione e le autorità locali, per ottenere la collaborazione delle tribù non necessariamente schierate e spingerle a togliere l’appoggio ad Al Qaida. Spazio, inoltre, a un massiccio addestramento della polizia e dell’esercito locali, a un rafforzamento delle strutture civili del Paese nonché a un incremento delle attività di ricostruzione volte soprattutto a ricreare una realtà politica in grado di governare il paese e gestire autonomamente il conflitto. Il tutto accompagnato da un considerevole aumento delle truppe (oltre 12.000 uomini) per accentuare la pressione militare ai confini del Pakistan e per garantire una maggior copertura del territorio. Infine, un coinvolgimento vero nel progetto di pacificazione del Paese di Pakistan e Iran, dei quali è annunciata la presenza alla Conferenza Internazionale sull’Afghanistan prevista per il 31 marzo 2009 all’Aja. D’altra parte, i numeri del conflitto hanno indotto Obama a rispondere seccamente no a chi gli chiedeva se la guerra fosse stata vinta: secondo l’Associated Press, dall’inizio della presenza americana il numero delle vittime sarebbe già arrivato a quota 5.300, mentre nel solo 2008 i militari USA caduti sarebbero 61. Continuano ad aumentare gli attentati suicidi, gli attacchi e le imboscate, mentre un crescente sentimento antioccidentale sta penetrando persino nel parlamento afghano, anche in considerazione dei numerosi effetti collaterali dei bombardamenti aerei che fanno strage di civili. La strategia proposta aspetta, pertanto, un riscontro dalla popolazione locale, mentre il portavoce talebano Zabihullah Mujahed, ha già puntualizzato :“E’ ridicolo distinguere tra moderati e fondamentalisti. Noi siamo un movimento unito sotto l’unica guida del Mullah Omar, il quale ha sempre detto che nessun dialogo sarà possibile senza il completo ritiro delle truppe straniere”. L’italiano Ettore Sequi, rappresentante dell’Unione Europea a Kabul, ha recentemente coniato uno slogan per qualificare il nuovo corso obamiano: “Conquistiamo i cuori e lo stomaco degli afghani”. Per quanto riguarda lo stomaco, prevediamo ci vorrà poco. Per i cuori, il discorso è un po’ più complesso.

-Ha meritato solo qualche marginale trafiletto sui giornali la condanna a tre anni di carcere di Muntazer al Zaidi, l’indimenticato autore dello storico lancio delle scarpe a Bush. Come è noto, nella cultura islamica la suola della scarpa è considerata la parte più impura al mondo e pertanto il gesto del giornalista trentenne ha significato ostentare un disprezzo elevato all’ennesima potenza. La Corte Federale Irachena lo ha condannato per il reato di “vilipendio a un capo di stato straniero” ma ha concesso le attenuanti generiche, forse imbarazzata dall’eccezione sollevata dalla difesa circa l’ufficialità della visita in questione. Si tratta di una condanna dura”, ha infatti dichiarato il fratello di Muntazer, “perché Bush non era un capo di stato in visita, ma il Presidente di un Paese occupante”. Interrogato in aula, Muntazer al Zaidi, si è sempre dichiarato innocente. La sua, ha affermato,  è stata una reazione "naturale" che avrebbe avuto "qualsiasi iracheno": "il sorriso glaciale" di Bush lo aveva fatto infuriare pensando al "milione di martiri" dell’invasione americana di cui a suo avviso Bush è "il primo responsabile". Qualche attento osservatore ha rilevato che vi sono luoghi lontani in cui i giornalisti tirano scarpe ai potenti in segno di disprezzo e altri luoghi, molto più vicini a noi,  in cui i giornalisti ai potenti le scarpe le leccano. Così va il mondo.

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di Saverio (05/02/2009 - 23:44)

Il nuovo anno è iniziato come peggio non poteva: i razzi di Hamas, l’offensiva militare israeliana e, in mezzo, le migliaia di civili nei bunker, negli ospedali , per le strade, sempre e comunque a soffrire e a morire. L’ennesima puntata di una tragica storia infinita si è consumata nel sangue senza aggiungere alcuna speranza di soluzione al conflitto israelo-palestinese, ma – semmai – accrescendo esponenzialmente il livello di un odio ben reso dal terribile monito “Uccidono i nostri bambini, noi uccideremo i loro”.

Un mare di inchiostro e fiumi di parole sono stati usati per analizzare, giustificare o condannare l’accaduto: ma la sensazione, davvero forte, è che non si riesca proprio a cogliere l’enormità di ciò che sta avvenendo da decine di anni in quella terra martoriata. Oppure, che si usino da sempre le stesse espressioni, le stesse valutazioni, che si invochino le stesse ipotetiche soluzioni a fronte di una situazione talmente immobile da sembrare immutabile.

L’imperativo, sviluppato sino al parossismo dai media, di svelare chi portasse la responsabilità dello scoppio di questa violenza è significativo e in fin dei conti fuorviante perché mette in secondo piano uno stato di conflittualità latente in grado, in qualsiasi momento, di accendere la miccia della guerra. Razzi Qassam o omicidi “mirati” sono le conseguenze e non certo le cause di una crisi irrisolta, di una contrapposizione formidabile che per essere composta richiede – e non è una novità – un intervento forte della Comunità Internazionale, da sempre condizionata da veti e controveti. Avendo tuttavia sempre presente una verità storica, ovvero che si è di fronte a uno Stato che, forte della propria potenza militare, determina e condiziona pesantemente la vita di un altro popolo che, ricordiamolo sempre, uno Stato vero e proprio ancora non ce l’ha.

OBAMA DIXIT

Il neo Presidente degli Stati Uniti ha forse scontato il fatto di non essere nel pieno possesso delle sue funzioni mentre il massacro era in atto. Tuttavia, un suo gesto è apparso particolarmente significativo all’indomani del suo insediamento alla Casa Bianca, ovvero la sua telefonata ad Abu Mazen, come a riconoscere l’immediata formalizzazione dell’interlocutore palestinese (escludendo Hamas), ma anche a sottolineare l’interesse per una soluzione negoziata. Certo, garantendo “la sicurezza di Israele, che ha il diritto all’autodifesa perché nessuna democrazia può accettare di essere colpita da missili”; e ancora “creando un efficace regime anticontrabbando per prevenire il riarmo di Hamas”. Certo, glissando sulle penose condizioni di vita alle quali Israele stessa obbliga i Palestinesi della Striscia di Gaza, chiudendoli di fatto in una riserva. Ma anche, più in generale, tendendo la mano al mondo musulmano (“Cerchiamo una nuova strada che ci faccia fare progressi basata su interesse e rispetto reciproco”) e inviando nella zona l’esperto George Mitchell con l’ordine di “cominciare ad ascoltare, perché troppo spesso gli Stati Uniti hanno cominciato col dettare le cose”.  L’idea è quella di rilanciare il piano di pace saudita, che prevede la creazione di uno stato palestinese entro i confini del 1967 e la normalizzazione dei rapporti tra Israele e i 22 Paesi Arabi e capire se permane intatta la ostilità israeliana a questa soluzione.

Occorrerà quindi vedere se, nei prossimi mesi, la tradizionale e salda partnership con Israele consentirà  a Barack Obama un approccio meno schierato rispetto al passato: è bene non dimenticare che in pieno conflitto l’unico paese ad astenersi nella richiesta di tregua da parte del Consiglio di Sicurezza della Nazioni Unite sono stati gli Stati Uniti d’America.

Ritiro dall’Iraq, chiusura di Guantanamo, pace durevole in Medioriente: molto lavoro da fare…

PERES DIXIT

Nel 1994 a Shimon Peres è stato assegnato il Premio Nobel per la pace  insieme a Yitzhak Rabin e Yasser Arafat. Con questa impegnativa premessa, risulta francamente difficile digerire l’analisi fatta dall’attuale Presidente della Repubblica di Israele: “Non ricordo una guerra così stupida ed illogica come questa scatenata da Hamas. E’ una guerra folle, causata da gente che non è nemmeno in grado di spiegare il motivo o lo scopo per cui ci spara addosso”. In un crescendo di apprezzamenti per quanto Israele ha fatto negli ultimi anni (“A Gaza non c’è più un singolo civile né militare israeliano, tutti i nostri insediamenti sono stati sgombrati”) arriva ad rivendicare la grande attenzione “a non mettere in difficoltà la vita della gente di Gaza”. Peres non dice come possano essere qualificati  l’embargo economico, la stretta dei valichi, la proprietà delle acque, il controllo del mare e dello spazio aereo, le limitazioni al passaggio degli stessi aiuti umanitari. Ma tant’è. Quanto alle operazioni di guerra, pur dolendosi delle vittime civili fa presente che i militari si trovano di fronte a un dilemma, “perché molti arsenali di Hamas sono stoccati dentro le case private”.

Peres ha spesso utilizzato un linguaggio imbarazzante, negando energicamente l’emergenza umanitaria e la possibilità di un prossimo cessate il fuoco: “Hamas ha bisogno di una lezione seria e noi gliela stiamo dando”. Giustificando addirittura il bombardamento di edifici ONU, è arrivato ad affermare che “Israele ha detto al Segretario Generale che alcuni edifici delle Nazioni Unite sono usati come protezione per attività terroristiche e gli ha chiesto di mettere fine a questo problema. Non è stato fatto. Hamas usa i bambini come scudi, nasconde i terroristi negli ospedali e le armi nelle moschee. Da quella scuola ci hanno sparato: è Hamas che non conosce le proporzioni. Nulla li ferma".  

Per queste  sue prese di posizione i deputati arabi del Parlamento israeliano hanno chiesto al Comitato di Oslo di revocargli la concessione del Premio Nobel per la pace.

HAMAS DIXIT

Il leader di Hamas a Gaza, Ismail Haniyeh,ha detto che l'operazione israeliana nella Striscia di Gaza è stata un fallimento e che il suo movimento ha riportato "una grande vittoria" contro lo Stato ebraico. La “vittoria” consiste in oltre 1.300 vittime palestinesi, di cui almeno un terzo bambini, e 5.430 feriti. La “vittoria” si completa con cinquemila edifici residenziali ridotti a macerie, diverse decine di edifici pubblici, una ventina di moschee e 18 scuole distrutte o gravemente danneggiate.

Va bene la propaganda, ma qui il limite dell’evidenza è macroscopico!

Pur prendendo atto della riduzione della Striscia di Gaza a “Bantustan” di tipo sudafricano, una sorta di riserva indiana, pur provando a sposare le ragioni di Hamas (che parlano di “reazione  alle violazioni israeliane) risulta impossibile comprendere come si possa anche solo pensare di ottenere significative modifiche della propria condizione attraverso lo stillicidio dei razzi Qassam. Come non si possa prevedere una reazione pari e superiore da parte dell’avversario. A meno di non considerare che il fine ultimo di Hamas sia quello di internazionalizzare il conflitto attraverso il vero e proprio (questo sì!) martirio della popolazione civile per indurre Iran e Siria all’intervento. Il che sarebbe ancora più aberrante.

Per Hamas parla la Carta costitutiva del movimento, la quale pregiudizialmente non riconosce l’esistenza di Israele nella terra di Palestina e ne auspica l’annientamento: “L’Ultimo Giorno non verrà finché tutti i musulmani non combatteranno contro gli ebrei, e i musulmani non li uccideranno, e fino a quando gli ebrei si nasconderanno dietro una pietra o un albero, e la pietra o l’albero diranno: 'O musulmano, o servo di Allah, c’è un ebreo nascosto dietro di me, vieni e uccidilo”

L'Unione Europea ha vincolato l’identificazione di Hamas come forza politica a tre princìpi, definiti dalla comunità internazionale: la rinuncia alla lotta armata, il riconoscimento del diritto di Israele ad esistere e il chiaro appoggio al  processo di pace , come  deciso in base agli Accordi di Oslo.

ABU MAZEN DIXIT

La figura del Presidente dell'Autorità Nazionale palestinese è quantomeno singolare e controversa: se più o meno tutta la Comunità internazionale lo indica come unico possibile interlocutore nel processo di pace, lui - all’interno dei territori - soffre di una crescente impopolarità, dovuta non solo all’evidente minor carisma rispetto ad Arafat, ma soprattutto agli insuccessi diplomatici e alla crisi di Fatah come forza politica alle prese con la gestione amministrativa dei territori.

Persa la Striscia di Gaza prima democraticamente (sconfitto alle elezioni) e poi militarmente (scontri da guerra civile nel 2007), vede come unica alternativa alla sua attuale debolezza la riconquista di Gaza, magari approfittando del recente conflitto. Non a caso infatti, pur essendo formalmente decaduto dalla carica il 9 gennaio, ha imposto che le elezioni presidenziali e quelle politiche debbano svolgersi insieme, ossia tra un anno. Ovvio che lui, nel frattempo, rimarrà al suoi posto, pur offrendo agli avversari la condivisione dei poteri: "L'unità nazionale è divenuta la cosa più importante" per i palestinesi. Ma Hamas ha già fatto sapere che da gennaio in poi riconoscerà Abu Mazen solo come «Segretario Generale di Fatah».

Ha qualificato come "una brutale aggressione" l’attacco israeliano e ha sospeso i colloqui di pace dopo il lancio dell’operazione “Piombo Fuso” . Ma ha addossato la totale responsabilità della guerra ad Hamas, accusato senza mezzi termini di aver violato il cessate il fuoco e di aver così portato alla distruzione di Gaza, fino ad affermare che il leader in esilio del movimento integralista, Khaled Meshaal, dovrebbe essere portato dinanzi al Tribunale di un altro Paese “per aver trascinato il suo popolo a questa distruzione”.  Ha invocato nuovamente un forza internazionale di interposizione, "necessaria nella Striscia di Gaza e non sulla frontiera con l’Egitto”, specificando che “ questa presenza è desiderata dai palestinesi anche in Cisgiordania perché il nostro popolo è oggetto di aggressioni continue da parte degli israeliani" e  ha infine ribadito che i Palestinesi continuano a credere a una soluzione del conflitto "sulla base dell’iniziativa araba che garantisce a Israele il riconoscimento dei Paesi arabi in cambio della pace".

L’ONU DIXIT

In pieno conflitto, il Consiglio di Sicurezza ha votato (con la sola astensione degli Stati Uniti, che volevano fosse dato maggior rilievo alle responsabilità di Hamas) una risoluzione che esigeva “un immediato e durevole cessate-il-fuoco, il pieno ritiro delle forze israeliane da Gaza”, condannando altresì “ogni violenza e ostilità dirette contro i civili e tutti gli atti di terrorismo”. E che esigeva, infine, che non fosse impedito “l’approvvigionamento e la distribuzione di assistenza umanitaria, compreso il cibo, carburante e cure mediche”.

La risposta non si è fatta attendere: il giorno stesso, gli aerei con la stella di David compivano non meno di 30 raid, mentre da Gaza partivano 14 razzi verso i territori israeliani di confine.

“Non ci riguarda” ha spiegato Hamas “Non siamo stati consultati in merito e non prende in considerazione il nostro punto di vista e gli interessi del nostro popolo”. Analoga la reazione del Ministro degli Esteri israeliano, Tzipi Livni: "Israele ha agito, sta agendo e agirà soltanto in armonia con le sue valutazioni, con le esigenze di sicurezza dei suoi cittadini e con il suo diritto all'autodifesa"

La storia si è ripetuta ancora una volta. Per quanto riguarda Israele, se non andiamo errati è la settantatreesima volta che ignora le Risoluzioni ONU. Hamas è una new entry, ma che cosa è Hamas, diplomaticamente parlando?

Occorre ribadirlo con forza: se ciò che le Nazioni Unite, seppur faticosamente, riescono a deliberare continua ad essere considerata dalle parti in causa come semplice esortazione, quasi una supplica, a che le parti stesse adottino determinati comportamenti, senza che il mancato adempimento non comporti alcuna conseguenza a livello politico e diplomatico, allora stiamo parlando del nulla.

 

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Il coraggio di Izzeldin

di Saverio (05/02/2009 - 23:36)




Il dottor Izzeldin Abu al Aish mentre
conforta sua figlia in un ospedale israeliano.







Erano in 25 persone, stipate nel suo appartamento, mentre il fragore delle esplosioni scuoteva Gaza. Otto figli, i fratelli i nipoti e le loro famiglie. Izzeldin Abu el Aish, medico ginecologo palestinese conosciutissimo in Israele e noto per le sue posizioni pacifiste stava comunicando via telefono con la TV israeliana Channel 10 quando la casa è stata centrata in pieno e in diretta si sono udite le sue grida disperate. I corpi di tre delle sue figlie e di una nipote sarebbero stati recuperati senza vita tra le macerie, mentre lui era si era precipitato in ospedale tenendo tra le braccia la quarta, Shada, di 17 anni.

Cosa può pensare un uomo colpito così pesantemente nei suoi affetti? Quanto odio ci aspetteremmo, quali invettive nei confronti di chi ha  violentato così brutalmente la sua vita?

E invece: “Questa tragedia rafforza la mia convinzione che la pace sia l’unica chance: la violenza non paga ed è il principio con cui ho cresciuto i miei ragazzi, spero che il loro sangue non sia sprecato e che sia l’ultimo”. Chiede solo spiegazioni, Izzeldin, vuole solo capire “come hanno potuto” fargli questo ma arriva a giustificare chi glielo ha fatto: “C’eravamo solo noi lì dentro, io e le mie figlie armate di pace, altro che cecchini. So che i soldati non hanno colpito apposta, ma ammettano che hanno sbagliato. Mi basta la verità”.

Commozione, solidarietà, riconoscenza e rispetto è quanto dobbiamo ad un uomo straordinario.

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Quanti altri morti, per sentirvi cittadini di Gaza?

di Saverio (15/01/2009 - 17:13)

Mustafā Barghūthī (1954) è un politico palestinese parente del più famoso Marwan Barghuthi detenuto nelle carceri israeliane.
Medico attivo nelle organizzazioni non governative, Barghūthī è il fondatore della Lista Palestina Indipendente, promossa in occasione delle elezioni legislative del 2006. Inoltre nel 2005, Mustafā Barghūthī forte del sostegno di associazioni, movimenti e del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestinasi candidò alle elezioni presidenziali, dove si posizionò alle spalle dell'attuale presidente Abu Mazen, ottenendo il 19,48% delle preferenze (tratto d Wikipedia)






Ramallah, 27 dicembre 2008

E leggerò domani, sui vostri giornali, che a Gaza è finita la tregua. Non era un assedio dunque, ma una forma di pace, quel campo di concentramento falciato dalla fame e dalla sete. E da cosa dipende la differenza tra la pace e la guerra? Dalla ragioneria dei morti? E i bambini consumati dalla malnutrizione, a quale conto si addebitano? Muore di guerra o di pace, chi muore perché manca l’elettricità in sala operatoria? Si chiama pace quando mancano i missili - ma come si chiama, quando manca tutto il resto?

E leggerò sui vostri giornali, domani, che tutto questo è solo un attacco preventivo, solo legittimo, inviolabile diritto di autodifesa. La quarta potenza militare al mondo, i suoi muscoli nucleari contro razzi di latta, e cartapesta e disperazione. E mi sarà precisato naturalmente, che no, questo non è un attacco contro i civili - e d’altra parte, ma come potrebbe mai esserlo, se tre uomini che chiacchierano di Palestina, qui all’angolo della strada, sono per le leggi israeliane un nucleo di resistenza, e dunque un gruppo illegale, una forza combattente? - se nei documenti ufficiali siamo marchiati come entità nemica, e senza più il minimo argine etico, il cancro di Israele? Se l’obiettivo è sradicare Hamas - tutto questo rafforza Hamas.
Arrivate a bordo dei caccia a esportare la retorica della democrazia, a bordo dei caccia tornate poi a strangolare l’esercizio della democrazia - ma quale altra opzione rimane? Non lasciate che vi esploda addosso improvvisa. Non è il fondamentalismo, a essere bombardato in questo momento, ma tutto quello che qui si oppone al fondamentalismo. Tutto quello che a questa ferocia indistinta non restituisce gratuito un odio uguale e contrario, ma una parola scalza di dialogo, la lucidità di ragionare il coraggio di disertare - non è un attacco contro il terrorismo, questo, ma contro l’altra Palestina, terza e diversa, mentre schiva missili stretta tra la complicità di Fatah e la miopia di Hamas. Stava per assassinarmi per autodifesa, ho dovuto assassinarlo per autodifesa - la racconteranno così, un giorno i sopravvissuti.

E leggerò sui vostri giornali, domani, che è impossibile qualsiasi processo di pace, gli israeliani, purtroppo, non hanno qualcuno con cui parlare. E effettivamente - e ma come potrebbero mai averlo, trincerati dietro otto metri di cemento di Muro? E soprattutto - perché mai dovrebbero averlo, se la Road Map è solo l’ennesima arma di distrazione di massa per l’opinione pubblica internazionale? Quattro pagine in cui a noi per esempio, si chiede di fermare gli attacchi terroristici, e in cambio, si dice, Israele non intraprenderà alcuna azione che possa minare la fiducia tra le parti, come - testuale - gli attacchi contro i civili.
Assassinare civili non mina la fiducia, mina il diritto, è un crimine di guerra non una questione di cortesia. E se Annapolis è un processo di pace, mentre l’unica mappa che procede sono qui intanto le terre confiscate, gli ulivi spianati le case demolite, gli insediamenti allargati - perché allora non è processo di pace la proposta saudita? La fine dell’occupazione, in cambio del riconoscimento da parte di tutti gli stati arabi. Possiamo avere se non altro un segno di reazione? Qualcuno, lì, per caso ascolta, dall’altro lato del Muro?

Ma sto qui a raccontarvi vento. Perché leggerò solo un rigo domani, sui vostri giornali e solo domani, poi leggerò solo, ancora, l’indifferenza. Ed è solo questo che sento, mentre gli F16 sorvolano la mia solitudine, verso centinaia di danni collaterali che io conosco nome a nome, vita a vita - solo una vertigine di infinito abbandono e smarrimento.
Europei, americani e anche gli arabi - perché dove è finita la sovranità egiziana, al varco di Rafah, la morale egiziana, al sigillo di Rafah? - siamo semplicemente soli. Sfilate qui, delegazione dopo delegazione - e parlando, avrebbe detto Garcia Lorca, le parole restano nell’aria, come sugheri sull’acqua. Offrite aiuti umanitari, ma non siamo mendicanti, vogliamo dignità libertà, frontiere aperte, non chiediamo favori, rivendichiamo diritti. E invece arrivate, indignati e partecipi, domandate cosa potete fare per noi. Una scuola? Una clinica forse? Delle borse di studio? E tentiamo ogni volta di convincervi - no, non la generosa solidarietà, insegnava Bobbio, solo la severa giustizia - sanzioni, sanzioni contro Israele.
Ma rispondete - e neutrali ogni volta, e dunque partecipi dello squilibrio, partigiani dei vincitori - no, sarebbe antisemita. Ma chi è più antisemita, chi ha viziato Israele passo a passo per sessant’anni, fino a sfigurarlo nel paese più pericoloso al mondo per gli ebrei, o chi lo avverte che un Muro marca un ghetto da entrambi i lati? Rileggere Hannah Arendt è forse antisemita, oggi che siamo noi palestinesi la sua schiuma della terra, è antisemita tornare a illuminare le sue pagine sul potere e la violenza, sull’ultima razza soggetta al colonialismo britannico, che sarebbero stati infine gli inglesi stessi? No, non è antisemitismo, ma l’esatto opposto, sostenere i tanti israeliani che tentano di scampare a una nakbah chiamata sionismo.
Perché non è un attacco contro il terrorismo, questo, ma contro l’altro Israele, terzo e diverso, mentre schiva il pensiero unico stretto tra la complicità della sinistra e la miopia della destra.

So quello che leggerò, domani, sui vostri giornali. Ma nessuna autodifesa, nessuna esigenza di sicurezza. Tutto questo si chiama solo apartheid - e genocidio. Perché non importa che le politiche israeliane, tecnicamente, calzino oppure no al millimetro le definizioni delicatamente cesellate dal diritto internazionale, il suo aristocratico formalismo, la sua pretesa oggettività non sono che l’ennesimo collateralismo, qui, che asseconda e moltiplica la forza dei vincitori.
La benzina di questi aerei è la vostra neutralità, è il vostro silenzio, il suono di queste esplosioni. Qualcuno si sentì berlinese, davanti a un altro Muro. Quanti altri morti, per sentirvi cittadini di Gaza?

 Articolo pubblicato su PeaceReporter

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Storia di una tregua violata (ovvero, quello che i media non dicono)

di Saverio (14/01/2009 - 23:09)





E così, con diabolica puntualità, Hamas avrebbe rotto la tregua in vigore da sei mesi riprendendo il massiccio lancio di razzi Qassam in territorio israeliano. Immediata e generalizzata la condanna a livello internazionale, immediato il riconoscimento del diritto di Israele a difendere con le armi la propria gente, salvo poi ammettere che la reazione è stata un tantino spropositata in termini di morti e di distruzioni, Ma, insomma, non bisogna guardare il pelo nell’uovo: la guerra è guerra e la responsabilità di tutto ciò che accade può essere con facilità scaricata con chi si è assunto sciaguratamente il compito di provocarla, cioè Hamas, colpevole pertanto anche di tutta la sofferenza inflitta al proprio popolo.
Tuttavia, fatta questa elementare e rassicurante analisi di cause ed effetti, una domanda dovrebbe sorgere spontanea in chi riesce a mantenere in allenamento il cervello (il che non è esattamente scontato, in tempi di appiattimento culturale e politico): ma come capperi può venire in mente a una organizzazione limitata nel numero degli aderenti e negli armamenti di provocare la scontata reazione di una delle più grandi potenze tecnologico-militari al mondo? Con quale strategia, con quale prospettiva bellica, ancorché politica?
Naturalmente, la risposta più semplice sarebbe quella di attribuire questa insana vocazione al martirio e al massacro al sempre provvidenziale fondamentalismo islamico, ovvero a un atteggiamento che non tiene pregiudizialmente conto degli effetti del proprio operare in nome della mistica bontà della causa che si sostiene. In fondo, quanti si sono fatti esplodere convinti di guadagnarsi un posto a fianco del loro Dio?
D’accordo, Hamas è anche questo. Ma forse il regno dei cieli può essere guadagnato anche con una vita retta, non obbligatoriamente con il suicidio.
Ed allora, il dubbio arriva: e se le cose non stessero esattamente come ce le hanno spiegate? Se ci fossero aspetti accuratamente celati alla opinione pubblica, aspetti in grado di spiegare che cosa ha portato all’esplosione dell’ennesimo conflitto mediorientale, andando oltre certe versioni “blindate”?
In fondo, non sarebbe la prima volta. Anzi, possiamo tranquillamente affermare che l’oscuramento della verità rappresenta da sempre la prima regola di chi intende portare avanti un conflitto. Magari accompagnandolo con una attenta campagna propagandistica.
Purtroppo, questa esigenza di verità fa i conti con una stampa nazionale ed internazionale che, salvo rare eccezioni, non fa altro che riportare pedissequamente ed acriticamente la versione del più forte.
Ivi compreso l’approfondimento politico, spesso di livello talmente basso da farci chiedere se certi illustri commentatori “ci sono o ci fanno” (e delle due non si sa cosa sia peggio), quasi che la situazione della Striscia di Gaza non avesse una storia e un presente sufficientemente complessi e comunque tali da raccomandare  cautela e non il ricorso a stucchevoli semplificazioni.
Ma tant’è: la disinformazione, tanto cara a questo sistema, si combatte con la ricerca e il confronto delle fonti, cosa oggettivamente ardua per la stragrande maggioranza della gente che – lo si comprende - ha ben altro da fare.
Con un po’ di tempo e voglia si potrebbe venire a sapere, ad esempio, che da quando Hamas ha vinto “democraticamente” (ci piaccia o no) le elezioni nel 2006 Israele ha attuato con continuità il ferreo blocco militare della Striscia di Gaza diretto a “mantenerla in una condizione di implacabile quarantena, impedendole di esportare e di importare, vietandone l’utilizzo del cielo e del mare, concedendo alla popolazione di uscire da questo ghetto solo con il contagocce e dopo pratiche burocratiche opprimenti ed umilianti, contribuendo a determinare quel grande fallimento economico che oggi i falchi di Israele mostrano come prova dell’incapacità dei Palestinesi di autogovernarsi” (Mario Vargas Llosa, copyright “El Pais”). Che tutto questo è aumentato nel periodo della cosiddetta tregua, durante la quale si sono inoltre sprecate le incursioni della security di Israele in territorio palestinese, condite con le ben note “uccisioni mirate” (ultima il 13 novembre scorso, con 6 vittime). Che Israele ha addirittura taglieggiato gli aiuti umanitari, limitando il passaggio di viveri e di medicinali.
Si potrebbe venire a sapere, soprattutto, che il progetto di Israele va ben oltre la semplice eliminazione del terrorismo e dei lanci di razzi, ma ha un respiro politico ben più ampio che tende alla realizzazione del piano Sharon per una creazione unilaterale di uno Stato palestinese inteso come una sorta di “Bantustan” di sudafricana memoria, una regione satellite ove sistemare una popolazione stracciona ed ostile e di renderla non più in grado di nuocere (Ezio Bonsignore, su Pagine di Difesa dell’8/01/09). E si potrebbe convenire che l’obiettivo finale di una guerra non improvvisata ma preparata da sei mesi sta proprio nella normalizzazione dell’area attraverso l’eliminazione di Hamas come forza politica ancor più che militare. “Piombo fuso” come terra bruciata, quindi, intorno a chi questo progetto osteggia.
Si potrebbe cioè dire, sicuri di essere tacciati per antisionisti, che di fatto la tregua l’ha violata Israele. In modo subdolo, strisciante, consapevole.
Tutto questo non giustifica il lancio dei razzi o eventuali attacchi terroristici condotti da Hamas che, anzi, non fanno che incoraggiare la riposta militare di Israele e condannare a sacrifici inumani la popolazione civile. Tutto questo non assolve la sua delirante deriva, la orrenda illusione di un futuro senza Israele, costi quel che costi (“Non un solo figlio di Israele può sfuggire alla guerra santa, né civili e neppure bambini”).
Tutto questo, naturalmente, non ostacola la sacrosanta richiesta di una tregua che ponga finalmente fine al massacro e alla lugubre contabilità di innocenti ammazzati.
Tutto questo, piuttosto, per ribadire che se si continua a leggere con gli occhiali sbagliati ciò che accade in quella martoriata area del medioriente, se si continua a non capire che Hamas è il risultato assolutamente prevedibile della politica di occupazione di Israele, della incapacità e della corruzione di Fatah e dei fallimenti della diplomazia internazionale e non della irrazionalità e della ignoranza di un popolo, allora vorrà dire che a questa guerra prima o poi ne seguirà un'altra e dell’idea ormai romantica di “due popoli, due stati” rimarranno solo macerie.
“Ho provato nausea ed indignazione per la miseria atroce, indescrivibile in cui i palestinesi languono senza lavoro, senza futuro, senza spazio per vivere, negli antri stretti ed immondi dei campi profughi  o in quelle città sommerse dalla spazzatura dove i topi scorrazzano sotto gli occhi pazienti dei passanti, le famiglie palestinesi condannate solo a poter vegetare, ad aspettare che la morte arrivi a mettere fine a una esistenza senza speranza, completamente inumana. Sono questi poveri infelici, bambini e vecchi e giovani, privati ormai di tutto ciò che rende umana la vita, condannati ad una agonia ingiusta come quella degli ebrei nei ghetti dell’Europa nazista, quelli che, ora, vengono massacrati dai caccia e dai carriarmati di Israele, senza che tutto ciò serva per avvicinare di un solo millimetro la sospirata pace” (Mario Vargas Llosa, copyright “El Pais”).

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(S)CARPE DIEM

di Saverio (17/12/2008 - 15:56)

Ormai, di Muntazer al Zaidi si sa tutto: che è scita, che ha 28 anni, che è corrispondente della TV irachena Al-Baghdidia, che vive in un monolocale con i manifesti di Che Guevara alle pareti. Che dopo il suo mirabile lancio della scarpa in direzione di Bush  è finito in cella di isolamento con un braccio rotto ed alcune costole fratturate, il viso tumefatto, una lesione a un occhio e forse una emorragia interna. Si sa, poi, che centinaia di avvocati, iracheni e non, si sono immediatamente offerti di difenderlo gratuitamente ritenendolo autore di un gesto da ascrivere “tra gli atti di resistenza all’occupazione illegale dell’Iraq da parte degli americani, quindi perfettamente legittimo”.
Si sa, inoltre, che una TV libanese ha dichiarato di volerlo assumere con decorrenza dal momento in cui ha lanciato le sue scarpe, che il mondo arabo ha inneggiato a lui come a un eroe, manifestando e elevando la scarpa a simbolo resistenziale, che tale simbolo sta travalicando i confini del suo Paese per giungere ovunque, Italia compresa (nello specifico, il lancio a Chiaiano contro i manifesti di Berlusconi). Si sa, ancora, che spopola sul web il gioco “Shock and awe” (letteralmente, “Colpo e paura”), che su Facebook è già nato il “Lanciatore di scarpe fan club” , che il video dello storico evento è stato visto su YouTube 600.000 volte in un giorno solo e che la satira internazionale sta andando a nozze, specie quando si ironizza che sì, il lancio di Muntazer non è stato precisissimo (complice l’agilità di Bush), ma che “allo Yankee Stadium avrebbe comunque fatto la sua figura”. E c’è anche chi non vedrebbe male questo tipo di lancio come disciplina olimpica.
Si sa, infine e più seriamente, che Muntazer ha orgogliosamente definito il suo un gesto “onorevole” che lo farà entrare nella storia e che per tale gesto rischia sino a 7 anni di galera. E che, come si dice, ha “colto l’attimo”, l’occasione che gli si è presentata per esprimere con un sensazionale valore simbolico l’indignazione sua e di un intero Paese.

Quello che a tutt’oggi ancora non si sa, che rende incerta la ricostruzione dell’accaduto e che comprensibilmente incuriosisce tutti i sinceri democratici è: ma le scarpe di Muntazer erano un 44 o un 42?

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Le scuse di Bush e le scarpe di Muntazer

di Saverio (15/12/2008 - 22:55)

A 40 giorni dalla fine del suo infausto soggiorno alla casa Bianca, George W: Bush si è confessato alla rete televisiva ABC: “Il più grande rimpianto di tutta la mia presidenza è certamente il fallimento dell’Intelligence sull’Iraq”. Ammettendo di aver dato ascolto alle “persone sbagliate” sulle armi di distruzione di massa in Iraq, il Presidente uscente ha riconosciuto di non essersi fatto trovare impreparato per la guerra, in quanto non l’aveva prevista. Insomma, Bush si scusa per aver sostenuto con accanimento accuse rivelatesi clamorosamente infondate. Si scusa, in una parola, della propria sprovvedutezza.
Chi ha buona memoria certamente ricorderà le lacrime del coccodrillo Colin Powell, già Segretario di Stato, il galantuomo che dopo aver drammaticamente agitato davanti al mondo intero la fialetta di antrace ha poi riconosciuto di aver raccontato panzane.
Ora tocca a Bush recitare il mea culpa. Abitualmente, è buona norma accettare il rammarico di chi riconosce i propri errori. Abitualmente. Ma, in questo caso, le cose stanno un po’ diversamente: oltre che all’opinione pubblica internazionale, queste scuse dovrebbero essere rivolte alle centinaia di migliaia di vittime civili irachene, agli oltre 4.000 soldati USA caduti in questa guerra, ai 248 morti della coalizione internazionale, alle centinaia di amputati e alle migliaia di feriti, ai 400.000 profughi interni e al milione e seicentomila iracheni che hanno lasciato il Paese dal 2003. Occorrerebbe che le scuse fossero accettate dalle diverse decine giornalisti morti nell’esercizio del loro lavoro, dai 135 militari USA suicidatisi in zone di guerra e alle migliaia di veterani che lo hanno fatto in patria. Le scuse andrebbero accolte anche dai 52.000 soldati affetti da stress post traumatico in conseguenza della guerra e da un quinto di quanti, di ritorno dall’Iraq, soffrono di gravi forme depressive. Andrebbero accolte, infine, anche dai contribuenti americani, ai quali il conflitto costerà – come rivela il premio Nobel dell’Economia Joseph Stiglitz - almeno 3.000 miliardi di dollari, oltre ai 600 miliardi necessari per l’assistenza medica e per i risarcimenti alle famiglie dei caduti.
Insomma, scuse abbastanza impegnative. Molto impegnative. Troppo impegnative.
Sì, è assai improbabile che le atrocità e le sofferenze dispensate in abbondanza da Bush e dal suo spregiudicato staff possano trovare comprensione. Anzi,  è molto più ragionevole pensare che la condanna, l’indignazione e l’invettiva rimangano l’unica risposta a quanto è stato fatto in nome della lotta al terrorismo. Esattamente ciò che ha voluto esprimere il reporter iracheno Muntazer al Zaidi lanciando letteralmente le sue scarpe contro George W. che magnificava i risultati della normalizzazione in Iraq. D’accordo, non lo ha colpito ma in fondo non era importante: abbiamo appreso che nella tradizione araba questo lancio identifica un profondo disprezzo nei confronti del destinatario. La migliore risposta alle scuse irricevibili, una risposta misura 42.

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Segnali di Dicembre

di Saverio (23/11/2008 - 00:22)

-“C’è Mark Covell, il giornalista inglese, che trema impercettibilmente e pensa alla sua milza che non c’è più, ai denti tutti rotti, ai polmoni danneggiati, al coma durato settimane e intanto gli occhi gli si riempiono di lacrime. C’è Lena, senza più un polmone,, che guarda fissa davanti a sé e chiede in tedesco spiegazioni a chi non la può capire. C’è Daniel che si massaggia le cicatrici sulla testa e ammutolisce” (Paolo Colonnello, su La Stampa del 14/11/08).

A sette anni e due mesi dai fatti, dopo quattro anni di processo e duecento udienze si è concluso a Genova il processo per l’irruzione alla scuola Diaz del 21 luglio 2001, che terminò con 93 persone arrestate illegalmente e 61 ferite in modo più o meno grave. Dei 29 funzionari di polizia imputati ne sono stati condannati solo 13, dei 110 anni di carcere complessivamente richiesti ne sono stati comminati solo 36. Di fatto, è stato smontato l’impianto accusatorio, scaricando le responsabilità di quanto accaduto su alcuni autori materiali delle violenze, in sostanza il comandante del settimo nucleo del primo reparto mobile di Roma, Vincenzo Canterini, e i suoi uomini. Assolti per non aver commesso il fatto tutti vertici della Polizia di Stato, tra i quali Francesco Gratteri , Giovanni Luperi, Gilberto Caldarozzi e Spartaco Mortola, nel frattempo rigorosamente promossi a nuovi e più prestigiosi incarichi.

Abitualmente, chi si occupa di diritto si rifugia nell’attesa di conoscere le motivazioni della sentenza prima di esprimere un commento approfondito. Crediamo che in un caso come questo, di fronte a clamorose evidenze e a inoppugnabili ricostruzioni probatorie anche chi si occupa di diritto non possa fare a meno di esprimere il proprio sdegno per l’esito del processo e unirsi al grido che è uscito spontaneo in aula: vergogna!

Vergogna per l’oltraggio del massacro di 93 cittadini inermi e la beffa del loro successivo arresto per appartenenza a una organizzazione internazionale “finalizzata alla devastazione e al saccheggio”, salvo successivo parere contrario della magistratura. Vergogna per la ricostruzione totalmente falsa dell’accaduto e gli improbabili verbali.

Vergogna per l’atteggiamento processuale tenuto dagli imputati che si sono avvalsi della facoltà di non rispondere, ma soprattutto dai massimi vertici della Polizia, totalmente omertosi e non collaborativi, chiusi a riccio a difesa del proprio diritto all’impunità. Al punto di non aver voluto neppure fornire i nominativi dei partecipanti (erano 270) all’irruzione ed ostacolato i riconoscimenti.

Vergogna per un giudizio che riduce una delle pagine più indecenti nello scempio del diritto nella storia della Repubblica  a una azione di un gruppo di esaltati che è andato oltre il lecito; che avalla la stupefacente tesi in base alla quale un  evento di tale gravità è avvenuto senza indicazioni da parte dei superiori e senza il necessario controllo.

Vergogna per l’assoluzione di una cultura repressiva che ancora attribuisce a certi apparati dello stato  una sorta di impermeabilità alla democrazia, alla giustizia e che li relega a corpi estranei ed ostili alla convivenza civile.

Vergogna per l’indisponibilità dei vertici dello Stato a ripudiare il blitz alla Diaz come indegno di un regime democratico e vergogna, infine, per il fatto che nessuno dei 28 condannati nei processi Diaz e Bolzaneto è stato rimosso dall’incarico.

Chiunque abbia seguito la vicenda della scuola Diaz sa che si è trattato di una azione decisa e programmata dai massimi vertici della Polizia presenti a Genova durante il G8 per cercare di rimediare a un bilancio disastroso per l’ordine pubblico . Ma, evidentemente, la ricerca delle responsabilità ha percorso un’altra strada.

-La vittoria di Barack Obama alle elezioni presidenziali americane ha scatenato in tutto il mondo reazioni di entusiasmo praticamente unanimi: da destra a sinistra, dal conservatore al progressista, dagli ultimi ai primi l’evento è stato salutato come straordinaria speranza di cambiamento per l’intero pianeta. Chi per convinzione e chi per convenienza, naturalmente. Ma certo la clamorosa affermazione di un afroamericano, per di più con programma elettorale di rottura nei confronti della sciagurata presidenza Bush, non è cosa da poco e merita quantomeno la concessione della prova dei fatti. Staremo a vedere, nei prossimi anni, se Obama riuscirà realizzare i suoi propositi sulla sanità garantita a tutti gli americani, sul risparmio energetico e la riduzione dell’80% delle emissioni di CO2 entro il 2050, sulla tutela dei risparmiatori aggrediti dai costi impazziti dei mutui, sui tagli al bilancio della difesa, sulla introduzione di leggi più severe per l’acquisto e la detenzione di armi, sull’aborto, unioni civili e ricerca sulle cellule staminali. Per quello che qui in specifico interessa, staremo a vedere cosa combinerà ( o meglio, cosa gli consentiranno di fare) in materia di politica estera, soprattutto nell’area mediorientale dove più acute sono le crisi.

Il “nuovo corso” prevederebbe innanzitutto un diverso approccio con l’Iran, attraverso un suo coinvolgimento nella soluzione delle crisi regionali, specie in Afghanistan, sulla base dell’interesse comune a che non prevalgano regimi retti da sunniti estremisti. Ma anche attraverso il rilancio di una politica negoziale riguardo il nucleare e l’utilizzo della tecnologia collegata in quel  Paese. Quanto all’Iraq, è nota da tempo la contrarietà di Obama alla guerra scatenata dal suo predecessore ed è ormai notizia ufficiale il ritiro graduale delle truppe d’occupazione entro la fine del 2010. Ciò nella consapevolezza che la partita vera gli Stati Uniti la giocano in Afghanistan, passando per un Pakistan al quale verrà chiesta (chiesta?)  libertà di movimento e di azione per le truppe. E anche qui utilizzando una nuova strategia, diretta a sollecitare il dialogo mediante una sorta di riedizione della strategia irachena (cosiddetta dottrina Petraeus, generale già responsabile delle forze americane in Iraq) ovvero il coinvolgimento delle centinaia di tribù presenti nel Paese che dovrebbero fornire milizie di sostegno alla guerra ai Talebani, in grado di garantire sicurezza a livello di distretti e alle infrastrutture e reti viarie. Il tutto formalmente guidato dal governo afghano, anche se – di fatto – pilotato dal Pentagono. Una strategia che non esclude neppure il dialogo con gli elementi “moderati” dei Talebani (ammesso che ne esistano), con il fine dichiarato di pervenire alla cattura di Osama bin Laden e con la consapevolezza di chi ha finalmente compreso l’impraticabilità dell’idea di trasformare un Paese tribale in una moderna democrazia di tipo occidentale.

Resta il fatto che, ad ogni buon conto, verrà rafforzata la presenza militare americana nel paese (da 3.500 a 10.000 uomini), che il rischio di un conflitto tra etnie resta e che poco o nulla viene detto sulla necessità di porre fine alla mattanza di civili e alla distruzione del territorio.

Siamo e saremo sempre gli Stati Uniti d’America”, ha esclamato Obama nel suo primo discorso da neo Presidente. Starà a lui mostrare come.

-E ad Obama si è rivolta puntualmente Amnesty International, sollecitando una chiara inversione di tendenza al fine di rimediare “ai danni provocati, in casa e all’estero, dalle azioni illegali portate avanti dagli USA in nome della sicurezza nazionale” e ribadendo la centralità del rispetto dei diritti umani. In tal senso, Amnesty chiede alla nuova amministrazione nei primi 100 giorni dall’insediamento di:

*Annunciare un piano e una data di chiusura del centro di detenzione di Guantanamo Bay;

*Emanare un ordine esecutivo che metta al bando la tortura e gli altri maltrattamenti così come definiti dal diritto internazionale e che sia applicabile a tutti i funzionari USA;

*Garantire l’istituzione di una commissione indipendente che indaghi sugli abusi commessi dagli USA nella guerra al terrore.

Saremo pessimisti, ma è probabile che anche ad Amnesty International Obama dirà “Siamo e saremo sempre gli Stati Uniti d’America”…..

-Una notizia buona e una cattiva. Abitualmente, si inizia da quella cattiva: come è noto, il governo ha deciso l’invio in Afghanistan di 4 cacciabombardieri Tornado. Come ha brillantemente già avuto modo di precisare il Ministro La Russa, “gli aerei serviranno non per bombardare, ma per osservare”. Curioso utilizzo per degli incursori, ma tant’è. Il fatto è che questa operazione ha un costo di circa tre milioni di euro e il Ministero della Difesa non li ha. E allora? La pensata non è esattamente da finanza creativa ma, come dire, fa di necessità virtù. Al ministero della Pubblica Istruzione verranno sottratti 2.457.000 di euro, a quello dell’Università e della Ricerca 985.000. Vedremo se l’operazione andrà in porto e come. Anche perché il PD, che ha sollevato l’intenzione del governo di distrarre questi fondi, si è affrettato a precisare di non essere contrario all’invio dei Tornado.

La notizia buona, almeno per gli irriducibili antimilitaristi, è che per il 2009 il bilancio della Difesa italiano è destinato a calare. Addirittura 1,1 miliardi di euro in meno del 2008 (-6,9%). Naturalmente, è difficile pensare che questo ridimensionamento possa riguardare i sistemi d’arma e l’ammodernamento dell’arsenale militare. Ed infatti, come in tutti gli altri settori della spesa pubblica, si taglierà sul personale e sull’addestramento. Nei prossimi quattro anni i 190.000 militari italiani verranno ridotti a 141.000, ricorrendo ad ampi prepensionamenti e a una diminuzione significativa a comandi, unità territoriali, scuole ed altre strutture Quanto alle esercitazioni, l’esercito ne potrà svolgere 2.880 a fronte delle 7.500 del 2008 , la Marina avrà 29.800 ore di moto contro le 45.000 del 2008 e l’Aeronautica potrà effettuare 30.000 ore di volo a fronte delle 90.000 del 2008.

-Al Senato infuria la polemica sugli emendamenti proposti dalla Lega Nord al Disegno di Legge sulla sicurezza. Pensare che gente di questo calibro siede al governo del Paese (e, nel caso specifico, proprio al Ministero dell’Interno) fa venire i brividi. Dunque, in libera successione: blocco per due anni di tutti gli ingressi legali degli extracomunitari, ovvero quelli che si autorizzano ogni anno con il c.d. decreto flussi (lo scorso anno via libera per 170.000 persone); elezione di domicilio da parte dei barboni (ma se sono, appunto senza casa?); allungamento del fermo di polizia senza convalida del magistrato da 24 a 48 ore (ritorno al passato); obbligo dei medici di denunciare i pazienti extracomunitari che siano clandestini (ovvero, abolizione dell’art.35 del Testo unico sull’immigrazione), con il rischio lapalissiano che la clandestinità favorisca la diffusione incontrollata delle malattie infettive; anzianità di residenza di almeno 10 anni per gli stranieri residenti in Italia per accedere ai bandi per le case popolari; prestazioni sanitarie a pagamento per gli immigrati irregolari, comprese quelle del pronto soccorso. Infine, ed è la classica ciliegina sulla torta, il “permesso di soggiorno a punti”, come per la patente. In attesa di sapere le modalità di applicazione, ci auguriamo naturalmente che siano previsti corsi di recupero.

Ironia a parte, questa è gente pericolosa (la Lega, si intende..), che è pronta a mettere in discussione persino il diritto alla salute e che non esita a voler tramutare in legge ogni peggior grumo di demagogia e di intolleranza,. Più che alla opposizione, è alla società civile che spetta di fermarla.

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Se questo è un Premier

di Saverio (23/11/2008 - 00:16)


Dichiarazione di Silvio Berlusconi a Smirne, 12/11/08: “Diciamolo chiaro: vi sono state delle provocazioni alla Federazione Russa con il progetto di collocare missili in Polonia e Repubblica Ceca, il riconoscimento unilaterale del Kosovo e poi ancora l’accelerazione del processo di entrata di Ucraina e Georgia nella NATO”. Come? Prego? Un rovesciamento delle posizioni italiane su scudo stellare e sulla futura ricomposizione dell’Alleanza Atlantica? Tranquilli, siamo noi che continuiamo a non capire. O che, come spesso accade, equivochiamo.

E infatti, dichiarazione di Silvio Berlusconi a Washington, 13/11/08: ”Non ho mai detto che lo scudo antimissile americano è una provocazione, ho solo detto che così viene percepito da Mosca, ho espresso la posizione dei Russi”. Che, come è noto, non possono esprimersi autonomamente, parlano una strana lingua incomprensibile ai più. E conclude: “Sono convinto che gli USA abbiano il diritto a difendersi da ciò che ritengono sia una minaccia alla loro sicurezza”. E ha modestissimamente proposto di fungere da mediatore tra le due potenze perché “Nessuno come me può far avvicinare Obama e Medvedev”.

Un saltimbanco come Primo Ministro. Accidenti!

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Berlusconi, la vittima

di Saverio (23/11/2008 - 00:09)

Durante la trasmissione di un noto programma di approfondimento (?) politico, condotto da un giornalista di origini sarde che invita sempre gli stessi ospiti (insomma…Ballarò) è giunta una telefonata di Silvio Berlusconi. Il “nostro” è solito intervenire quando agli attacchi di una sinistra (quale?) becera ed incivile ha passato a suo giudizio il segno. Ed allora, di fronte alla supponenza di un Epifani che si  permetteva di obiettare sull’operato del governo in tema di diritti sindacali, di contratti e di provvedimenti economici a tutela del potere d’acquisto ( si parlava, in specifico, della convocazione a cena dei segretari di CISL e UIL, Bonanni e Angeletti e della contestuale esclusione di Epifani stesso) non ce l’ha fatta più e come un fiume in piena ha ribadito le sue ragioni. E, improvvisamente, sono stato folgorato sulla via di Damasco (o di Arcore, se si preferisce): ebbene, Berlusconi non è un’ipocrita, non è un presuntuoso, non è un arrogante, non è un decisionista. E’ una vittima. Dal suo punto di vista, naturalmente.

La dimostrazione lampante la si è avuta quando, sdegnato ed offeso, ha urlato a uno stralunato Epifani “Non ho bisogno della sua autorizzazione per invitare qualcuno!”, riferendosi alla gradevole pausa serale con gli altri due leader sindacali (e da loro simpaticamente negata). Lui è una vittima perché il suo modo di intendere il ruolo del capo del governo è quello del padrone di una azienda. Lui ha il diritto di chiamare chi vuole, cosa mai può interessargli il dovere istituzionale, il rispetto degli interlocutori politici e sindacali, la doverosa cautela di chi ha il compito di mediare tra le parti? In fondo, quando ha portato o giocatori brasiliani del Milan al cospetto di Lula, chi era? Presidente del consiglio o proprietario di una squadra di calcio? Tutti e due, naturalmente. E gioiosamente. Lui è il padrone ed applica questo concetto alla politica. D’altra parte, le frotte di cortigiani di cui si circonda non fanno che confermarglielo. Semmai, siamo noi a non voler capire. Mentre lui, superata l’arrabbiatura, si diverte facendo “cù-cù” ad  Angela Merkel. Mitico.

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Segnali di Ottobre

di Saverio (03/10/2008 - 23:54)


Sono flash d’agenzia, anonimi trafiletti lato pagina, dichiarazioni di poche righe, reportage senza data, giusto per riempire mezza pagina, oppure – se va bene – notizie date con un qualche risalto ma mai più riprese. Sono quelle informazioni scomode, presto dimenticate, da non sottoporre più di tanto alla attenzione del lettore e per questo da riporre nei polverosi archivi della politica. Rintracciarle è un lavoro da certosino, ma ogni tanto varrebbe la pena farlo.

-Li aveva istituiti la Legge n.40/98 (c.d. “Turco/Napolitano”), li aveva modificati, eccome, la Legge n.189/2002 (c.d. “Bossi/Fini”) ed ora li ha definitivamente celebrati il Ministro dell’Interno, Roberto Maroni. Parliamo dei Centri di Permanenza Temporanea (CPT) ora rinominati CIE, Centri di identificazione ed espulsione. La libera enciclopedia Wikipedia li definisce come strutture per tutti gli stranieri "sottoposti a provvedimenti di espulsione e o di respingimento con accompagnamento coattivo alla frontiera non immediatamente eseguibile", utili trattenere persone in attesa di un'espulsione certa. Una grande novità nell’ordinamento italiano: prima non era mai stata prevista la detenzione di individui a seguito della violazione di un semplice illecito amministrativo (quale il mancato possesso di un documento). Pur non essendo una invenzione italiana (sono uno strumento diffuso in tutta Europa in seguito all'adozione di una politica migratoria comune con gli accordi di Schengen del 1995), questi Centri sin dal loro nascere hanno scatenato giustificate polemiche che hanno investito in primo luogo la loro fisionomia da veri e propri campi di prigionia, con tanto di mura, sbarre e filo spinato, a garanzia di una detenzione amministrativa definita opportunamente “abominio giuridico”. Una detenzione che fa i conti con il sovraffollamento, alloggi inadeguati, condizioni igieniche carenti, inadeguatezza dell’assistenza medica, specie psicologica, assenza di informazione legale, uso della violenza e autolesionismo, mancanza di separazione tra ex carcerati, lavoratori irregolari e semplici clandestini. Tutti aspetti denunciati negli ultimi anni dai rapporti di Amnesty International, Medici senza Frontiere e, più recentemente, dal Rapporto di Staffan De Mistura, ambasciatore ONU appositamente incaricato dal precedente Ministro dell’Interno Amato.

Pur nella complessità della problematica, che non può evidentemente essere risolta dal semplice smantellamento di questi Centri ma che certo ne esige una radicale revisione, le statistiche qualcosa ci dicono e cioè che attualmente la percentuale delle persone espulse tramite queste strutture non supera il 4% (trascorsi i termini di detenzione, infatti, i clandestini vengono posti in libertà con una intimazione a lasciare il Paese raramente rispettata. Almeno sino a quando l’immigrazione clandestina non diventerà in sé un reato…). E se da un lato il buon senso ci suggerisce che mettere insieme ex detenuti, persone bisognose di protezione sociale, colf e badanti irregolari, richiedenti asilo politico e rifugiati, persone che hanno perso il lavoro è una soluzione sbagliata, illogica e demagogica, dall’altra la politica della accoglienza (ma anche del contenimento migratorio) dovrebbe suggerire il potenziamento dei centri di primo soccorso dei migranti irregolari, l’analisi dei casi e, comunque, la previsione di un tempo di permanenza breve e strettamente necessario alla definizione delle posizioni giuridiche individuali.

La Turco/Napolitano prevedeva un tempo di detenzione di 20 giorni estendibili a 30, la Bossi/Fini da 30 a 60. Il pacchetto sicurezza del Ministro Maroni ha innalzato questo tempo sino a un massimo di 18 mesi in caso di rischio di fuga, di mancata collaborazione e indisponibilità dei documenti. Ovvero, i casi più frequenti.  Di fronte al completo fallimento della legge vigente, creata per far fronte all’immigrazione clandestina e che, invece, ha visto al 1° settembre di quest’anno lo sbarco di 23.604 stranieri contro i 14.236 del 2007 e i 15.999 del 2006, il “nostro” ha ritenuto prioritaria la realizzazione di altri 10 CIE da aggiungersi ai 13 già esistenti, per una spesa di 30-40 milioni di euro, già stanziati per decreto.

-Le avvisaglie erano chiare fin dal dopo elezioni: la strategia italiana in Afghanistan stava per cambiare. Dopo la repentina modifica dei “caveat”, ovvero dei limiti imposti dalla politica all’utilizzo dei contingenti militari, che aveva portato i tempi di risposta alle richieste alleate di supporto militare in tutto il Paese da 72 a 6 ore, ecco l’annuncio dell’arrivo a metà ottobre di quattro Tornado. Gli aerei serviranno ovviamente non per bombardare, ma per osservare”, ha dichiarato il Ministro della Difesa La Russa, dimostrando una eccezionale impermeabilità al senso del ridicolo. Come è noto, infatti, i Tornado sono cacciabombardieri tipicamente da attacco, neanche semplici aerei intercettori, che “parteciperanno alle attività di copertura dei nostri soldati e degli alleati”, si è prontamente contraddetto il Ministro.

C’è chi, da sinistra, ha denunciato il vero e proprio salto di qualità dell’Italia all’interno del coinvolgimento nella polveriera Afghanistan. C’è chi, dal Partito Democratico, si chiede e chiede se l’invio di questi aerei presupponga un cambio di obiettivi e di impegni per il nostro contingente, invitando il governo a riferire in Parlamento.

In attesa di sapere ufficialmente ciò che già sappiamo, ovvero che siamo in guerra, accontentiamoci di registrare che la spesa per l’invio e l’utilizzo dei Tornado sarà di 13 milioni di euro al mese. Sperando che non ce ne abbattano, visto quello che costano!

-Con la morte di Amos Lucchini e di Andrea Orsetti salgono a 168 i militari italiani vittime dell’uranio impoverito presente nei proiettili di artiglieria, per un totale di 2.538 casi clinici rilevati. Ufficiosamente e non ufficialmente, perché dai primi casi di tumore al sistema emo-linfatico riscontrati a soldati che hanno operato in Bosnia e in Kosovo nessuna istituzione e, tantomeno, le due relazioni della Commissione Mandelli istituita nel 2000 hase sparse in zone densamente popolate, le particelle di uranio impoverito possono provocare un'esposizione cronica continua, sulla quale tuttavia “non esistono ricerche scientifiche attendibili”. E, comunque, bonificare i territori bombardati è quasi impossibile, perché l'uranio si disperde in polvere finissima inquinando le falde acquifere, i terreni coltivabili, l’atmosfera. ritenuto di collegare con certezza la tossicità di questo metallo pesante con le patologie riscontrate. Ciò pur nella consapevolezza che,

Poco importa se in Iraq e in Bosnia, luoghi di massiccio impiego di uranio impoverito, i tumori in questi ultimi anni sono cresciuti rispettivamente del 120% e del 400%.. E poco importa se la Commissione per i diritti umani delle Nazioni Unite ha condannato l'uso di queste armi sin dal 1996 e ha chiesto (risoluzione 1997/36) al Segretario Generale un'inchiesta che riconosca che i proiettili all'uranio impoverito sono armi di distruzione di massa, con effetto indiscriminato, vietate dalle convenzioni internazionali.   

In questa sospetta italica fuga dalle responsabilità, ci sembra significativa l’interrogazione parlamentare di alcuni senatori del PD, che hanno richiesto al Ministro La Russa di riconoscere la causa di servizio e gli indennizzi ai militari colpiti da malattie legate all'esposizione all'uranio impoverito in tutti quei casi in cui l'amministrazione militare non sia in grado di escludere un nesso di causalita' tra gli agenti patogeni e la patologia.

 -Chissà se i vecchi e incanutiti pacifisti se le ricorderanno: dopo Comiso, sede designata dei missili a testata nucleare Cruise puntati verso l’Est europeo ai tempi della guerra fredda, veniva Sigonella. Base Nato la prima, base americana la seconda. Ma se dopo il crollo dell’Unione Sovietica Comiso è stata riconvertita in aeroporto civile, Sigonella ha mantenuto la sua originaria funzione di avamposto americano nel Mediterraneo. Semplicemente, non se ne parla più. Forse ora che è stata candidata ad ospitare il sistema di sorveglianza terrestre AGS per conto della NATO qualcuno se ne accorgerà, non fosse altro che per il fatto che si tratta della realizzazione del centro operativo e di manutenzione dei velivoli Global Hawk, ovvero aerei senza pilota la cui funzione primaria è quella di spiare il fronte nemico, individuare gli obiettivi ed infine dirigere gli attacchi e i bombardamenti. Per fare questo, lo stanziamento per i prossimi tre anni, già concesso dal Congresso USA, è di 26 milioni di dollari, necessari per realizzare hangar e officine, pavimentare l'area di arrivo e di stazionamento degli aerei, istituire una "forza di protezione/antiterrorismo",  migliorare i sistemi di comunicazione. Con questo potenziamento, Sigonella si conferma così una base di fondamentale importanza strategica per la NATO, ma soprattutto per gli USA, per rafforzare il controllo sull’area mediorientale e del Corno d’Africa e per garantire al Corpo dei Marines flessibilità e rapidità d'intervento negli scacchieri di guerra. Una operazione che si sta rivelando un affare da 300 milioni di euro per chi si aggiudicherà l’appalto per la costruzione di centinaia di villette a schiera e di un numero imprecisato di residence destinati ad ospitare i complessivi 6.800 cittadini statunitensi. Un megacomplesso residenziale con un volume di 670.000 metri cubi di costruzioni, addirittura superiore a quello previsto per il Dal Molin di Vicenza. Il tutto su un’area di 91 ettari di rigogliosi aranceti, già vincolati a area naturalistico-paesaggistica da un Piano regolatore  del Comune di Lentini evidentemente assai flessibile.

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All'inizio era "Tutti": storia di una mucca

di Saverio (03/10/2008 - 23:34)

Quando l’inviato del Times di Londra, Paul Heiney, propose al suo giornale di sostenere il progetto per acquistare una mucca gravida e spedirla in Uganda, in molti lo presero per matto. “Quei selvaggi se la mangeranno viva”, fu il commento più feroce. Ma lui non mollò e la sottoscrizione tra i lettori portò nel 1988 la mucca “Tutti” nel villaggio di Ngungulo. In pochi giorni, gli abitanti compresero che quell’animale poteva cambiare la loro vita e rivoluzionare il ciclo economico della loro piccola comunità. In quell’area fece per la prima volta la sua comparsa il latte, che integrò notevolmente la misera dieta di bambini ed adulti e consentì una preziosa vendita per la parte che avanzava. Il letame prodotto servì per concimare abbondantemente i campi, raddoppiando la produzione di banane e permettendo la crescita di svariati ortaggi. E alla nascita del primo vitello si capì sino in fondo l’utilità del percorso che si era iniziato. L’arrivo del toro da monta Jacob fece il resto, consentendo una maggiore diffusione dell’allevamento e migliorando sensibilmente la qualità della vita dei residenti. Il circolo virtuoso era stato innescato.Sono passati venti anni e le regole della ancora attuale campagna “Send a cow” (Spedisci un mucca) sono semplici e precise: il primogenito di ogni mucca ricevuta in dono deve essere obbligatoriamente regalato a una famiglia che non ne possiede e la bestia va consegnato a una madre di famiglia e non al marito, poiché si ritiene che le donne siano più affidabili nella gestione dei beni e dell’economia famigliare.

In un Paese dove l’aspettativa di vita si ferma a 47 anni e dove ogni famiglia ha in media 7 figli, un dono intelligente può cambiare veramente le cose.

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Segnali di Settembre

di Saverio (24/08/2008 - 15:24)

-La dissoluzione dell’impero sovietico e la conseguente nascita di Stati e Staterelli indipendenti continua, a distanza di anni, a contrapporre interessi e a configurare scenari in costante evoluzione. Soprattutto, a mietere vittime.
Non sfugge a questa perversa dinamica il conflitto militare che per alcuni giorni ha messo di fronte Russia e Georgia e che ha portato prepotentemente alla ribalta le contraddizioni presenti nella zona caucasica, alle prese con istanze autonomiste, piani strategici ed ingombrante presenza occidentale. E che ha fatto comprendere come la posta in gioco sia assai complessa.
Le ragioni dello scontro vengono da lontano, ovvero dalla divisione dopo il 1989 della regione dell’Ossezia in una parte nord (in territorio russo) e di una parte sud (assegnata alla Georgia). Divisione mai accettata dalla popolazione russofona del sud, al punto da generare una lotta separatista armata appoggiata dalla Russia che portò, più o meno 12 anni fa, alla proclamazione unilaterale e mai riconosciuta dalla comunità internazionale della repubblica dell’Ossezia del Sud alla quale, di lì a poco, sarebbe seguito anche il distacco della regione dell’Abkhazia dalla Georgia. Che, comprensibilmente, non ha mai accettato questa riduzione della propria sovranità nazionale, anche perché nella zona, seppur minoritari, esistono diversi insediamenti georgiani. Ma tant’è: la Russia ha continuato nella sua opera di annessione informale, concedendo addirittura a Osseti del Sud e ad Abkhazi il passaporto e rimarcando la propria presenza con collaborazione militare e presidi. L’improvvido e velleitario tentativo di Tblisi di recuperare con le armi quei territori ha di fatto scatenato la reazione della Russia che, probabilmente, non aspettava altro.
Questi i fatti scatenanti “evidenti”. Per elencare quelli non dichiarati occorrerebbe molto inchiostro, ma è possibile quantomeno accennarli dando prima di tutto per scontata la posizione di influenza che la Russia rivendica per sé nella zona. Partendo, quindi, dalla questione energetica:  dalla Georgia transiterà un nuovo oleodotto (attualmente in fase di realizzazione) che porterà il petrolio e forse persino il gas estratti nel Mar Caspio al porto turco di Cehyan e da qui in Europa. Progetto che minaccia il ruolo di leader nel settore esercitato dalla Russia e che, guarda caso, è finanziato in gran parte da imprese europee e americane, prima tra tutte il colosso inglese British Petroleum.
Continuando con l’affare multimiliardario del contrabbando, gestito dal regime separatista osseto, ma anche dalla mafia russa e da certi vertici militari, che si arricchiscono con un commercio illegale di sigarette, benzina e vodka in grado di danneggiare pesantemente l’economia georgiana.
E finendo con la richiesta avanzata dalla Georgia di entrare a far parte della Nato, liberandosi certo dall’abbraccio soffocante di Mosca, ma posizionando contestualmente una potenziale minaccia ai confini dell’ingombrante vicino.
“Perché il Kosovo può secedere dalla Serbia tra gli applausi e noi non possiamo secedere dalla Georgia, sebbene la maggioranza assoluta della nostra gente voglia questo?”, chiedeva polemicamente il rappresentante osseto a Mosca. Nella assai discutibile logica degli Stati su base etnica, niente da dire. Ma la realtà ci dice che l’etnia spesso non è altro che il pretestuoso corollario entro il quale si affermano interessi strategici ed economici molto più grandi.   

 

-Il braccio di ferro sull’ampliamento della base americana Dal Molin non accenna ad attenuarsi. Nel giugno scorso il Tribunale Amministrativo Regionale del Veneto aveva accolto il ricorso di Codacons, Ecoistituto Alexander Langer ed altri, ritenendo fondate le obiezioni relative alla necessità del pronunciamento popolare e al rischio di inquinamento delle falde acquifere dell’intera città di Vicenza e decretando, pertanto, la sospensione dei lavori. Tuttavia, a tempo di record, il Consiglio di Stato appellato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri ha ribaltato la sentenza con motivazioni francamente preoccupanti. Classificando come “atto politico e come tale insindacabile” il consenso prestato dal Governo italiano all’ampliamento dell’insediamento, il giudice di secondo grado ha definito “privi di riscontri concreti i profili di danno ambientale”, nonostante una corposa documentazione sostenga decisamente il contrario. Una affermazione da esperti del settore.…
Ma l’aspetto forse più grave della sentenza è la negazione del diritto alla consultazione popolare sulla questione. Il Consiglio di Stato afferma che non rientra nella procedura di autorizzazione ad un insediamento militare, di esclusiva competenza dello Stato".  E specifica inoltre che "tanto meno essa è prevista nella procedura risultante dal Memorandum del 1995; tale consultazione è stata soltanto ipotizzata nelle dichiarazioni del ministro della Difesa pro tempore in sede parlamentare”.
Di fatto, l’accordo bilaterale Italia-Stati Uniti del 1954, tuttora coperto da “classifica di riservatezza” (ovvero secretato, ovvero non si ha diritto a conoscerne i contenuti), non assoggetterebbe la materia alla valutazione della popolazione.
Le reazioni, come era prevedibile, sono di segno opposto. Se il Governatore del Veneto Galan esulta inneggiando alla sentenza e deprecando “l’odioso fanatismo antiamericano”, il Comitato No Dal Molin rilancia la mobilitazione e ribadisce la volontà di bloccare i lavori in assenza del riconoscimento della validità di un pronunciamento popolare.
Nel mezzo, il sindaco Achille Variati per il quale nulla cambia: “I cittadini si esprimeranno la seconda domenica di ottobre”.

 

-Dopo la deludente sentenza sui fatti di Bolzaneto, che ha condannato solo 15 imputati su 45 a pene lievi che comunque non saranno scontate perché indultate o prescritte, a settembre sarà la volta delle atrocità commesse in occasione dell’assalto alla Scuola Diaz, nel corso del quale furono massacrate ed arrestate (illegalmente) 93 persone. Gli imputati per quella che è stata definita una vera e propria spedizione punitiva sono 28,  e per loro i Pubblici ministeri hanno chiesto pene complessive per circa 110 anni. Molti vertici della polizia, come Francesco Gratteri (Direzione anticrimine centrale), Giovanni Luperi (Servizi Segreti), Pietro Troiani (Vice-Questore di Roma), Spartaco Mortola (dirigente Digos di Genova), Nando Dominici (Capo della Mobile di Genova), Vincenzo Canterini (Comandante I° Reparto Mobile di Roma) e il suo vice Michelangelo Fournier (a cui si deve il termine ormai tristemente famoso di “macelleria messicana”).
Il processo ha evidenziato la metodica preparazione del blitz, concertato dai più alti funzionari addetti alla sicurezza (sicurezza?) sulla base di disposizione provenienti direttamente da Roma al fine di riprendere in mano in qualche modo una situazione già compromessa da quanto avvenuto in città durante il G8. Il tutto reso chiarissimo dalle parole dall’allora vice capo della Polizia di Stato (ora Prefetto, wow!) Ansoino Andreassi: “Si fa sempre così. E’ un modo per rifarsi dei danni ed alleggerire la posizione di chi non ha tenuto in pugno la situazione. La città è stata devastata? Allora si risponde con una montagna di arresti”. Peccato che non si sia trattato solo di arresti, ma bensì di una operazione nella quale, per dirla con i P.M., vi è stata una “sistematica violazione dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali”,, ovvero la sospensione della legge attraverso comportamenti diretti al massacro preordinato: manganelli utilizzati dalla parte del manico per ferire e lacerare, pestaggi selvaggi pur in presenza di resistenza passiva, feroce accanimento, teste ed ossa spaccate, danni permanenti per qualcuno. E creazione di prove fasulle (bottiglie molotov e accoltellamento di un agente), talmente grossolane da sembrare addirittura patetiche.
Questo è quanto è accaduto alla scuola Diaz, senza ombra di dubbio. Nonostante l’insopportabile omertà mafiosa dei vertici istituzionali, nonostante i tentativi di inquinare le prove o di condizionare i testi che hanno portato l’allora Capo della Polizia Gianni De Gennaro ad essere rinviato a giudizio per “istigazione aggravata alla falsa testimonianza”, insieme all’ex capo della Digos genovese Spartaco Mortola.
La sentenza che verrà non restituirà certo alle vittime la dignità così vergognosamente tolta, non condannerà gli imputati ritenuti colpevoli a pene significative (e comunque indultate), non riuscirà a determinare con esattezza la scala delle responsabilità. Ma una cosa, sicuramente, riuscirà a fare: puntare il dito verso chi si è sempre ritenuto intoccabile, affidando alla memoria collettiva l’evidenza non più cancellabile di una pagina nerissima nella storia della democrazia italiana.

 

-Non c’è stato molto da aspettare per verificare il cambio della strategia italiana in Afghanistan. Non era neppure trascorso un mese dalla vittoria elettorale del centro destra, che il Ministro Frattini annunciava l’adeguamento dei criteri di ingaggio dei militari italiani: “Vogliamo reagire alla percezione di chi dice che stiamo in fureria”, arringava il responsabile degli Esteri. Il che voleva dire, in pratica, dare maggiore flessibilità alle nostre forze armate con il fine non dichiarato ma evidente di prevedere un maggiore coinvolgimento nelle azioni di combattimento. Il nodo da sciogliere riguardava i cosiddetti “caveat”, ovvero i limiti imposti dalla politica all’utilizzo dei contingenti militari. Nel caso in questione, quello che stabilisce i tempi di risposta alle richieste alleate di supporto. Detto e fatto: se prima la risposta doveva avvenire entro 72 ore, adesso sarà data entro 6. Non sfugge a nessuno che si tratta di una disposizione diretta a concedere maggiore opportunità all’utilizzo delle armi e alla partecipazione a scontri armati. E siccome la modifica di queste nuove regole di ingaggio non ha suscitato un gran clamore, ora si rilancia e si valuta se inviare in Afghanistan un gruppo di cacciabombardieri Tornado da utilizzare “in appoggio” alle nostre truppe (come è noto, questi aerei hanno una esclusiva predisposizione all’attacco).
Chissà se a qualcuno verrà più in mente che siamo andati in quel Paese in missione di pace, “per ricostruire e per garantire l’affermarsi di un processo democratico”; chissà se verrà più in mente che sul luogo sono presenti due contingenti, l’ISAF e l’Enduring Freedom, entrambi sottoposti al comando NATO, costantemente impegnati in scontri con i Talebani; chissà se a qualcuno verrà in mente che attentati, imboscate, bombardamenti, civili ammazzati, stragi e quant’altro hanno un nome e si chiama guerra. Chissà se qualcuno si chiederà se questa escalation non costituisce un problema morale, politico, costituzionale.

“I nostri non stanno nelle retrovie, dobbiamo reagire a questa percezione”. Già, questo è il problema.

 

-A distanza di sette anni dalla costituzione a Guantanamo del primo carcere al mondo per “combattenti nemici illegali”, il Tribunale Militare ha giudicato e ritenuto colpevole  per “supporto materiale ad attività terroristiche” lo yemenita Salim Hamdan, salito alle cronache per essere stato l’autista di Osama Bin Laden, ma lo ha assolto dal reato di “complotto”. La condanna è stata di 5 anni e 6 mesi. Vista la gravità delle accuse e vista la richiesta della pena detentiva dell’ergastolo, è possibile affermare che il verdetto rappresenta una sconfitta per l’amministrazione americana che sperava in una condanna esemplare e idonea a dimostrare comunque la legittimità della detenzione preventiva a prescindere.
La sentenza sorprende davvero, considerate le premesse: proviamo a pensare a una Corte fatta da graduati militari, che si trova a giudicare un imputato ritenuto a priori terrorista, per di più tutelato (si fa per dire) da un difensore d’ufficio, militare pure lui. Proviamo a pensare il paradosso per il quale questo difensore d’ufficio dichiara testualmente di non sapere se sia possibile definire equo quanto accaduto in aula, ove a suo dire sarebbero state ammesse prove a carico del suo assistito che mai sarebbero state ritenute valide da un altro tribunale, militare o civile. Un difensore d’ufficio, parte dello stesso sistema giudicante, che afferma che “molte confessioni sono state ottenute con metodi coercitivi, vicini alla tortura”. Demenziale.
Ma demenziale è anche il chiarimento rilasciato dal portavoce del Pentagono Bryan Withman, il quale, preso atto che l’imputato ha già scontato a Guantanamo 5 anni e un mese di carcere e a ragion di logica dovrebbe scontare ancora 5 mesi, si è affrettato a precisare che la condanna è da intendersi con decorrenza dalla data della sentenza. Come dire, l’uso del diritto come una vanga.
Terrorista o non terrorista, Salim Hamdan aveva buone ragioni per piangere, così come hanno riportato le cronache. D’altra parte, da un Paese in cui la Corte Suprema stabilisce che a Guantanamo viene violata la Convenzione di Ginevra sul trattamento dei prigionieri (2006)  e successivamente concede anche a quei detenuti il diritto costituzionale di rivolgersi alle Corti Federali degli Stati Uniti per appellarsi contro la detenzione nel carcere militare (2008) e ciò nonostante non succede assolutamente nulla, cosa ci si può aspettare?



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Bolzaneto: "girone infernale" e giustizia

di Saverio (10/08/2008 - 17:32)

Art.608 del Codice Penale: “Il pubblico Ufficiale che sottopone a misure di rigore non consentite dalla legge una persona arrestata o detenuta di cui abbia la custodia, anche temporanea, o che sia a lui affidata in esecuzione di un provvedimento dell’Autorità competente è punito con la reclusione sino a trenta mesi”.
E’ questo il modo con il quale la terza sezione del Tribunale di Genova ha ritenuto di classificare le vessazioni, le violenze fisiche e psicologiche, le umiliazioni, gli insulti, le ossa spaccate della caserma di Bolzaneto, dove vennero condotti i fermati durante i disordini del G8 del 2001: abuso di autorità.

Non che l’alternativa fosse chissà quale, considerato che i Pubblici Ministeri Patrizia Petruzziello e Vittorio Ranieri Miniati, pur denunciando i trattamenti oggetto del giudizio come “inumani e degradanti”, vale a dire vera e propria tortura, non avevano potuto contestare tale reato in quanto il nostro ordinamento giuridico non lo prevede (che diamine, siamo in un Paese democratico!) e, pertanto, avevano fatto riferimento al più anonimo “abuso di ufficio” (art.323 C.P.). Capo di imputazione che, come detto, la Corte ha pensato bene di non accogliere.

Immaginiamo che veder ridurre ad “abuso di autorità” fratture di mani e costole, traumi testicolari, percosse ripetute, insulti, vessazioni e costrizioni di ogni tipo (dalla testa nella tazza del water alle minacce di sodomia o stupro, dal saluto romano all’obbligo di intonare “Faccetta nera” per arrivare all’ “uno due tre viva Pinochet”) sia suonato parecchio offensivo alle 209 persone che hanno avuto la forza e il coraggio di denunciare le sevizie subite e di riviverle traumaticamente in aula. Immaginiamo, soprattutto, lo sconcerto e l’indignazione nel vedere grandemente ridimensionato l’accaduto da una sentenza che ha condannato a pene lievi (per altro ormai cadute in prescrizione o rientranti nell’indulto) solo 15 imputati, mandando assolti “perché il fatto non costituisce reato” o “il  fatto non sussiste” gli altri 30. Un totale di 23 anni e 9 mesi di reclusione a fronte di una richiesta di oltre 76 anni.  Ovvero, una riduzione secca di due terzi sia delle pene che dei condannati ai quali – sia detto per inciso – sono state accordate tutte le cosiddette “attenuanti generiche”. Pene lievi (e, come detto, assolutamente virtuali): si va dai 2 anni e 4 mesi per il numero 2 della Digos genovese Alessandro Perugini e alla ispettrice di polizia penitenziaria Anna Poggi a 1 anno e due mesi del medico di Bolzaneto Giacomo Toccafondi, passando per 1 anno e 6 mesi dell’ispettrice superiore Daniela Maida. E finire con gli indifendibili protagonisti delle violenze Antonio Gugliotta (5 anni) e Massimo Pigozzi (3 anni e 2 mesi).

Una vergogna? Certo, una vergogna che si unisce alla vergogna di quanto accaduto in quella famigerata Caserma per tre giorni nei quali nell’assenza di tutela dei più elementari diritti umani la tortura è appartenuta a istituzioni del nostro Paese. A prescindere dal mancato adeguamento del nostro codice penale alla Convenzione dell’ONU sulla tortura, pur ratificata dall’Italia nel 1988,  dal Tribunale di Genova ci si attendeva “l’utilizzo di tutti gli strumenti che l’ordinamento democratico consente perché fatti di così grave portata non si verifichino e comunque non abbiano più a ripetersi” (dalla requisitoria dei P.M.). Ovvero, una sentenza di grande spessore  che ribadisse il valore della legalità anche e soprattutto nei confronti di coloro che questa legalità sono istituzionalmente chiamati a far rispettare e che, in tal senso, avesse un valore di monito. E’ evidente che non è stato esattamente così e che questa sentenza si può definire, dal punto di vista giuridico, deludente (dal punto di vista politico ed umano molto peggio…).

Tuttavia, liquidare come totalmente censurabile questo pronunciamento farebbe torto alla complessità dell’indagine che hanno portato avanti i Pubblici Ministeri, ai quali va dato atto di aver tentato con i pochi appigli giuridici a disposizione di ridare dignità a coloro a cui era stata così violentemente tolta, mirando all’individuazione di responsabilità singole ed istituzionali.  Una indagine lunga ed articolata, fatta di migliaia di pagine di verbali, di testimonianze ed interrogatori, ostacolata sino all’inverosimile dalla resistenza di tante forze politiche al punto che neppure con l’ultimo governo Prodi si riuscì a formare una Commissione d’inchiesta; condizionata dalla reticenza delle istituzioni coinvolte e dalla rete di silenzi, omertà e menzogne messe in campo dai vertici delle forze dell’ordine, dagli imputati e fin anche da certe rappresentanze sindacali di categoria, arrivate a stigmatizzare come “le richieste di condanna facciano pensare a una giustizia a senso unico” o, peggio, come  le responsabilità dovessero andare “ ad inquadrarsi nel contesto più ampio di una azione di polizia a difesa dell’integrità dei cittadini di Genova, messa a repentaglio durante il G8 da migliaia di facinorosi”.

Una indagine, in sostanza, che ha comunque portato i P.M. a raccogliere le prove incontestabili e non contraddette (per quanto ridimensionate dalla Corte)  di raccapriccianti sofferenze fisiche e morali inflitte “senza nessuna giustificazione” e alla conseguente conclusione secondo la quale in quei giorni sono stati brutalmente calpestati i fondamentali diritti umani di 209 donne e uomini.

Pur nella mitezza delle pene e in presenza di tante, troppe assoluzioni, occorre sottolineare che per la prima volta un gruppo nutrito di agenti e funzionari è stato condannato per reati gravissimi ed infamanti nell’esercizio delle loro funzioni. In conseguenza di ciò, risulta assolutamente rilevante – dal punto di vista delle responsabilità civile e politica – la condanna presente nella sentenza ai danni del Ministeri della Giustizia e degli Interni (in solido con i condannati) al risarcimento dei danni morali e biologici subiti dalle parti civili (quantificati provvisoriamente in 15 milioni di euro e soggetti a definitiva assegnazione in sede civile).

Sarà interessante leggere le motivazioni della sentenza, comprendere come i comportamenti oggettivamente vessatori riscontrati non siano stati degni della aggravante dei cosiddetti  motivi abbietti”,  perché non sia stata riconosciuta l’inumanità degli abusi e delle violenze. Quello che non potrà fare è spiegare perché la nostra politica sia sempre pronta a gridare forte la propria ripulsa per ogni violazione dei diritti umani in tutte le parti del mondo (è recente quella che riguarda la Cina), e tuttavia consideri violazioni analoghe che avvengono nel nostro Paese come lievi, poco rilevanti, prescrivibili e condonabili e, soprattutto, non configurabili per quello che sono.

Una domanda che imbarazza, che preoccupa, che spaventa e che troverà un‘ulteriore risposta nel prossimo autunno, allorquando verrà letta la sentenza su una altra pagina ignobile della nostra storia recente: quella della “macelleria messicana” della scuola Diaz. 

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Voci da Bolzaneto

di Saverio (10/08/2008 - 17:28)

-Testimonianza del querelante LRD (cittadino straniero): “ Due poliziotti mi hanno preso per le braccia, mi hanno piegato la schiena  e mi hanno fatto attraversare il corridoio sotto le percosse di altri agenti. Arrivati in una stanza, ho trovato una persona dietro la scrivania ed altre ancora e tutti, insultandomi, mi hanno dati calci e pugni sul viso, sulla pancia e nei testicoli, sino a quando sono caduto. Mi hanno detto di firmare un documento e mi davano calci mentre ero a terra. Ho detto che non capivo e che volevo una traduzione e allora mi hanno picchiato ancora. Alla fine ho firmato” (Il referto medico alla scarcerazione diagnostica la frattura scomposta della sesta-settima-ottava costola e distorsione cervicale con trauma cranico minore).


-Testimonianza della querelante PE: “L’agente donna mi ha fatto uscire dalla cella, mi ha tolto le manette e mi ha tenuto in alto le mani. Mi ha fatto passare nel corridoio dove c’erano due ali di agenti con la stessa uniforme e i guanti neri e mi sono presa calci e sberle da ognuno sino al bagno. Nell’entrare nel bagno la stessa agente donna mi ha preso la testa e me l’ha schiacciata verso la turca del bagno e mi ha ripetutamente insultata con le espressioni puttana e troia”.

-Testimonianza del querelante AG: “Mi si è avvicinato un agente, ha preso la mano sinistra , me l’ha divaricata, si vedeva anche l’osso, me l’ha proprio aperta ed io sono svenuto. (…) Mi hanno accompagnato in infermeria, ho fatto vedere la mano e me l’hanno ricucita. C’era una persona panciuta che mi teneva. Siccome avevo molto dolore chiedevo qualcosa, mi hanno dato uno straccio da mordere e mi hanno detto di non urlare” (In aula verrà confermato che la sutura avvenne senza anestesia).

-Testimonianza di Pratissoli Ivan, infermiere: “Ad un certo punto un agente è venuto dentro con un ragazzone che aveva ancora i laccetti dietro la schiena, uno spagnolo. Io ero di fianco al tavole per scrivere la scheda. E’ entrato un agente che si è infilato i guanti ed improvvisamente gli ha dato un forte pugno nello stomaco dicendogli cosa cazzo vuoi fare? Ho chiesto al dottor Amenta che cosa avesse fatto e lui mi ha detto che aveva insultato qualcuno di grosso. Poi il ragazzo è stato messo sul lettino e colpito ripetutamente. Il mio collega non c’era e quando l’ho visto gli ho detto ‘dio santo Marco, dove siamo capitati?’ “.

(tutta la requisitoria del P.M. e molto altro può essere trovato sul sito www.supportolegale.org)

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Il sangue dei vincitori

di Saverio (15/06/2008 - 17:31)



Credo ci sia una sola parola da dire a Massimo Storchi per quanto ha accuratamente documentato nel suo ultimo volume "Il sangue dei vincitori", Saggio sui crimini fascisti e processi del dopoguerra 1945-1946 (Aliberti Editore):
grazie.

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Tra rifiuti e democrazia

di Saverio (15/06/2008 - 17:22)

Da mesi, la scena è la medesima: manifestazioni, presidi, blocchi stradali, cariche della polizia, feriti, proteste, immondizia per le strade di Napoli e di altri comuni della Campania, immondizia che brucia, immondizia che va e che viene, deferimento dell’Italia da parte dell’Unione Europea, scandali, proposte, ipotesi, diktat e, buon ultimo, un decreto legge da tempi di guerra.
E anche la desolante consapevolezza che si prova è la stessa: l’incapacità, o meglio, la non volontà della politica di affrontare e risolvere le problematiche prima che diventino emergenza, prima che non siano più gestibili. Per arrivare, quindi, a definirle attraverso il decisionismo, la repressione, la riduzione degli spazi di democrazia. In una parola, con le cosiddette “scelte obbligate” da dare in pasto ad un’opinione pubblica che, priva delle necessarie conoscenze, si schiererà contro coloro che sanno solo dire di no, che non sanno e non vogliono gestire la loro monnezza  e che si rendono responsabili di atti vandalici.Che diamine, bisognerà pure fare qualcosa per togliere dalle strade e dai quartieri quelle tonnellate di rifiuti maleodoranti! Ed allora, perché opporsi con tanto accanimento?
Parlare di rifiuti e della loro gestione è questione complessa ovunque (basti pensare a quello che sta succedendo a Reggio Emilia in tema di inceneritore, costi, raccolta differenziata e porta a porta), figuriamoci in Campania, ove rappresenta un problema irrisolto da sempre, ove ben 14 anni di commissariamento hanno portato a ciò cui stiamo assistendo. Ma è giusto provarci, con i limiti di chi osserva “dall’esterno”, non vivendo in prima persona la realtà dei luoghi e delle dinamiche decisionali e malavitose. Perché questa brutta storia è una storia tipica di questo nostro ben strano Paese, in cui tutto - dicasi tutto – passa attraverso processi determinati da un solo valore, quello del denaro, in totale spregio di ciò che è meglio per la salute e la qualità della vita dei cittadini.
A tutti coloro che guardano con una sorta di disprezzo a questi “meridionali” che non sanno fare altro che protestare ed attendere soluzioni da altri, occorrerebbe forse far sapere che tutti i commissari, vicecommissari, sub commissari, gli imprenditori e i loro subappaltatori in 14 anni hanno sperperato qualcosa come 2 miliardi di euro. “Ingrassato clientele politiche e personali, favorito la camorra, inquinato il territorio, ridotto a brandelli l’immagine di Napoli e della Campania. E che l’aver consegnato la gestione dei rifiuti alla Impregilo della famiglia Romiti ha significato non solo garantirle una montagna di denaro legalmente esentasse (83 lire per ogni chilo di rifiuto raccolto, più 290 lire per ogni Kw di energia ricavata dallo loro combustione), ma anche e soprattutto piegare ai suoi interessi leggi, norme e regole” (Enrico Fierro, da l’Unità del 18/01/2008). Ovvero, la concessione di un appalto da favola a fronte di un prevedibile risultato fallimentare reso possibile dalla mancanza di infrastrutture per lo smaltimento e che ben tre anni di indagini giudiziarie hanno messo il luce, insieme alla omissione di controllo e alle vere e proprie connivenze politiche ed amministrative che hanno portato sul banco degli imputati, tra gli altri, anche il governatore della Campania Bassolino.
Ma l’immagine di questo scempio non sarebbe completa se non si facesse il dovuto riferimento al ruolo rivestito dalla camorra, da sempre impegnata nel business della monnezza. Nel Rapporto Ecomafia 2007, predisposto da Legambiente, il volume d’affari viene quantificato in 650 milioni di euro, ottenuto attraverso l’utilizzo di discariche illegali, nel seppellimento di rifiuti tossici ed altamente inquinanti nella campagne della Regione previo pagamento del “pizzo” da parte di svariate industrie del Nord, per le quali lo smaltimento per le vie brevi risulta assai più conveniente, o attraverso l’invio in containers di centinaia di migliaia di tonnellate di rifiuti in Paesi del Terzo Mondo ai quali, per ovvia necessità, nulla fa schifo. Risulta arduo da immaginare, ma il dato di fatto è che la criminalità organizzata fa sparire ogni anno una montagna di rifiuti alta come il Gran Sasso (2.600 metri), arrivando addirittura a scavare cave abusive, riempirle di scarti inquinanti, richiudere e costruirvi sopra linde abitazioni. Tutto ciò tra inadempienze, connivenze, silenzi e omertà. E tutto ciò, ben noto non solo agli addetti ai lavori, senza che si assista a particolari denuncie o sollevazioni di popolo di fronte a una pratica orrenda che non esita a mettere a repentaglio la salute della gente per la diffusione, attraverso il ciclo alimentare, di diossine ed inquinanti che hanno portato la percentuale di tumori a livelli impressionanti: gli ultimi dati pubblicati dall'Organizzazione Mondiale della Sanità mostrano che la situazione campana è incredibile, parlano di un aumento vertiginoso delle patologie di cancro (pancreas, polmoni, dotti biliari) più del 12% rispetto alla media nazionale. La rivista medica The Lancet Oncology già nel settembre 2004 parlava di un aumento del 24% dei tumori al fegato nei territori delle discariche.
Ma la camorra è una realtà non particolarmente sensibile alle manifestazioni di piazza e ha modi assai più diretti e sbrigativi per mettere a tacere chi pensasse di opporsi a questi traffici o di denunciare gli illeciti. In nome del suo fatturato, la camorra non ha neppure il realismo e la decenza di comprendere che le conseguenze dell’inquinamento possono finire con il colpire persino i suoi figli.
Cattiva amministrazione e criminalità organizzata, o il connubio di entrambe, hanno pertanto portato la situazione ad esplodere, semplicemente perché non più gestibile. Imponendo alle istituzioni di intervenire in un contesto oramai definitivamente malato, sia a livello di rapporto di fiducia con la popolazione, sia a livello di soluzioni praticabili. Nel caos più totale, nell’urgenza di decidere e nella completa insignificanza delle valutazioni scientifiche nel merito, si è persa di vista ogni possibilità concreta di scelta condivisa: no alle discariche, no agli inceneritori, no (almeno come prassi) al trasporto su rotaia, destinazione Germania (chi paga?). I margini di democratizzazione delle scelte si frantumano di fronte alla mancanza di risposte convincenti alle manifestazioni di protesta (a Chianano, dove è stato previsto un sito per almeno 700mila tonnellate di rifiuti, è quotidianità), le stesse istituzioni territoriali si sfilano da quelle nazionali sostenendo le ragioni delle comunità locali, mentre il governo licenzia un decreto legge che, di fatto, in nome del decisionismo più spinto militarizza il territorio e prevede punizioni severe a chi si oppone.
E se lo si analizza, questo decreto rappresenta la fine di ogni mediazione (“Nessun cedimento, se arretriamo è la fine”, avrebbe affermato Berlusconi): inizia con l’individuazione di 10 discariche e la realizzazione di almeno 4 inceneritori, continua con l’impiego dell’esercito per il loro presidio (“luoghi di interesse strategico nazionale”). Vieta le proteste, le occupazioni, i blocchi stradali e sanziona con l’arresto immediato chi entrasse abusivamente o rendesse difficoltoso l’accesso (pene da 3 mesi a 1 anno), per finire con la detenzione da 6 mesi a 3 anni per chi distrugge o rovina i beni e gli impianti legati al ciclo dei rifiuti.
E l’opposizione politica? Quale? Mentre la sinistra, priva di sbocchi politici istituzionali e ancora alla ricerca di una futura identità, non trova voce, il Partito Democratico, ben lieto di non dover più gestire direttamente la partita, invita al senso di responsabilità e per bocca del suo segretario Veltroni chiarisce brillantemente che “i ribelli di Chiaiano non possono fare la guerra alle leggi dello Stato, anche se lo Stato deve evitare per quanto possibile il pugno di ferro”. L’Italia dei valori di Di Pietro, nel frattempo, indossa la divisa e plaude al governo.
Così è, se ci pare. E ci pare, come dire, compromessa. La possiamo mettere come vogliamo, ricercare le responsabilità e le colpe, ma la monnezza è ancora lì e attende di uscire dall’insanabile contraddizione che vede, da una parte, l’esigenza di una sua eliminazione e, dall’altra l’indisponibilità delle comunità locali a pagare ancora e pesantemente le conseguenze di responsabilità e colpe non loro. L’indisponibilità, in sostanza, a nuove discariche e a nuovi inceneritori (o “termovalorizzatori”, termine che li rende meno ostili). La monnezza è ancora lì, bruciata all’aria aperta da criminali o da irresponsabili o da esasperati, che avvelena l’ambiente e i terreni ove pascola il bestiame. Possiamo invocare una maggiore scrupolosità scientifica nelle analisi tecniche e dei “carotaggi” diretti a verificare le condizioni dei siti individuati per le discariche, possiamo richiedere con fermezza che la scelta di questi siti sia fatta in modo da non penalizzare ulteriormente la qualità della vita dei cittadini, possiamo monitorare i rischi di infiltrazione nei terreni del cosiddetto “percolato”, il liquido da fermentazione dei rifiuti. Possiamo ribadire l’ostilità nei confronti degli inceneritori e delle emissioni inquinanti. Possiamo, soprattutto, esigere che in prospettiva la raccolta differenziata abbia finalmente un senso anche in Campania (attualmente si va dall’8% di Napoli al 21,3% di Salerno, passando per il 13,3% di Benevento) e che i commissariamenti spreconi lascino finalmente il posto alla legalità e all’efficienza. Possiamo, infine, legittimamente ritenere che il problema rifiuti in Campania non sia una questione solo della Campania, ma abbia carattere nazionale e che in tale ambito, anche a livello di smaltimento, debba essere affrontata. Ma nel presente, il muro contro muro è la realtà e dipinge scenari assai foschi.
C’è un cattivo odore per strada. Che sia la democrazia che sta andando a male?

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Segnali di Giugno

di Saverio (15/06/2008 - 17:13)

Parole, parole, parole…

L’esito del summit della FAO (Food and Agricolture Organization), svoltosi a Roma nel giugno scorso con la partecipazione di gran parte dei capi di stato e di governo del mondo, è stato unanimemente definito “deludente”. O meglio, clamorosamente non all’altezza della gravità e dell’urgenza dei problemi sollevati. Si trattava, pregiudizialmente, di prendere atto del fallimento dei propositi annunciati nel precedente incontro (1996), ovvero il dimezzamento entro il 2015 del numero degli affamati del mondo, allora quantificati in 800 milioni di individui. A distanza di 16 anni, infatti, questo numero non solo non è diminuito, ma è anzi salito alla vertiginosa cifra di 862 milioni, a cui vanno aggiunti almeno altri 100 milioni di indigenti. Da paura.
E se, ragionevolmente, l’investimento richiesto per l’immediato ammontava a 30 miliardi di dollari, da utilizzarsi non solo in aiuti alimentari, ma anche in progetti di sviluppo e di potenziamento delle tecnologie al fine di incentivare la produttività agricola in loco (soprattutto in Africa) a sostegno di quella che il segretario Generale dell’ONU Bank ki moon ha definito una “rivoluzione verde”, la risposta arrivata dopo ore ed ore di serrata discussione è consistita in 8 miliardi di dollari, per l’emergenza e a pioggia. Tutti i nodi veri sul tappeto sono rimasti irrisolti: così per quanto riguarda la stabilizzazione dei prezzi degli alimentari (aumentati del 53% solo nel primo trimestre 2008), nelle mani di poche multinazionali; così per il protezionismo economico e le sovvenzioni all’agricoltura occidentale; o per il problema delle discusse sementi OGM (tra l’altro da acquistare dalle medesime multinazionali), o per il massiccio utilizzo dei cereali per fini non alimentari ma energetici (c.d. “biocarburanti”), utilizzo fortemente sponsorizzato dagli USA ma contrastato da chi (come il Brasile di Lula) ritiene moralmente e tecnologicamente migliore l’etanolo prodotto dalla canna da zucchero.
E nulla a sostegno della “coltura di prossimità” ovvero quella che fanno i piccoli contadini sul posto per garantire la coltivazione di molti prodotti in modo che si possa sopperire alla eventuale scarsità di alcuni.
La dichiarazione finale afferma il principio che “il cibo non può essere usato come strumento di pressione economica”, ma di fatto si limita ad impegni generici e ponziopilateschi in base ai quali occorre monitorare ed analizzare la sicurezza alimentare mondiale in tutte le sue dimensioni, salvando la possibilità dei vari paesi di decidere le misure da adottare affrontando le sfide e le opportunità poste dai biocarburanti (sic!) “.
Il Direttore della FAO, il senegalese Jacques Diouf  ha opportunamente ricordato che per curare l’obesità nel mondo si spendono 20 miliardi di dollari all’anno, ai quali vanno aggiunti costi indiretti di 100 miliardi per patologie correlate. E che nel 2006 sono stati spesi 1.200 miliardi di dollari in armamenti. Con questa premessa, conclude Diouf, “come possiamo spiegare a persone di buon senso che non è possibile trovare 30 miliardi di dollari all’anno per consentire a 862 milioni di persone di godere del fondamentale diritto al cibo?”

A volte ritornano

Se non fosse drammatico, sarebbe confortante: la Destra è tornata al governo e non perde tempo.  Insomma, la riconosciamo, ci dà (cattive) certezze. Ed allora, via con il decreto sicurezza, via con il reato di immigrazione clandestina, via le prostitute dalle strade, via con la stretta sugli statali fannulloni, via con le bordate alla contrattazione collettiva, via con il divieto di intercettazioni telefoniche se non per indagini su mafia e terrorismo…
In  realtà, non c’è granchè da ironizzare. Soprattutto se pensiamo che a 21 anni dal referendum che mise fine al nucleare in Italia questo governo, per bocca del Ministro per lo Sviluppo Economico Claudio Scajola, ha annunciato il ritorno dell’atomo “entro cinque anni”, con il prevedibile plauso di Confindustria e soprattutto, di ENEL, ENI ed Edison, pronti a salire sul carrozzone miliardario.
E’ tranquillizzante, il Ministro: “L’Italia ha bisogno di una svolta in materia energetica e la svolta va affrontata con risolutezza e responsabilità. Solo gli impianti nucleari consentono di produrre energia su larga scala, in modo sicuro, a costi competitivi e nel rispetto dell’ambiente”.
La soluzione, quindi, sono le centrali nucleari di “terza generazione”, ovvero quelle dotate di reattori di potenza che incorporino sviluppi delle precedenti tecnologie con “miglioramenti evolutivi nel disegno, ma senza innovazioni sostanziali sui principi di funzionamento” (da Wikipedia, l’Enciclopedia libera). Insomma, una evoluzione le cui complesse caratteristiche tecniche  offrono senza dubbio maggiori garanzie di sicurezza, ma che, tuttavia, non aggiungono alcun vantaggio sotto il profilo delle scorie, che risultano analoghe ai reattori di generazioni precedenti quanto a durata e radiotossicità. E che ben poco intervengono a livello di inquinanti contenuti nei fumi prodotti.
Potremmo aggiungere che da più parti si sostiene che la magica “terza generazione” è una tecnologia vecchia (Rubbia, chi era costui?), che i costi di realizzazione sono elevatissimi (oltre tre miliardi di euro a centrale), che le nuove centrali non entrerebbero in funzione prima del 2019 e quindi obsolete in rapporto al fatto che, ormai, si parlerà di “quarta generazione” e che, infine, la disponibilità di uranio è per non più di 50 anni. Ma, soprattutto, che la legittima ostilità della popolazione non è stata scalfita dai 21 anni trascorsi e che avrà – ahinoi – ben modo di esprimersi nei prossimi anni: la individuazione dei siti sta già iniziando.

Un tipo di arma “utile”…

Centoundici paesi, tra cui l’Italia, hanno sottoscritto a Dublino un’intesa nella quale si impegnano entro 8 anni a distruggere gli arsenali delle micidiali “cluster bomb” (bombe a grappolo) e a rinunciarne all’uso. Le bombe a grappolo sono piccole bombe esplosive trasportate in un grosso contenitore che si apre a mezz’aria, scaraventandole su di una area di parecchie centinaia di metri. Tali bombe possono essere gettate da aerei, missili o proiettili di artiglieria. Il loro effetto mortale e distruttivo è immediato o, se inesplose, dilazionato nel tempo in quanto diventano di fatto mine antiuomo in grado di uccidere o mutilare chi le calpestasse o le maneggiasse incautamente.
Nel solo 2003 gli americani hanno sganciato in Iraq 13.000 cluster bomb contenenti 2 milioni di bombe secondarie. In Afghanistan ne sono state lanciate 12.00, con oltre 248.000 bombe secondarie.
Sono stati i sì dei più riottosi Giappone e Gran Bretagna a consentire il raggiungimento di questo storico accordo. Tuttavia, non erano neppure presenti (e quindi non si sentiranno vincolati da esso) Stati Uniti, Russia, Cina, Israele, India e Pakistan, ovvero  i Paesi che più di tutti fanno uso di queste terribile armi di distruzione di massa. Sarà anche, come ottimisticamente ha dichiarato il responsabile della Coalizione contro le munizioni a grappolo, che l’intesa raggiunta peserà come un macigno sugli Stati che non la hanno firmata, i quali “non vorranno pagare il prezzo politico di continuare ad usarle affrontando la pubblica infamia”, ma il comunicato governativo americano in merito ci dice un’altra cosa: “Le munizioni a grappolo hanno dimostrato la loro utilità militare e la loro eliminazione dalle riserve di armi americane metterebbe a rischio le vite dei nostri soldati e di quelli dei partners nelle nostre coalizioni”.
Agghiacciante.


News from U.S.A.

-Per una volta, a fare tragica notizia non è il numero dei caduti americani in Iraq (per altro, arrivato al oltre 3.500 dal 2003), ma una notizia di agenzia piccola piccola, scovata quasi per caso: nel 2007, il numero dei militari americani di stanza in quel paese che si sono tolti la vita è arrivato a 108, dei quali un quarto soltanto in servizio. Gli altri, lo hanno fatto una volta tornati a casa. Quasi tutti erano giovani tra i 18 e i 34 anni. Nel 2006 sono stati 102. Ovvero, quando la guerra penetra il cuore e la mente. 

-Gli Stati Uniti detengono il record assoluto di detenuti. Il rapporto del Pew Center di Washington ci dice che ogni cento adulti americani uno si trova dietro le sbarre e che nella maggioranza dei casi si tratta di giovani maschi afroamericani e ispanici. In termini numerici, il dato risulta ancora più sconvolgente: alla fine del 2007, il numero dei detenuti è arrivato a 2.319.258 su una popolazione di poco più di 230 milioni di abitanti. Più della Russia, più del Sud Africa, più dell’Iran, più della Gran Bretagna, più della Cina (rapporto detenuti/popolazione). La motivazione risiede da un lato in un certo rigore della legislazione americana, che fa sì che le manette scattino anche per piccoli reati, ma anche e soprattutto nella tendenza di giovani pregiudicati a reiterare il reato o a commetterne altri. In California, dove la presenza di delinquenza organizzata e di “gang” è più massiccia, il 70% dei detenuti scarcerati torna in prigione entro un periodo massimo di 3 anni.

A questi livelli, il problema sociale si rivela anche in tutta la sua drammaticità economica: il funzionamento delle carceri pesa al contribuente americano qualcosa come 49 miliardi di dollari l’anno, mentre i detenuti over 50, aumentato del 173% dal 1992 al 2001, costa almeno 70mila dollari l’anno per ciascuno, soprattutto a causa delle cure mediche.

-Guantanamo, Abu Grayb, prigioni segrete all’estero. Il Pentagono rilancia?

Il gruppo di attivisti dei diritti umani “Reprieve” denuncia l’esistenza di prigioni galleggianti americane in giro per il mondo, nelle quali sarebbero detenuti un centinaio di individui accusati di terrorismo e spariti dalle prigioni di Kenya, Somalia, Etiopia e Gibuti e quant’altro. Senza nome, senza sorte, senza diritti, soggetti ad interrogatori lontano dagli occhi della stampa e dalla assistenza di legali.

L’amministrazione americana nega, sostenendo che la cosiddetta tecnica della “rendition”, ovvero cattura detenzione e deportazione di prigionieri anche in paesi terzi , iniziata nel 2001, si è di fatto esaurita nel 2006. Ma “Reprieve” rilancia e ritiene che i prigionieri detenuti siano stati fotografati ed esaminati da parte del personale medico nel corso degli interrogatori, e che tali registrazioni siano in possesso del governo statunitense e fa presente che il governo degli Stati Uniti, per sua stessa ammissione, detiene attualmente almeno 26.000 persone senza processo in prigioni segrete.

Chissà, il lupo perde il pelo….

 

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Sicurezza: ma di cosa stiamo parlando?

di Saverio (15/05/2008 - 16:45)

Immigrazione clandestina come reato, mai più sanatorie, Centri di Permanenza Temporanea da 60 giorni a un massimo di 18 mesi, inasprimento delle norme per la concessione dei permessi di soggiorno e dei ricongiungimenti familiari, introduzione del reddito minimo per la permanenza in Italia, innalzamento delle pene minime per i reati di particolare allarme sociale (furti in appartamento, scippi, maltrattamenti in famiglia, violenza sessuale), modifica del Trattato di Schengen sulla libera circolazione delle persone provenienti dai paesi dell'Est aderenti all'Unione Europea, possibile impiego dell'esercito con funzione di pubblica sicurezza. E' la "tolleranza zero" promessa dal governo Berlusconi.


Non c’è dubbio che il tema “sicurezza” ha rappresentato un argomento che ha inciso in maniera consistente sugli esiti della recente competizione elettorale. La cosa non sorprende: il frequente verificarsi di episodi criminosi, specie quelli contro la persona, stigmatizzato ed amplificato dai mass media, ha generato nell’opinione pubblica la diffusa percezione di un aumento esponenziale dei reati e di un peggioramento della qualità della vita. Detto per inciso che così non è e che, anzi, statisticamente il numero globale dei reati penali è in diminuzione, occorre riflettere sulle dinamiche che stanno attraversando la società e che rischiano di portare le persone a una sorta di paura irrefrenabile nei confronti di ciò che le circonda, dell’altro, in particolare se “diverso”.
Storicamente, la  sicurezza è sempre stato un cavallo di battaglia della destra, utile alla creazione di provvedimenti normativi repressivi in grado di limitare la libertà individuale in nome dell’ordine e della legalità. Chi, viceversa, si è posto il problema da un ottica di “sinistra” o comunque, solidaristica, ha costantemente cercato di evidenziare le cause economiche e sociali che precedono gli atti delittuosi, sottolineando l’importanza dell’abbattimento degli elementi di disuguaglianza tipici del nostro sistema economico. Ovvero, sostenendo il primato della prevenzione sull’inutilità della pura repressione.
Il discorso, naturalmente, è valido tuttora: la precarietà, l’emigrazione, l’emarginazione, la crescente povertà, uniti al dilagante consumismo, alla necessità dell’apparire e al mito del denaro e della ricchezza rappresentano un cocktail spaventoso capace di esplodere nei momenti più impensati. Ed allora, verrebbe da ribattere che la vera paura che attraversa il nostro vivere è rappresentata dalla “insicurezza” causata dalla mancanza di un lavoro, di una casa, dal costo della vita e della salute, dalla scelta di fare o non fare figli, dal non sapersi prefigurare un futuro leggibile. Ovvero, intendere la sicurezza come ricostruzione di una “sicurezza sociale” che dia risposte a una inquietudine diffusa.
Oppure, si potrebbe replicare che l’efferata evidenza di alcuni crimini non consente di mettere a fuoco la devastante ingiustizia e la marcata illegalità causate dai reati che impoveriscono la comunità, dal saccheggio del denaro pubblico e del territorio alla evasione fiscale, dalla corruzione alla concussione, dal falso in bilancio alla bancarotta fraudolenta, ecc.
Tutto vero. Tutto giusto. Ma non basta. Fermarsi a questo livello di valutazione sarebbe come nascondersi dietro un dito, ovvero limitarsi a denunciare le contraddizioni sociali e  le cause della criminalità senza dare risposte agli effetti che ricadono sulla popolazione. Possiamo forse raccontare alle vittime di aggressioni o di furti o rapine quale cultura di emarginazione e di sopraffazione può aver mosso gli autori dei reati ed aspettarci realisticamente comprensione?
Occorre raccogliere la sfida del tempo che stiamo vivendo e della realtà che ci circonda, con la consapevolezza che la partita “sicurezza” ora la si gioca anche su un ulteriore campo ove gradualmente si è spostata, quello della colpevolizzazione di quanti (intra o extra comunitari o nomadi Rom) vivono – mal sopportati - nel nostro Paese. Proprio perché la paura diffusa si sta pericolosamente trasformando in diffidenza, in ostilità, in vera e propria avversione pregiudiziale nei confronti dei “diversi”, ritenuti principali responsabili dei comportamenti devianti, fomentando sempre di più una odiosa cultura dell’intolleranza che trova una condivisione ormai trasversale e non solo nelle rozze invettive razziste e xenofobe proprie della Lega Nord.
In questo senso, occorre ristabilire in primo luogo la realtà della cose, che vede nei primi otto mesi del 2007 una percentuale di stranieri denunciati per i più diversi reati pari al 35% contro il 65% di Italiani (Fonte: Ministero dell’Interno), quanto meno per evitare una facile e disinvolta criminalizzazione di intere nazionalità e per rompere la demagogica equazione “migrante uguale violento e pericoloso”. Certo, il dato sulla devianza straniera ridimensiona, ma non nega il fenomeno. E, dunque, appare necessario ribadire la priorità delle misure di inclusione e coesione socioculturali, soprattutto a livello territoriale, dirette a favorire l’integrazione e la convivenza, e sollecitare politiche di “ascolto” nei confronti delle problematiche che si trovano ad affrontare le oltre 2.400.000 persone straniere che vivono, lavorano e pagano le tasse in Italia (dato 2007, ovvero 5% della popolazione italiana. Fonte: Ministero della Difesa). Avere, in sostanza, capacità di ricreare tessuto sociale e legami di solidarietà dando risposte concrete a bisogni concreti. E denunciare lo sfruttamento cui in tanti altri, per lo più clandestini, sono sottoposti, sia per quanto riguarda l’alloggio che per quanto riguarda l’accesso a una occupazione troppo spesso caratterizzata da precarietà e lavoro nero, veri e propri bacini di degrado e di devianza. E, naturalmente, problematizzare l’attuale legislazione sulla immigrazione a partire dalla Bossi/Fini che, consentendo l’accesso nel nostro Paese unicamente di quanti sono in possesso di un contratto di lavoro, di fatto nega loro la possibilità di cercare il lavoro stesso e, dati alla mano, non fa che determinare un aumento della clandestinità.
Tuttavia, pur ipotizzando prevenzione, educazione alla legalità (con particolare riferimento al ruolo della scuola) e politiche dirette ad attenuare le disuguaglianze sociali, ovvero delineando una prospettiva di lungo termine, non possiamo eludere la legittima (perché legittima è) domanda di sicurezza che la comunità pone nel breve periodo, nell’immediato, nella quotidianità. Accettare di misurarsi su questo terreno, sugli aspetti e sulle modalità della vigilanza e della repressione dei reati, significa riconoscere un ruolo decisivo alle forze dell’ordine nel controllo del territorio, migliorandone le capacità investigative e di intervento nel rispetto della Costituzione, ovvero senza fughe in avanti o leggi speciali di triste memoria. Ci piaccia o no, quotidianamente riceviamo notizia di atti di violenza o di furti ed è comprensibile come il diritto di ogni persona alla propria integrità fisica e a quella dei propri beni debba essere tutelato nel migliore dei modi.
E’ all’interno di questo contesto che nasce la proposta delle “ronde”, intese come gruppi di cittadini organizzati su base volontaria a pattugliare le città “armati”, si dice, di telefonino e di corpetti di riconoscimento per segnalare a Polizia e Carabinieri eventuali situazioni di emergenza, ma che in realtà rappresenta un demagogico surrogato al dovere civico di ogni cittadino che rischia di trasformarsi in una sorta di potere pericolosamente autoattribuito dai compiti di ordine pubblico indefiniti, oltre che attestare palese sfiducia del ruolo istituzionale svolto dalle Forze dell’Ordine.  
Ed è all’interno di questo contesto che è nato e si sviluppa il dibattito sulla la dotazione ai Vigili Urbani di spry urticanti e, soprattutto, di manganello (chiamato più docilmente “bastone estensivo”), così come già oggi accade a Milano, Padova, Salerno e, in prospettiva, Torino e Bologna. Affidare alla Polizia Municipale compiti di ordine pubblico ha da sempre comportato preoccupazione (una per tutte, la polemica sul possesso della pistola). Nel momento in cui si è accettato il loro porto d’arma, sembrerebbe privo di interesse il dibattito su dotazioni comunque meno impegnative. Viceversa, il problema è di sostanza e riguarda la modifica delle competenze di un corpo che finirebbe in questo modo per affiancarsi a quelli già esistenti ed istituzionalmente deputati a garantire il cittadino. Dotare i Vigili Urbani di pistola, manganello, spry e, perché no?, casco e scudo antisommossa non porterebbe affatto nella gente una sensazione di maggiore sicurezza ma, piuttosto, la percezione di pericolo diffuso attraverso una inquietante militarizzazione delle città.
Meglio lasciare la Polizia Municipale al proprio ruolo istituzionale che è comunque già mutato rispetto al passato, meglio contare su una presenza in grado di fungere da deterrente nei confronti di chi intende delinquere tramite un puntuale presidio del territorio e un rapido collegamento con le forze dell’ordine. Altro che ronde autogestite! E auspicare, se la situazione lo richiede, un incremento degli organici incaricati del controllo e della vigilanza (per altro, già ora abbondantemente assicurati dalle migliaia di telecamere che riprendono i luoghi sensibili delle città…).
Non sottovalutare il problema della sicurezza si impone. Il disagio e la preoccupazione delle comunità, per quanto alimentati da campagne di stampa forsennate e spesso irresponsabili, sono reali e richiedono risposte adeguate e non buonistiche sottovalutazioni. Ma deve essere chiaro che il rischio che la nostra società sta correndo in questo momento è soprattutto culturale e sta precisamente nella stigmatizzazione delle diversità, nell’affermarsi delle banalizzazioni concettuali e nel pregiudizio nei confronti di nuovi poveri, mendicanti, lavavetri, nomadi, graffitari, venditori ambulanti e quant’altri. In un processo di semplificazione che accusa di devianza gli anelli più deboli di un sistema che non ama né vedere né mostrare le proprie contraddizioni.
In questo senso, coniugare la legalità con la solidarietà e la tolleranza non rappresenta uno slogan vuoto ed obsoleto, ma un imperativo accessibile dai cui ripartire.

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Smarrimento ed orgoglio

di Saverio (29/04/2008 - 00:02)

C’era bisogno di una seduta di “autocoscienza collettiva”, che aiutasse il popolo della sinistra da un lato a leccarsi le ferite elettorali, dall’altro a interrogarsi sulle cause del tracollo e ad individuare le strade da intraprendere in futuro.La “Assemblea nazionale per una sinistra unita e plurale” , svoltasi Sabato 19 aprile a Firenze, è stata sostanzialmente questo e le stesse modalità di partecipazione (una non stop di interventi dalle 11 alle 18) hanno evidenziato come l’incredulità iniziale abbia lasciato il posto ben presto alla voglia di riprendere un cammino politico “partendo dai territori”, dai gruppi di iniziativa sociale, dalle associazioni. Ovvero, riprendendo in mano l’analisi delle problematiche e delle conflittualità del nostro tempo, che così spesso oggi fanno fatica a riconoscersi negli schemi ideologici e strutturali di una sinistra che sconta, oggettivamente, un ritardo in termini di comprensione e di capacità di aggregazione.L’essere parte di un governo che non ha saputo o ha saputo solo marginalmente affrontare i nodi fondamentali della fase politica (welfare, conflitto di interessi, legge Biagi, legge Bossi-Fini e leggi ad personam, precariato, TAV, Dal Molin, per finire con l’eterna promessa di una riduzione della pressione fiscale sulle famiglie) ha penalizzato fortemente una sinistra che è apparsa priva di capacità di incidere nelle scelte fondamentali, presa in mezzo dalle spinte del “suo” popolo e dalla spada di Damocle di una maggioranza parlamentare risicata e costantemente in bilico, con il conseguente rischio di una crisi addebitabile a un atteggiamento definito sempre e comunque (e furbescamente) “radicale”, quasi a togliergli ogni volta legittimità e dignità. E ha, pertanto, comportato un progressivo distacco tra rappresentanze istituzionali e corpo sociale.Questo distacco, questa distanza sono risuonati più di una volta nelle parole degli intervenuti, sia che parlassero a livello personale sia in rappresentanza di comitati o gruppi territoriali; un autentico grido di allarme diretto ad affermare che o la sinistra riprende ad elaborare un modello di società alternativa equa, solidale, mettendosi in rete con le iniziative messe in essere dalle numerose realtà locali e nazionali, interpretandole e non semplicemente cavalcandole di volta in volta, oppure è destinata a rimanere una forza residuale e di pura testimonianza.Gli inviti all’unità, alla prosecuzione della ricerca di una sinistra, appunto, “unita e plurale” è stato il leiv motiv della giornata. Ovvero, l’esortazione ad abbandonare i particolarismi, a ridimensionare il valore di certi simboli storici in una fase politica come quella che stiamo vivendo e perseguire la ricerca di un “nuovo senso comune” che dia corpo a quella che si usa definire “sinistra diffusa”. Questo hanno chiesto i rappresentanti dei gruppi di base, gli esponenti dei comitati per la difesa della Costituzione, gli operatori del call center e i non garantiti, questo hanno chiesto persino antichi leader comunisti.  Una unità che consapevolmente può richiedere tempi lunghi, confronti faticosi, magari rinunce e mal di pancia. Ma che deve obbligatoriamente avvenire se si vuole cominciare a dare risposte attuali ai cambiamenti della società rispetto ai quali, per dirla con Nichi Vendola, “abbiamo strumenti analitici e strategici asfittici, desueti, poveri”.Naturalmente, c’è anche chi crede che tutto ciò possa essere fatto ancora con i partiti già esistenti, “rifondando” Rifondazione Comunista (Ferrero) e ritornando alla falce e martello (Diliberto). C’è chi crede che la collocazione della sinistra sia in una probabile eterna opposizione (ora più di piazza e nei posti di lavoro che in Parlamento) e che il richiamo alla lotta di classe riveduto e corretto e quindi adeguato alle realtà del nostro tempo possa essere ancora pagante ed aggregante.Personalmente, penso che quest’ultima prospettiva sia perdente e rischi di portare di nuovo a quella “scelta di parte” di recente memoria elettorale che ha fatto sì che la parte fosse un’altra….Penso cioè che possa riportare a un senso di appartenenza puramente identitario senza capacità di attrarre quelle rilevanti parti di popolazione che non si riconoscono necessariamente (o che comunque ne diffidano) nei valori e nella storia di quei partiti che oggi in qualche modo si definiscono eredi della tradizione comunista, ma che si richiamano a una cultura di sinistra più articolata che trova nella partecipazione di base, nella lotta al precariato, nel volontariato, nei movimenti contro la privatizzazione dell’acqua, nella salvaguardia dell’ambiente e della pace, nell’attualità dei valori costituzionali e in quant’altro le motivazioni qualificanti e non ideologiche del proprio impegno e della propria collocazione.A Firenze si è evidenziato con nettezza l’orgoglio di un popolo che si è trovato d’un tratto orfano di quel consenso che, viceversa, riteneva acquisito e rassicurante, ma che non è disposto per questo a tornare a casa, ad abdicare, a smettere di impegnarsi e lottare per una società diversa e migliore. Un popolo disposto a mettersi in discussione e a riallacciare un dialogo con questa Italia che alle urne l’ha reso residuale e che sente di doversi prefiggere obiettivi di grande portata. Perché, come ha opportunamente sottolineato Paolo Cacciari, occorre provare a dire “come immagineremmo il mondo se dipendesse da noi, quale è la nostra idea di società buona, la visione di insieme di una società liberata dalla logica economica dominante. Un mondo capace di futuro, ospitale, equo, capace di ripudiare non solo la guerra, ma qualsiasi forma di violenza strutturale”.
Ovvero, rivendicare la propria diversità.

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Segnali di Aprile

di Saverio (27/03/2008 - 23:22)

Il meccanismo è diabolico, si tratta solo di aspettare. E le cosiddette “crisi regionali”, una o più alla volta, puntualmente arrivano, figlie dell’incancrenirsi di problematiche irrisolte o solo apparentemente risolte. Figlie del silenzio in cui le ha nascoste chi può deciderne la soluzione e non riesce o non vuole. E’ così, le prime pagine dei giornali si riempiono di violenza, di drammi, di preoccupazione, di opinioni autorevoli, di interviste, di interrogativi ineludibili ai quali i grilli parlanti di turno si sforzano di dare risposte qualificate. Per una settimana, forse due. Fino al prossimo silenzio.

QUI TIBET.

Era il 7 ottobre 1950 il giorno in cui la Cina invase militarmente la regione, sino ad allora indipendente, rivendicandone la sovranità e concedendole una straccio di autonomia. L’insofferenza all’occupazione portò alla insurrezione del marzo 1959, repressa nel sangue e conclusasi con l’esilio del Dalai Lama a Dharamsala, in India. Questa la premessa: per arrivare ai giorni nostri e alla violenta rivolta di marzo che ha riempito i mass media serve sottolineare la costante colonizzazione del Tibet da parte di cinesi di etnia “Han”, la discriminazione sociale e culturale nei confronti della popolazione locale, l’autonomia di facciata e il mantenimento in esilio della guida spirituale. Passando per la distruzione di numerosi templi e monasteri buddisti durante la “rivoluzione culturale” cinese negli anni sessanta.

La si può vedere da qualsiasi angolazione, si può persino arrivare ad accusare il Dalai Lama, da sempre emblema della nonviolenza, di essere l’istigatore dei disordini (come affermano le autorità cinesi). Si può leggere nella violenza scoppiata nel regno della spiritualità il segnale della nascita di una nuova coscienza identitaria tibetana, che si cela alle spalle dei monaci e li scavalca in direzione di una affermazione forte dei propri diritti, che non disdegna la manifestazione di piazza, lo scontro fisico. Si può persino accreditare come comprensibile la rivendicazione cinese della propria integrità territoriale.

Quello che non si può ignorare è che si è di fronte, per l’ennesima volta, alla negazione di diritti civili ed umani, alla repressione bieca ed insopportabile di chi leva la propria voce chiedendo una libertà che si sostanzia nel pari accesso alla formazione scolastica e al lavoro, e rivendica la dignità umana, la spiritualità, la salvaguardia della propria cultura e della propria diversità. Certo, anche chiedendo (comprensibilmente) l’indipendenza per avere (realisticamente) una autonomia politica ed amministrativa degna di questo nome.

Se questo è, le istituzioni nazionali ed internazionali dovrebbero mettere in campo tutte le iniziative politiche e diplomatiche in loro possesso, ovvero dare un segnale forte di rifiuto a forme di repressione fisica brutale e di “genocidio culturale” (per dirla con il Dalai Lama) che andrebbero bandite dalla civile convivenza, per non dire dalla storia.

Ma il condizionale è d’obbligo: la comunità internazionale si dice “preoccupata”, lancia inviti “alla moderazione”, invoca la fine delle violenze. L’ONU è bloccata dai veti,  il Papa rompe il silenzio lanciando un consueto generico appello per il dialogo e la tolleranza tra le parti. Boicottare le prossime Olimpiadi? “Jesse Howens a Berlino sconfisse Hitler”, si dice a più voci; “Non sono un evento politico, ma sportivo”, ci ricorda Bush.

Nessuno disturbi l’immenso mercato cinese, nessuno incrini le centinaia di partnership economiche che l’Occidente ha in essere con il gigante asiatico.

E il Tibet? Tempo qualche settimana e nessuno se ne ricorderà più.

 

QUI KOSOVO.

E così, dal 17 marzo scorso il Kosovo si è autoproclamato indipendente. Naturalmente si fa per dire: l’appoggio incondizionato di USA e grande maggioranza dei Paesi aderenti alla Unione Europea ha fornito solide basi all’ardito annuncio. Trova così la sua prevedibile conclusione una vicenda iniziata nei primi anni ’90 con gli scontri tra truppe serbe e separatisti albanesi, proseguita nel ’99 con i bombardamenti NATO in Serbia e la successiva amministrazione ONU sino ai giorni nostri.

Diciamolo con nettezza: la dichiarazione di indipendenza rappresenta innanzitutto una palese violazione del diritto internazionale, e,  in particolare, della risoluzione 1244 dell’ONU che prevede che il Kosovo rimanga all’interno di un unico stato con la Serbia. Ma il problema vero non sta tanto in questioni di arida disciplina giuridica: sta, piuttosto, nell’atteggiamento politico-diplomatico della grande maggioranza di nazioni europee e non solo (Italia compresa) che ha incoraggiato e legittimato la nascita di uno stato con solide basi etniche. Una decisione miope e pericolosa, in grado non solo di gettare l’intera regione dei Balcani nella instabilità (non tiene infatti adeguato conto della minoranza serba, localizzata in alcune zone della regione, soprattutto nella città di Mitrovica), ma anche e soprattutto di creare un pericoloso precedente per le rivendicazioni di altri popoli (si pensi alla Cecenia e alla Ossezia in Russia, alla Abkhazia in Georgia, ai Paesi Baschi e la Catalogna in Spagna o al secessionismo fiammingo) che, a questo punto, potrebbero riaffermare il diritto a che una minoranza regionale possa legittimamente arrivare all’indipendenza. Perché no? Nessuno può ragionevolmente negare o sottovalutare la portata delle problematiche di convivenza tra diverse etnie presenti nel Kosovo, né le aspettative della maggioranza albanese. Ma la proclamazione unilaterale dell’indipendenza significa precisamente la sconfitta di ogni prospettiva di convivenza e di riconciliazione e, di contro, la clamorosa vittoria del nazionalismo basato sulle distinzioni di razza e di lingua radicate in un territorio.

 

QUI PALESTINA.

Proviamo per un attimo a pensare di trovarci nella striscia di Gaza, nel bel mezzo dei bombardamenti israeliani, preventivi o a titolo di rappresaglia: immaginiamo le abitazioni distrutte, le vittime (combattenti e civili), i lamenti dei feriti. Poi spostiamoci agli ormai rituali funerali di massa, infiliamoci tra le migliaia di persone in preda ad un dolore pieno di rancore che, gridando e sparando in aria, inneggiano alla fine dello Stato di Israele.

Facciamo un altro sforzo e avviciniamoci a un bar o a un ristorante di Gerusalemme e osserviamo l’ennesimo”kamikaze” che si fa esplodere seminando le membra dei malcapitati presenti. O il terrorista di turno che spara alla cieca. Oppure giriamo per la città israeliana di Sderot, dirimpettaia della Striscia di Gaza e quotidianamente bersagliata da decine di razzi Qassam e dal loro carico di morte.

A questo punto, proviamo a pensare: “Ma da quanto è che dura?”. Dal 1948, tra una guerra e l’altra. Sessanta anni.

L’assedio di Gaza, seguito alla strage nella scuola rabbinica, è durato sei giorni e il bilancio ufficiale delle vittime parla di 113 palestinesi, di cui moltissimi civili, e due militari israeliani. Hamas ha gridato vittoria. Già, bella vittoria.

Si tratta di un bilancio che la dice lunga sulla sproporzione delle “forze” in campo, ma che soprattutto aiuta a capire la disperante immobilità della situazione mediorientale: Israele che cerca  di consolidare il proprio Stato e nel contempo di mantenere il controllo dei territori palestinesi, Hamas che, quasi “nutrendosi” dei propri morti, persegue l’idea di distruzione dell’avversario attraverso l’azione terroristica che, ben lungi dal fiaccarlo, non fanno che alimentare una reazione di pari o superiore portata. Nel mezzo un Abu Mazen che non si sa bene chi rappresenta, ma che continua a essere considerato dall’Occidente l’unico interlocutore affidabile.

Qualcuno può onestamente dire che in tutti questi anni vi siano stati reali cambiamenti di questo devastante scenario?

Un sondaggio pubblicato in Israele rivela che il 64% degli abitanti ritiene sia necessario un dialogo con Hamas. Ma se i servizi segreti israeliani ipotizzano che Hamas abbia addirittura aperto Gaza ad Al Qaeda, quali prospettive di contatto si possono prefigurare?

Ed allora, di fronte alla oggettiva incapacità (o non volontà) di raggiungere risultati significativi da parte delle autorità Israeliane e Palestinesi, di fronte al consueto immobilismo dell’Unione Europea, ecco rispuntare gli Stati Uniti, oggi come ieri e come sempre ritenuti capaci di esercitare una determinante pressione su entrambe le parti (specie su Israele) in grado di portare alla conclusione di un accordo di pace definitivo.

Ma siamo in piena campagna elettorale e sino al prossimo anno, ammesso e non concesso, non se ne parla.

Si tratta di avere pazienza, quale è il problema?

 

QUI AFGHANISTAN.

C’è qualcosa che non quadra. Dopo la fulminea invasione americana del Paese, i Talebani sembravano scomparsi, o perché morti, o perché rinchiusi a Guantànamo, o perché dispersi tra le svariate tribù o riciclati nel governo Karzai. L’Afghanistan liberato sembrava avviarsi sulla strada di una faticosa ma sicura democrazia. Eppure, gli attentati suicidi e gli agguati alle colonne militari occidentali hanno ripreso a manifestarsi con sempre maggiore intensità e le notizie di una rilevante ripresa della attività bellica arrivano con sempre maggiore frequenza. Al punto che adesso, in genere, si parla di “guerra” in Afghanistan. “Guerra”? Ma come? Non si era lì per vigilare sulla ricostruzione del paese?

Le informazioni a riguardo stentano ad arrivare, filtrate da una rigida censura. Per cui, se da un lato veniamo a puntualmente a conoscenza della morte in combattimento di soldati USA e NATO (e quindi anche di qualche italiano), dall’altro le consuete agenzie ci raccontano di combattimenti in cui hanno perso la vita decine di Talebani o di bombardamenti in cui, accidentalmente, la vita l’hanno persa decine di civili. Ma la situazione reale sfugge.

Ebbene, la situazione in Afghanistan è drasticamente peggiorata nell'ultimo anno. Il 2007 (chiusosi con oltre 7mila morti , di cui almeno 1.400 civili uccisi in gran parte dai bombardamenti aerei della Nato) è stato l'anno più sanguinoso dalla caduta dei talebani (anche per la stessa Nato: 232 i soldati occidentali morti). Secondo un recente rapporto del Senlis Council intitolato “Afghanistan sull'orlo del precipizio”, i Talebani controllano il 54 percento del territorio afgano, sono attivi in un altro 38 percento ( compresa la provincia ‘italiana' di Herat ) e minacciano ormai la stessa capitale Kabul (la cui difesa è ora responsabilità dei soldati italiani ). In primavera è prevista un'offensiva talebana senza precedenti , in vista della quale Stati Uniti e Nato pretendono un maggiore impegno bellico da parte di tutti gli alleati, Italia compresa.
A tal proposito, si ipotizza (vedi interrogazione parlamentare a firma Menapace ed altri del gennaio scorso) che in realtà il contingente italiano stia già svolgendo un’operazione di guerra attiva (denominata “Sarissa”), volta a combattere i talebani a fianco delle forze statunitensi e britanniche, in particolare nella provincia occidentale di Farah.
Resta da dire che lo stesso Segretario di Stato USA, Condoleeza Rice, ha ammesso non meglio precisati “errori” di valutazione in Afghanistan. A questi errori rimedierà la “dottrina Petraeus” (dal nome del Comandante truppe USA in Iraq): meno bombardamenti dal cielo, più pattugliamenti, più ricostruzione. Molte piccole basi disseminate nel territorio e un buon rapporto con i locali.
Possiamo stare tranquilli.

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Dagli al marocchino!

di Saverio (15/03/2008 - 11:17)


Giovedì 13 marzo il quotidiano di Reggio “L’Informazione” è uscito con in titolo in prima pagina che vedete riportato. Questo giornale da tempo persegue una pericolosa linea editoriale diretta a suscitare, con toni allarmistici ed apodittici, diffidenza e vera e propria ostilità nei confronti degli immigrati extracomunitari e dei Rom, ritenuti responsabili di tutti (o quasi) i problemi legati alla sicurezza che viviamo nella nostra città. Obiettivo di questo indirizzo è spesso l’Amministrazione Comunale, e questo rientra – come dire – nel normale gioco della politica amministrativa (“L’Informazione” è di fatto l’organo di stampa del centro destra). Ma quando, come in questo caso, si utilizza un episodio oggettivamente veniale per lanciare un messaggio di autentica intolleranza razziale, ogni persona dotata di un minimo di sensibilità e di intelligenza dovrebbe preoccuparsi e sentirsi offeso.
Io ho pensato di preoccuparmi e di rispondere a questo offesa diffondendo il più possibile la notizia e inviando la lettera che qui è riportata al Direttore del giornale. A tutt’oggi non è stata pubblicata. Chissà se mai lo sarà.

Gent.mo signor Direttore,
sono un lettore occasionale de “L’Informazione”, e me ne scuso, ma sono al corrente delle battaglie di civiltà che questo quotidiano porta avanti sin dal suo nascere.
Volevo esprimerle il mio personalissimo plauso per il grande rilievo che giovedì 13 marzo il suo giornale ha dato al gesto inconsulto di quel marocchino 15enne che, cito testualmente, “ha profanato l’altare e sfidato i fedeli in preghiera” nella chiesa di Meletole.
Un grande titolo in prima pagina e due pagine interne dense di servizi, commenti, interviste e fotografie. Davvero ammirevole e davvero encomiabile il lavoro del giornalista che ha realizzato il tutto e che, immagino per modestia, non lo ha neppure sottoscritto con la sua firma.
Questi avvenimenti, colpevolmente sottovalutati dal resto della stampa reggiana oltre che da certa cultura ahimè ancora presente nella nostra realtà, vanno opportunamente stigmatizzati e dati in pasto, pardon, proposti all’opinione pubblica per quello che sono, ovvero una ennesima dimostrazione di come l’Islam e il pensiero musulmano in generale stiano tentando di prevaricare le nostri radici cristiane, la nostra fede, i nostri simboli.
Un atto gravissimo”, avrebbe dichiarato il parroco don Stefano Torelli e meno male che l’ignoto autore dell’articolo ci ha opportunamente ricordato che non sono molto più vecchi di questo ragazzino “i musulmani che in Turchia hanno ucciso, ferito e minacciato sacerdoti cattolici, dal martire don Andrea Santoro al reggiano padre Adriano Franchini”. Un collegamento acuto ed appropriato, un esempio di grande giornalismo.
Oggi si rovescia il tavolo con l’ostensorio, domani chissà cosa potrebbe accadere, magari incidere il proprio nome in arabo su un inginocchiatoio! Ed infatti, ci informa sempre l’anonimo cronista, non solo la comunità parrocchiale, ma l’intero paese è  stato “profondamente turbato da quanto accaduto”. Turbamento perfettamente fotografato dal “Siamo sconcertati” pronunciato dal barista della frazione. Sono sicuro che nella zona se ne parlerà per mesi.
Nonostante ciò, qualcuno si ostina a minimizzare il fatto dicendo che si è trattato di una bravata, in quanto il 15enne è da tempo seguito dai servizi sociali a causa di suoi problemi comportamentali.
Altro che bravata! Se fosse stato italiano, forse. Ma è marocchino. E i marocchini, si sa, non fanno mai nulla senza premeditazione. Illuminanti a tal proposito le parole dell’on. della Lega Nord, il nostrano (in senso dialettale) Angelo Alessandri, che immaginiamo presente sul luogo della profanazione vista la nettezza dei giudizi: “Un chiaro ennesimo episodio di intolleranza religiosa ridotto a una bravata: il buonismo è la scala a pioli che conduce all’inciviltà”; e ancora “la nostra visione liberale e laica dello stato, la nostra cultura, le nostre tradizioni e addirittura il nostro cibo devono lasciare il posto, per non urtarle, alle pretese di una arrogante cultura integralista”.
Quali nobili concetti, quale accurato approfondimento delle problematiche della convivenza, quale mirabile analisi del fenomeno sociale!!
Ma, fortunatamente, l’ignoto estensore dell’articolo ha pensato che tutto ciò non fosse sufficiente a scuotere le nostre assonnate coscienze ed allora ci ha informati che, altresì, nella zona abitavano anche dei nomadi e che erano avvenuti svariati furti anche ai danni della parrocchia. Il quadro si è così definitivamente completato: extracomunitari e zingari, la feccia che sta inquinando i nostri valori cristiani e sociali, ecco qual è il nostro problema. Meno male che c’è L’Informazione a ricordarcelo con tanta foga, signor Direttore, meno male che in questo conflitto di civiltà, rappresentato simbolicamente da un ragazzino di 15 anni seguito dai servizi sociali, Lei si erge a nostro difensore, armato dello spessore morale adeguato alla gravità dei tempi che viviamo.
In conclusione, solo una domanda, signor Direttore: ma a Lei non capita proprio mai di vergognarsi per articoli di questo tenore?

 

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Caro Fausto ti scrivo....

di Saverio (04/03/2008 - 17:09)

L'avvicinarsi delle elezioni impone a chi si riconosce politicamente e culturalmente nei valori della sinistra una riflessione sulle prospettive del progetto "La Sinistra L'Arcobaleno". Senza timore di esternare speranze e preoccupazioni. E' questa esigenza che giustifica, pertanto, una incursione nella politica, intesa nella sua accezione più vasta.



Caro Fausto,
la caduta del governo Prodi e il mancato accordo per un esecutivo istituzionale che si proponesse, in primis, di riformare l’attuale iniqua legge elettorale hanno messo in moto una serie di accelerazioni che hanno innegabilmente modificato il sistema politico. Va dato atto a Veltroni e al PD di aver innescato, attraverso la decisione di presentarsi in solitudine, una serie di contraccolpi che hanno portato alla costituzione, seppur nella consueta forma aziendalistica, del Popolo della Libertà e al distacco dell’UDC di Casini dagli antichi sodali per evocare il ruolo del centro moderato.
In un tale contesto, si è velocizzato anche il progetto da tempo avviato diretto alla costituzione di una forza della Sinistra che, finalmente, si facesse carico da un lato di unire Sinistra Democratica, Rifondazione Comunista, PdCI e Verdi, dall’altro di porsi come referente politico dei movimenti e, più in generale, di una società civile sempre più smarrita e spesso animata da un atteggiamento di rifiuto nei confronti della politica, così come da tanto tempo intesa nel nostro Paese.
Questa premessa, forse banale e scontata, mi porta a domandarti, da elettore di sinistra, dove vogliamo andare. E, soprattutto, come.
Te lo chiedo con non poca preoccupazione, osservando modalità di presentazione, slogan e contenuti della Sinistra L’Arcobaleno.
A ogni iniziativa pubblica di rilievo troneggiano i soliti Giordano, Diliberto, Salvi e Pecoraro Scanio, mai che ne manchi uno, costantemente a rimarcare le diverse provenienze; dai manifesti elettorali che già si vedono in giro fanno capolino, piccoli ma visibilissimi, i simboli delle 4 formazioni politiche che hanno dato vita alla Sinistra Arcobaleno, fornendo una immagine di coalizione che male si concilia con una idea di grande Partito unitario che dovrebbe, finalmente, spazzare via gli ormai insopportabili particolarismi del 2-3%.
E’ quindi così difficile rinunciare alla propria identità, anche se sempre poco premiata dagli elettori? E se, malauguratamente, le elezioni dovessero portare a un risultato inferiore alle previsioni, potremmo attenderci una inversione di rotta, un ritorno alle origini?
Credo che, viceversa, in questa difficile campagna elettorale sarebbe indispensabile lanciare un forte messaggio di unità, ovvero far maturare la consapevolezza che solo una sinistra unita potrà configurarsi come interlocutore o antagonista delle spinte neoconservatrici e moderate che si preparano ad affermarsi nel nostro Paese, anche grazie alla scelta strategica del Partito Democratico.
Non meno preoccupante, a mio parere, è questo invito al voto di parte. Non perché non sia corretto affermare con chiarezza la propria identità politica e culturale, ma perché suona oggettivamente (e non perché lo dice la destra) come un proclama di appartenenza di classe o, se vogliamo, di esclusione pregiudiziale di intere categorie sociali in quanto non immediatamente omologabili ai valori storici della sinistra. Trovo questo slogan (“Dai un voto di parte”) infelice e perdente, perché se da un lato sembra chiamare il popolo della sinistra a serrare i ranghi, dall’altro sembra segnare un territorio troppo ideologizzato ed identitario (noi e gli altri), col rischio di non riuscire a penetrare come potrebbe una società civile sulla quale è in atto un bombardamento mediatico (il voto utile) senza precedenti.
Il ritorno dei comunisti”, titolano certi giornali. Se ci rendiamo conto di come sia forte l’esigenza dei gruppi di potere di emarginare e di rendere davvero residuale la sinistra, non possiamo permetterci il lusso di spaventare l’elettorato attraverso un semplice richiamo alla nostra diversità: dobbiamo fare comprendere che i valori nobili del socialismo, ovvero una società più giusta, solidale, sicura ed equa, che trovano riscontro non tanto nel “Capitale” di Carlo Marx quanto, più semplicemente, nel dettato della nostra Costituzione, possono divenire patrimonio condiviso e non
proprietà privata degli operai, dei precari, dei pensionati al minimo.
E’ questo, caro Fausto, il grande ma raggiungibile obiettivo che la Sinistra dovrebbe porsi: quello di parlare a tutti gli Italiani, di far comprendere loro la praticabilità del proprio programma politico. Credo che solo ad alcuni irriducibili nostalgici possa interessare il ruolo di garante di una fede politica, quella sorta di purezza ideale che consente di sentirsi estranei ai loschi compromessi della politica, quel piedistallo asettico dal quale osservare con sdegno la politica sporca. Se questo dovrà essere, se dovrà ridursi a mera e pur ammirevole testimonianza, il progetto della Sinistra l’Arcobaleno è destinato ad autodistruggersi, nel compiacimento di chi ambisce all’appiattimento culturale ancor prima che politico.
Ed allora, appare fondamentale approntare linee strategiche e programmatiche che uniscano al coraggio e alla coerenza la capacità di essere comprese e condivise, piuttosto che prestare il fianco alle consuete accuse di velleitarismo. Piuttosto che lasciarsi andare ai fastidiosi proclami ed ultimatum di cui hanno dato prova sguaiata i più autorevoli (?) esponenti della cosiddetta “Sinistra radicale” ai tempi del governo Prodi, generando disorientamento, malumore, incomprensioni.
Se si parla precarietà, occorre spiegare con quali risorse e con quali eventuali agevolazioni alle imprese è possibile il contratto indeterminato dopo 36 mesi; se ci si oppone alle grandi opere (Ponte sullo Stretto di Messina,TAV, Mose di Venezia) occorre dire perché e cosa si propone in alternativa; se si dice no al raddoppio della Base americana di Vicenza è necessario proporre una riflessione a tutto campo sul significato della presenza USA in Italia, altrimenti ci si potrebbe ritrovare a dover discutere, stucchevolmente, di un’altra collocazione; così come dire no alle partecipazioni militari della NATO senza proporre una revisione del nostro farne parte porta poco lontano; se si rifiuta (giustamente) il ritorno al nucleare, occorre elaborare un piano energetico credibile e fattibile che resista alle obiezioni e alle pressioni di quanti (Casini e Berlusconi) ne auspicano un ritorno in grande stile; se si invoca la chiusura dei “lager” CPT, occorre affermare quale alternativa sia possibile per l’accoglienza delle centinaia di clandestini e reietti che quotidianamente arrivano in Italia; se si intende eliminare l’ICI sulla prima casa, bisogna spiegare perché solo per i redditi medio-bassi o, viceversa, riflettere sul fatto che la nostra normativa fiscale già adesso non consente le agevolazioni sulla prima casa alle abitazioni che abbiano caratteristiche di lusso; così come, se si intende abolire definitivamente i tickets sulla sanità, introdurre il salario minimo per legge di 8 euro all’ora e recuperare automaticamente ogni anno il tasso di inflazione reale su quello programmato, oppure assicurare un reddito sociale per i disoccupati, occorre dire con quali risorse economiche e con quali tempi.
Insomma, Fausto, mi pare evidente che una Sinistra nuova e moderna, strettamente ancorata al Socialismo europeo, debba configurarsi come forza responsabile in grado di fare fronte in modo adeguato a tutte le scommesse future e di dare risposte alle insidiose ma ineludibili domande che la società civile, la gente, i cui interessi sono continuamente interpretati in campagna elettorale (dopo, un po’ meno…), porranno. E lo dovrà fare senza attribuire furbescamente la responsabilità ad altri e senza attendere che altri trovino le soluzioni.
Una Sinistra ambiziosa, Fausto. E’ ora di esserlo.







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Segnali di Febbraio

di Saverio (05/02/2008 - 17:22)


- E così, il governo Prodi ha concluso la sua breve esistenza. Diciamolo: un po’ ce l’aspettavamo. Tra tentativi di “spallata”, polemiche e distinguo all’interno della maggioranza e condizionamenti dei singoli senatori, da tempo appariva chiaro che prima o poi sarebbe successo. Possiamo anche attribuire alla squallida fuoriuscita di Mastella (e alle pesanti intrusioni del Vaticano) la causa dell’accaduto, ma la sostanza non cambia: le diversità politiche all’interno della coalizione di governo e il modo di esprimerle, fatto di proclami, moniti, avvertimenti,  minacce e veri e propri ultimatum sono stati in questi diciotto mesi ben più forti del tanto decantato “programma” a cui un po’ tutti, periodicamente, si sono richiamati. Un programma, ormai sembra evidente, che spesso ci si affrettava ad interpretare a seconda delle finalità politiche di ciascuno.
D’altra parte, per stare ai temi che qui abitualmente si trattano, che cosa diceva il “programma” sulla crisi libanese, sulla recrudescenza bellica in Afghanistan, sull’ampliamento della base Dal Molin a Vicenza o sull’aumento del bilancio della Difesa? Situazioni del genere, nuove o conseguenze di precedenti decisioni, avrebbero richiesto capacità di sintesi e di mediazione e non, come spesso è avvenuto, rivendicazione di giudizio autonomo o furbe collocazioni ambivalenti del tipo “sono al governo ma cerco di condizionarlo manifestandogli contro”. Magari non sarebbe bastato e i centristi avrebbero salutato la maggioranza al primo pretesto. Ma certo si sarebbe evitato lo sbandamento di tanto elettorato di centrosinistra e la conseguente perdita di consensi.
Ci si è provato. Pur di battere Berlusconi si è messo assieme tutto e tutti, si è raschiato il barile di una politica in cui particolarismi ed interessi di partito fanno fatica a conciliarsi con le speranze di un popolo che aspira, per dirla alla D’Alema, a un Paese “normale”.
Se ne prenda atto e la sinistra e il Partito Democratico (sempre che lo voglia…) provino a ripartire dalle istanze della società civile abbandonando le vesti da grilli parlanti autoreferenziali. Può essere che le elezioni si perdano, ma almeno si saprà da che parte stare e perché.

 
- Si fa fatica a conciliare il mare cristallino, i sontuosi “Resort”, la natura incontaminata, i safari fotografici e il sorriso degli abitanti con quanto è accaduto e sta accadendo in Kenya. Ma come: non si trattava di un Paese tranquillo, povero sì, ma ormai avviato verso una certa “normalizzazione” delle contraddizioni economiche e sociali? Macchè.
Come si dice, il fuoco covava sotto la cenere. E la vittoria alle elezioni del Presidente uscente Mawai Kibaki, ormai unanimemente riconosciuta come frutto di consistenti brogli, ha fatto divampare le fiamme in gran parte della nazione: disordini, saccheggi, uccisioni, villaggi distrutti e mattanze, discriminazione etnica.
Analizzare la situazione politica ed economico-sociale del Kenya (come di un qualsiasi altro Paese africano) richiederebbe pagine e pagine di approfondimento su origini tribali, dominio coloniale, indipendenza, fino al faticoso e spesso improbabile cammino verso un concetto di democrazia che rimane gioco forza enormemente distante da quello che noi intendiamo.
Nel 2002, il lungo (24 anni) potere dittatoriale di Daniel Arap Moi lasciava il posto al gruppo politico NARC di Kibaki. Con lui arrivava una ondata di speranza di riscatto nella popolazione intera. La sua appartenenza  alla etnia “Kikuyu”, relativamente maggioritaria (22%) rispetto alle tante altre presenti, non avrebbe rappresentato un problema laddove i progetti di giustizia sociale e di redistribuzione delle terre avessero trovato attuazione. Viceversa, la corruzione, le politiche clientelari a favore di appartenenti all’etnia vincente, la profonda spaccatura del partito di governo che ne ha determinato un conseguente isolamento politico, unitamente al costante livello di disoccupazione (attualmente al 40%) e al progressivo impoverimento di tanta parte della popolazione (inflazione 14,5%, debito estero $ 6.931 mld) hanno prodotto un generalizzato grado di insoddisfazione, raccolto dal capo del Partito di opposizione “Orange” (ODM), Raila Odinga, tra l’altro di etnia “Luo” non al potere.
E’ comprensibile che, in un contesto di contrapposizione così radicale, l’elezione alla Presidenza della Repubblica assumesse una significato fondamentale. Non va dimenticato, infatti, che la Costituzione kenyana attribuisce al Presidente poteri elevatissimi: può sciogliere il Parlamento in qualsiasi momento, sceglie  e revoca i ministri, da lui sostanzialmente dipendono risorse economiche e politiche da assegnare ai ministeri e la possibilità di favorire uno stretto sistema clientelare. Se viene sfiduciato, viene sciolto anche il Parlamento.
L’equazione corruzione e sopraffazione = gruppo etnico dominante è scattato in modo elementare. Tanto più se il cambiamento auspicato dalla opposizione consiste anche nel ritorno alla regionalizzazione, ovvero il diritto di vivere e di avere proprietà in determinate zone del Paese soltanto per le etnie che di tali zone sono originarie. Una sorta di sfratto per molti kikuyu che, in questi anni, hanno acquisito territori in tutto il Kenya.
Ma al di là di motivazioni tribali, appare chiaro che la povertà dilagante, la miseria delle baraccopoli, la mancanza di prospettive occupazionali e di vita dignitosa rappresentano una scintilla in grado in ogni momento di originare la violenza. Se non si lavorerà per una reale crescita economica e culturale della popolazione e per una più equa distribuzione delle risorse, neppure il prevedibile accordo tra i contendenti Kibaki e Odinga sarà in grado di dare un futuro di speranza al Kenya.

 
- Una quantità impressionante di associazioni (si va dall’Arci alla Rete Lilliput, da Legambiente alla Tavola per la Pace, passando Greenpeace, Movimento Nonviolento, Beati i costruttori di pace, Nigrizia, e arrivando a Mosaico di pace, FIOM Cgil , FIM Cisl e tantissime altre) ha organizzato una raccolta di firme a sostegno di una proposta di legge di iniziativa popolare per la messa al bando nel territorio italiano di tutte le armi nucleari ivi presenti, ovvero affinchè l’Italia venga dichiarata “zona libera da armi nucleari”.
Naturalmente, di tutto questo non si trova notizia sui mass media nazionali, al punto che al momento appare come una proposta di “nicchia”, nota ai promotori e a pochi altri pur essendo stata lanciata all’inizio di Ottobre 2007.
L’iniziativa è indubbiamente lodevole e, come tale, va diffusa e pubblicizzata. Non tanto perché realmente si speri che il Parlamento possa farla propria (i tempi, ahinoi, non sono granchè cambiati….), quanto perché si riprenda a parlare del fatto che l’Italia ha ratificato il Trattato di non proliferazione nucleare nel 1975, ovvero si è impegnata a non produrre né accettare mai sul proprio territorio armi nucleari e, tuttavia, consente che nei siti di Ghedi e di Aviano siano presenti 90 testate di tipo B-61.
E che si riprenda a parlare, di conseguenza, del significato dell’appartenenza alla NATO e della permanenza di basi militari americane nel nostro Paese a 63 anni dalla fine della seconda guerra mondiale.
Ed allora, www.unfuturosenzatomiche.org per visitare il sito, comitato.reggiano@alice.it per chiedere informazioni.


- “In nome di quale sopraffazione si può negare ai Paesi del Terzo Mondo il diritto di avere il nucleare civile?” Detta così, la frase pronunciata da Nicolas Sarkozy potrebbe sembrare persino nobile. Ma poi, constatato quale dovrebbe essere in tutto questo il ruolo della società francese Areva, leader mondiale nel settore della progettazione e realizzazione di centrali nucleari di terza generazione, l’interrogativo pseudoterzomondialista del Presidente francese si riempie di tanti (100 miliardi) euro.
Già, perché le previsioni degli addetti ai lavori rivelano che da qui al 2030 gli oltre 400 reattori nucleari nel mondo raddoppieranno, dando vita a un business di proporzioni gigantesche. Brasile, Sud Africa, Turchia, Viet Nam, Marocco, Egitto, Libia ed altri sono già in lista di attesa, disposti ad investire più di tre miliardi di euro per ogni nuovo impianto. Ma anche  Paesi dell’Est come Slovacchia, Bulgaria, Romania e Lituania vedono nel nucleare un modo per svincolarsi dalla dipendenza energetica russa.
La stessa Unione Europea ha dichiarato che l’energia nucleare non può essere considerata rinnovabile. D’altra parte, le riserve di uranio esistenti basteranno approssimativamente per altri 60 anni e non sfugge il rischio che per il suo controllo si arrivi a vere e proprie guerre (in Niger accade già adesso), così come avvenuto per il petrolio. Non sfugge neppure l’irrisolto problema dello stoccaggio delle scorie radioattive e la relativa facilità del passaggio dal nucleare civile a quello militare, con particolare riferimento a quei Paesi senza meccanismi di democrazia, in grado di sottrarsi al controllo della Agenzia Internazionale della Energia.
Il caso Iran non ha evidentemente insegnato nulla.  

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Civiltà e barbarie

di Saverio (05/02/2008 - 17:06)

E’ in libreria “Guantanamo speaking” (Di Salvo Editore), una raccolta di interviste di Roger Willemsen con ex detenuti nella base americana a Cuba. La storia è tristemente nota: all’indomani della guerra in Afghanistan, le autorità statunitensi crearono una prigione speciale per ospitare 5-600 cosiddetti “combattenti ribelli” islamici catturati. Questo neologismo permette tuttora di non riconoscere a costoro le condizioni di prigionia previste dalla Convenzione di Ginevra. Di fatto, restano individui privi di diritti e in attesa (da anni)  di un processo da parte di un Tribunale Militare con possibilità esclusiva di difesa d’Ufficio.

Negli stessi Stati Uniti sentenze della Corte Suprema e di Tribunali Federali hanno sottolineato la illegittimità persino costituzionale di questa detenzione, in aperta violazione del diritto internazionale. Amnesty International  è intervenuta a più riprese per denunciare le violenze, le sopraffazioni e le umiliazioni cui sono quotidianamente  sottoposti i prigionieri.
Attraverso le testimonianze di quei pochi che la pressione internazionale è riuscita a far liberare, “Guantanamo speaking” intende raccontare una ennesima barbarie dei nostri tempi.
Eccone uno stralcio.

“Quando un prigioniero faceva richieste scoppiavano sempre liti con i soldati. E quelli allora portavano subito i cani. I soldati spruzzavano prima spray al pepe e poi facevano entrare un cane nella cella. Il prigioniero cercava di mettersi al sicuro sul letto, ma il cane lo afferrava anche là, lo mordeva e lo tirava giù sul pavimento. Solo allora i soldati entravano e afferravano brutalmente il prigioniero. Anche se si era già arreso non lo lasciavano prima di avergli rotto un osso. Gli prendevano un braccio con una violenza bruta. Il prigioniero urlava “Basta, non faccio più niente!”. Loro rispondevano: “Noi qualcosa te lo facciamo comunque”. C’era un bosniaco: una volta gli hanno rotto la mano destra e la seconda volta la mano sinistra”..

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Segnali di dicembre

di Saverio (04/12/2007 - 12:51)

-Che ci piaccia o no, la violenza rappresenta una costante dei nostri tempi: ci segue, ci accompagna, ci circonda, ci pervade, come a rivendicare la sua tragica “normalità”. Senza il carico quotidiano di maltrattamenti, sofferenze, crimini efferati, di morte  e di stragi sembrerebbe – appunto – di essere in un altro mondo.  Violenza, quindi, come effetto di una sorta di malessere planetario le cui diverse manifestazioni (dalla guerra sino al più piccolo gesto di intolleranza) vanno analizzate, comprese, spiegate.

Sarebbe bello aggiungere “risolte”, ma non è il caso di esagerare. Basterebbe, più semplicemente, non alimentare ignoranza e qualunquismo o, peggio, quell’idea di ineluttabilità della violenza attraverso ricostruzioni mediatiche pericolose, frutto di frenetica emotività.

La morte di Gabriele Sandri, il tifoso laziale ucciso da un colpo di pistola sparato da un poliziotto in un autogrill vicino ad Arezzo è emblematica: disordini negli stadi, partite sospese, scontri, assalti (a Roma) a Commissariati e CONI, ecc., sulla base dell’idea di una sorta di persecuzione da parte delle Forze dell’ordine nei confronti del tifo organizzato. Nel marasma generale, nella corsa ai distinguo e nello scarico delle responsabilità  si è sentita una unica voce fuori dal coro, quella del portiere della nazionale Buffon (ed è tutto dire) con il suo “Poteva accadere ovunque”.

Il fatto è che è proprio così: che cosa c’entra il comportamento scellerato ed ingiustificabile di un poliziotto in un ambito di ordine pubblico con la repressione degli “Ultras”? Nulla, assolutamente nulla.

Ma tant’è. Mentre i cosiddetti “tifosi”, furenti e scatenati, lamentano il diverso atteggiamento tenuto dalla Lega calcio rispetto alla morte dell’Ispettore Raciti, il ministro dell’Interno Amato ribadisce la “tolleranza zero”. E mentre si svolgono i funerali di Sandri, in mezzo al tripudio di sciarpe e cuffie degli ultras di tutta Italia, arrivano le ennesime disposizioni restrittive del tifo organizzato: no alle trasferte per certe tifoserie, alcune curve chiuse, controlli severi ed allontanamenti coatti dagli stadi e via di seguito. Poi, graduale normalizzazione. Fino al prossimo incidente.

Il calcio, si sa, muove interessi economici impressionanti. Ci segue in ogni ora del giorno con trasmissione di partite e seriosi approfondimenti. Unisce e divide. Ammalia e fa discutere. Si prende sul serio. Appare ovunque, icona di divertimento e benessere, negli spot pubblicitari e nei programmi di intrattenimento. E’ una fede, una ideologia, un dogma in una società che stenta a proporre valori degni di essere definiti tali.

 E’ una bomba innescata pronta ad esplodere. Anche se solo sfiorata, come nel caso di Gabriele Sandri.

 

-Di violenza se ne è vista parecchio nel 2001, al G8 di Genova, dai vandalismi dei “Black block” alle cariche della polizia sui manifestanti inermi, da Bolzaneto alla Diaz, per arrivare alla morte di Carlo Giuliani.

Giornate tristemente indimenticabili ed ancora da svelare nelle effettive responsabilità di coloro che, nelle stanze del potere, hanno gestito l’ordine pubblico in maniera così repressiva ed irresponsabile.

Quale sentimento, se non indignazione, può provocare l’affossamento della inchiesta parlamentare sui fatti di allora? Nel chiuso della Commissione Affari Costituzionali della Camera dei Deputati, i “moderati” dell’Udeur e dell’Italia dei Valori, insieme a due sodali socialisti, hanno unito i loro voti a quelli della opposizione. Risultato? 22 a 22 e ciao Commissione d’inchiesta.

A seguire, le prevedibili polemiche. Sorride furbo Mastella: “La magistratura sta facendo le indagini. Lasciamo i fatti nel loro alveo naturale”. Si indigna Di Pietro: “La sinistra massimalista vuole indagare esclusivamente sui poliziotti”. Migliore (Rifondazione Comunista) sentenzia: “Mastella è un garantista quando conviene a lui e Di Pietro guida un partito di estrema destra”.

C’è poco da fare, la maggioranza uscita dalle urne è questa: risicata, divisa, distante, rissosa, ondivaga, il massimo che si sia potuto contrapporre a Berlusconi. Vengono i brividi, e non sono di freddo.

 

-I numeri ci parlano di 5.628 condanne, nel 2006, in 27 Paesi: la pena di morte è sicuramente la massima espressione della violenza di stato, una barbarie che ancora trova convinto sostegno in tanta parte del mondo. Avere aperto il dibattito su questo tema all’ONU è un merito che va certamente ascritto al Governo italiano e il recente pronunciamento della terza Commissione del Palazzo di vetro rappresenta  un successo politico. 99 voti a favore della moratoria sulla pena capitale, 62 contro e 33 astensioni. A dicembre il voto definitivo che, è bene dirlo, non sarà comunque vincolante per i Paesi membri. Ma certo suonerà come una presa di posizione difficilmente screditabile e un messaggio di notevole spessore civile.

Tuttavia, il giudizio sull’immoralità della pena di morte è ben lungi dall’essere condiviso. A ben guardare, i due schieramenti si equivalgono (proviamo a sommare astenuti e contrari) e i pregiudizi culturali restano forti. I Paesi autodefinitisi “Friends of Death Penalty” (Amici della pena capitale!) hanno denunciato una sorta di nuovo atteggiamento colonialista: “Questo testo è una pura e semplice imposizione degli europei: vogliono che tutti noi ci adattiamo alle loro leggi e ad una visione che non ci appartiene”. Mentre l’ambasciatore del Botswana ha rincarato la dose, senza particolare originalità:”La pena di morte è un diritto sovrano, è un deterrente contro i crimini più gravi”.

Infine, per completezza di informazione, gli Stati Uniti: pur mantenendo un bassissimo profilo per tutta la discussione, hanno sostenuto gli emendamenti egiziani anti-abortisti (!), diretti a snaturare il senso della mozione, loro che da tempo l’aborto l’hanno legalizzato.

La strada è ancora lunga.

 

-La violenza in Iraq equivale a consuetudine, quasi non fa più notizia. Al massimo, semplice calcolo aritmetico delle vittime. Logisticamente circoscritto, verrebbe da pensare.

L’inchiesta del network televisivo americano CBS ci dice che non è esattamente così, se è vero che nel 2005 ben 6.256 reduci da quel conflitto si sono tolti la vita, un numero quattro volte superiore ai coetanei che non hanno prestato servizio in zone di guerra e addirittura superiore alle vittime sul campo di battaglia. Ragazzi tra i 20 e i 24 anni, che hanno visto, vissuto, compiuto o subito atti terribili o sopportato tensioni indicibili come lo scontro bellico o la paura di saltare su una mina o chissà che altro.

In gergo, si chiama “sindrome post-traumatica”, per altro già conosciuta ai tempi del Viet Nam, e li fa precipitare in uno stato di agitazione o di depressione che può portare al suicidio, ma anche all’abuso di droghe e di farmaci, a disturbi psichici, a difficoltà relazionali ed economiche.

Secondo il “National Center  for Post Traumatic Stress Disorder”, lo stress e i traumi a cui i soldati sono sottoposti al fronte non fanno che aumentare il rischio di emarginazione sociale: oggi negli Stati Uniti un senzatetto su quattro è un veterano ed il fenomeno è ormai talmente esteso che le autorità federali hanno dovuto accrescere gli stanziamenti per le strutture riabilitative. Oggi i Dipartimento dei veterani USA ha a disposizione circa 15 mila posti letto e spende 265 milioni di dollari all’anno in sostegno e assistenza.

Quando è tornato, i suoi occhi erano semplicemente morti. La luce non c’era più”, ha detto alla TV CBS la madre del riservista Tim Bowman.

Chissà cosa avevano visto.

 

-La violenza, infine, è quella che la società degli uomini sta perpetrando ai danni dell’ambiente attraverso l’emissione di gas serra che rischiano di modificare in modo irreversibile la vita del pianeta.

La cronaca del possibile disastro futuro l’ha fatta il Gruppo intergovernativo per i cambiamenti climatici della Nazioni Unite e pubblicizzata (anche con il film-documentario premio Oscar “Una verità scomoda”) da Al Gore, già vicepresidente degli Stati Uniti con Clinton e da tempo schierato in prima linea sulle questioni ambientali. Entrambi sono stati insigniti del Premio Nobel per la Pace ed occorre dire, senza eccessiva retorica, che la scelta appare significativa. Il grande merito è quello di aver delineato la prospettiva del mutamento climatico non solo come una seria minaccia ad ecosistemi consolidati, ma anche come causa di devastazioni suscettibili di provocare migrazioni epocali di popoli in cerca di acqua e di cibo e di conseguenti guerre per il controllo del territorio e delle risorse residue.

Sarebbe il caso di pensarci più spesso.

 

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Segnali di Settembre

di Saverio (03/09/2007 - 22:06)

C’era una volta un tempo in cui il confronto e la discussione sul Bilancio della Difesa erano serrati ed approfonditi; un tempo in cui le spese militari e il commercio internazionale delle armi rappresentavano problematiche  ineludibili per chi si occupava di pace; in cui l’obiezione fiscale alle spese militari costituiva un gesto forte di opposizione e di non complicità. E, ancora, un tempo in cui riconversione dell’industria bellica e difesa popolare nonviolenta rappresentavano momenti alti di progettualità politica del movimento per la pace finalizzati alla definizione di un “Nuovo modello di difesa” alternativo a quello da sempre dominante, fatto di riarmo e del suo costante aggiornamento tecnologico.

Bel tempo. Ma poi, alla fine del 1990, arrivò la prima guerra del Golfo seguita, in rapida successione, dalla tragica dissoluzione della Jugoslavia e in qualche modo tutto cambiò: il potere delle armi, precedentemente “filtrato” dalla contrapposizione dei due blocchi, si rivelò in tutta la sua devastante potenza, rivendicando il proprio ruolo di unico ed effettivo risolutore delle controversie internazionali. Come dimenticare gli interrogativi pressanti di quegli anni, abilmente avanzati dai mass media: “Come fermare Saddam?”, e “Come impedire il genocidio in Bosnia?”.

La guerra guerreggiata mise inevitabilmente nell’angolo quanti si erano sino ad allora mobilitati affinchè nella coscienza collettiva cominciasse finalmente ad affermarsi la consapevolezza che un altro modo di comporre i conflitti, pacifico e nonviolento, era possibile: l’impegno sulla prevenzione dei conflitti armati dovette, infatti, fare i conti con una realtà in cui tali conflitti esistevano eccome e, gioco forza, lasciò il posto alla solidarietà praticata, alla necessità di offrire soccorso ed assistenza alle popolazioni sconvolte dalla guerra. In tutto ciò, il movimento per la pace perdeva quella visibilità mediatica così faticosamente conquistata, diventando oggetto di attacchi spregiudicati mossi con il chiaro intento di seppellirlo (il famoso tormentone “Dove sono i pacifisti?”).

A distanza di oltre dieci anni, non si può certo dire che le cose siano cambiate in meglio: Medio Oriente, terrorismo, Torri gemelle, Afghanistan e Iraq sono gli esempi più eclatanti di un mondo (un “certo” mondo) che continua a scegliere le armi per risolvere le controversie internazionali. E la riflessione sulle spese militari e sulla ininterrotta corsa al riarmo, lasciato l’àmbito di mobilitazione popolare, rimane ormai affidata agli addetti ai lavori quali il SIPRI di Stoccolma, autorevole istituto di ricerca per la pace.

E’ dal suo Rapporto 2007 che veniamo a sapere che le spese in armamenti nel mondo hanno raggiunto nel 2006 la cifra di 1.204 miliardi di dollari, con un incremento del 3,5% rispetto all’anno precedente e ben del 37% nel corso di dieci anni. Una enormità.