Segnali di Novembre

Fine anno. Tempo di bilanci, resoconti, consuntivi, relazioni. Tempo di rapporti che aggiornano con assoluta attendibilità situazioni in continua evoluzione, o fissano con l’oggettività dei numeri fenomeni spesso banalizzati da consolidati luoghi comuni. Eccone alcuni in rapidissima sintesi.
-Per leggere e comprendere il Rapporto UNICEF sulla mortalità infantile in Africa nel 2008 occorre un grande sforzo di contestualizzazione. Già, perché stiamo parlando di una “buona” notizia per la quale le virgolette sono d’obbligo. Per la prima volta da quando vengono effettuate queste rilevazioni, il tasso di mortalità dei bambini scende al suo livello più basso: 65 per mille. Nel 1990 era il 90 per mille. Il che, tradotto in cifre che permangono spaventose, significa che si è passati dal 12 milioni e mezzo ai 9 milioni di bambini che muoiono di malattie e denutrizione in un solo anno. Se oggi si può dire che dal 2004 ne muoiono diecimila in meno al giorno, questo è dovuto non solo all’aumento delle vaccinazioni contro morbillo, pertosse e tetano, ma anche al successo di valide campagne di tutela ed educazione sanitaria quali l’allattamento dei figli al seno, l’utilizzo di acqua bollita per uso alimentare e il lavaggio frequente delle mani per bloccare le malattie a trasmissione rapida. Ma soprattutto, la differenza l’ha fatta una semplice ma fondamentale misura di protezione: l’uso della zanzariera intorno al letto. Continua infatti ad essere la malaria il vero “killer” dei bambini, ben più dell’AIDS. L’Unicef ha distribuito sino ad ora 35 milioni di zanzariere bagnate nel repellente e lo considera il miglior intervento mai attuato in rapporto ai costi e ai benefici. E sottolinea che il costo stimato per la salvezza di un bambino grazie all’acquisto e alla distribuzione di rimedi contro le zanzare che diffondono la malaria è di 50 centesimi. 50 centesimi per una vita.
-Il rapporto della Caritas sulla immigrazione nel nostro Paese fornisce dati interessanti, da far leggere ed imparare a memoria a quanti vedono negli extracomunitari esclusivamente dei barbari che rubano il lavoro, delinquono, occupano le case popolari e gli asili e chi più ne ha più ne metta. I regolari risultano essere quattro milioni e mezzo, a cui aggiungere le circa 300.000 colf e badanti in corso di regolarizzazione. Il 7,2% della popolazione residente in Italia, una media superiore di un punto a quella europea. Ma ciò che colpisce è il contributo che danno alla economia del nostro paese, pari al 9,5% del Prodotto Interno Lordo, mentre il prelievo fiscale sulle loro buste paga ammonta a 5,6 miliardi di euro l’anno. Altro fattore di estremo interesse è quello della rimessa ai paesi di provenienza, circa 6,4 miliardi di euro: una cifra enorme che pone seri interrogativi in rapporto agli aiuti allo sviluppo devoluti dall’Italia, molto meno dell’ 0,7% stabilito dalla Unione Europea. Ma anche altre affermazioni del rapporto fanno riflettere: l’assoluta mancanza di correlazione tra l’aumento degli immigrati e aumento della criminalità, la sorprendente prevalenza di cristiani sui musulmani, la crescita esponenziale delle richieste di cittadinanza e dei matrimoni misti. Soprattutto, una realtà di fatto che vede gli sbarchi sulle coste italiane, raddoppiati dal 2007, incidere per meno dell’1% della presenza regolare. Statistiche alla mano, il rapporto qualifica come vera emergenza il “catastrofismo migratorio”, l’incapacità di prendere atto del ruolo assunto dall’immigrazione nello sviluppo del nostro Paese: "Se non troveremo un modo di parlare dell’immigrazione diverso dai discorsi sugli sbarchi e sull’irregolarità resteremo incapaci di gestire responsabilmente l’Italia che si va costruendo nella quale già adesso 1 ogni 14 abitanti è un cittadino straniero regolarmente soggiornante" (Franco Pittau, responsabile del Rapporto Caritas 2009).
-Il Rapporto Goldstone (dal nome del relatore del documento licenziato dal Consiglio per i diritti dell’uomo dell’ONU) aveva il compito di analizzare se e quali crimini di guerra fossero stati commessi dall’esercito israeliano e da Hamas nel corso della tristemente famosa operazione “Piombo Fuso”. E’ stato approvato con un voto che, a maggioranza, ha sancito le responsabilità delle due parti in conflitto e in particolare di Israele, accusato dell’utilizzo di bombe al fosforo bianco e a frammentazione, oltre che della sistematica distruzione di case, ospedali ed infrastrutture varie. Un uso sproporzionato della forza militare, come tale condannato dal diritto internazionale umanitario. Sia chiaro: il voto di per sé invita semplicemente il Consiglio di Sicurezza Onu a trasferire la competenza sui crimini compiuti da Israele e Hamas alla Corte Criminale Internazionale dell'Aja (Icc), qualora entro sei mesi le due parti in conflitto nell'operazione Piombo Fuso dello scorso dicembre non abbiamo portato a termine indagini indipendenti e interne sulle accuse di crimini di guerra e contro l'umanità. Rimane tuttavia, la portata politica di un pronunciamento faticosamente raggiunto sulla base della convinzione, ben espressa dal Presidente del Consiglio per i diritti umani Navy Pillay, che "è giunta l'ora di porre fine alla cultura di impunità che da sempre prevale in Israele e nei Territori palestinesi”. Nobili parole, che il rappresentante italiano ha creduto di interpretare votando contro (sapremo mai il perché?). Il governo e la stampa israeliana hanno bollato il rapporto Goldstone come un provvedimento a senso unico, ingiusto ed unilaterale: “Non permetteremo mai che Israeliani vengano processati per crimini di guerra”, ha tuonato il premier Netanyahu. E quando mai?
-Nella classifica annuale di Reporter senza Frontiere, relativa alla libertà di stampa, l’Italia continua perdere posti: 44° posto nel 2008, 49° nel 2009. E’, quindi, è la democrazia dell’Europa occidentale con meno libertà di stampa, seguita tuttavia (44° posto) dalla Francia di Sarkozy, anch’essa nel mezzo di burrascosi rapporti tra potere esecutivo e informazione. All’origine della pessima posizione, “le vessazioni di Berlusconi nei confronti dei media, le ingerenze crescenti, le violenze della mafia contro giornalisti che si occupano di criminalità organizzata e la proposta di legge che ridurrebbe drasticamente la possibilità dei media di pubblicare intercettazioni telefoniche”. Potremmo aggiungere, molto opportunamente, l’indecente comportamento di certa stampa, specie televisiva, che non conosce capacità critica e di indagine e il quadro sarebbe completo. Per correttezza di informazione (appunto), corre l’obbligo di precisare che al primo posto di questa classifica si trova
-Esistono persone, del tutto sconosciute alla opinione pubblica in quanto non rivestono alcun ruolo degno di notorietà, che con un semplice gesto o parola sono in grado di dare significato all’idea di “dignità”. Dei “signor nessuno” capaci di offrire esempi che rimarranno impressi nella memoria collettiva. Senza scomodare Jan Palach, lo studente cecoslovacco divenuto simbolo nel 1969 della resistenza anti-sovietica, potremmo accennare al cosiddetto “rivoltoso sconosciuto”, lo studente cinese che esattamente 20 anni fa si oppose con il suo solo corpo all’avanzare dei carri armati diretti in piazza Tien An Men. Esempi minori, ma comunque significativi, sono costituiti dal fenomenale lanciatore di scarpe (contro Bush) Muntazer al Zaidi, icona irachena della protesta antiamericana recentemente tornato in libertà; o Izzeldin Abu al Aish, medico palestinese capace di ribadire parole di pace e di riconciliazione sui corpi delle tre figlie appena uccise a Gaza dai bombardamenti israeliani. L’ultimo della serie è il ventenne studente di matematica iraniano Mahmoud Vahidnia, protagonista di un intervento di venti minuti al cospetto dell’autorità suprema Alì Khamenei, al quale ha espresso la sua ferma protesta per la repressione in atto e su ciò che avviene nelle prigioni, per il clima poliziesco che circonda la stampa, per l’impossibilità di mettere in discussione la Guida Suprema o la struttura di potere incarnata dal Consiglio dei Guardiani e dall’Assemblea degli Esperti. “Sono cinque o sei anni che seguo attentamente i media e non ho mai trovato qualcuno che osasse criticarla”, ha continuato lo studente. E ancora: “Perché nessuno può permettersi di criticarla in questo paese? Non è ignoranza questa? Lei ritiene di non fare errori? L'hanno trasformata in una sorta di idolo irraggiungibile che nessuno può sfidare”. Per qualcuno è coraggio, per altri solo incoscienza. Per tutti dovrebbe essere una semplice, bellissima aspirazione alla libertà.
-Non sappiamo se nel corso della sua esistenza (ovvero, dal 1901) il premio Nobel per la pace sia mai stato assegnato «per gli sforzi straordinari volti a rafforzare la diplomazia internazionale e la cooperazione tra i popoli». Ma tale è la motivazione in base alla quale quest’anno a toccato al presidente americano Barack Obama fregiarsene. Un premio alle intenzioni, a quello che è stato definito “il trionfo della mano tesa”, diretto a modificare sostanzialmente la politica aggressiva e di potenza del suo predecessore Bush. Di più: un riconoscimento alla dichiarata volontà di aprire un dialogo con l’Islam basato “sul rispetto e i comuni interessi”, di ridurre le testate atomiche e di rinunciare allo scudo stellare, di abolire formalmente il ricorso alla tortura e alle carceri speciali, di bandire la teoria della guerra preventiva. Prendiamone atto: d’accordo, non ha il valore simbolico immediato come nei casi di Rigoberta Menchu, Aung San Suu Kyi, Medici senza frontiere o, più recentemente, l’economista indiano Muhammad Yunus, ma in fondo sarebbe ipocrita riconoscere l’importanza di un premio a seconda della persona a cui viene assegnato. E’ stata aperta una linea di credito nei confronti di Obama e lui stesso è consapevole della responsabilità che tutto questo comporta. Ha giurato da nemmeno nove mesi e non ha firmato alcun trattato di pace, mentre i suoi fronti sono ancora tutti aperti: Afghanistan, Medio Oriente, Cuba, Corea del Nord e Iran. Solo la storia sarà in grado di dire se il compito davvero enorme che si è accollato sarà coerentemente portato a termine.
-All’appello per i fatti del G8 del 2001 mancavano solo l’ex capo della Polizia De Gennaro e l’ex dirigente della Digos genovese Mortola, accusati di induzione alla falsa testimonianza nei confronti dell’ex questore di Genova, Francesco Colucci (tutti ex, perché tutti promossi ad incarico più prestigioso). La sentenza è stata di assoluzione, “per non aver commesso il fatto”. Attenzione, non “perché il fatto non sussiste”. Ovvero, qualcosa è successo per indurre Colucci a dare diverse versioni dell’accaduto, tant’è che lui stesso è stato rinviato a giudizio. Ma non si capisce bene cosa. Tutti (o quasi) felici e contenti e questo clima è ben rappresentato dalle sempre acute dichiarazioni del presidente dei senatori del PDL, Maurizio Gasparri: "L'assoluzione del prefetto De Gennaro e del dirigente della Digos di Genova dimostra che per anni è stata organizzata una immotivata campagna di denigrazione delle forze dell'ordine, che a Genova nel 2001 difesero la legalità da un'autentica sommossa che sconvolse la città “. Proprio vero: il giorno dopo sarebbe stata emessa la durissima sentenza nel processo di appello contro gli indifendibili Black Block: 98 anni e nove mesi complessivi. Solo 10 i condannati e il record di 15 anni di reclusione va a Francesco Puglisi, dichiarato colpevole per lancio di molotov e distruzione di auto e vetrine. “Quindici anni a chi spacca vetrine, assolto chi spacca le teste”, ha commentato Vittorio Agnoletto. Non è esattamente così, ma la sproporzione con le poche e miti pene della Diaz e Bolzaneto è comunque evidente.
Segnali di Ottobre
-Fino a poco tempo fa, l’aggravarsi della situazione in Afghanistan aveva portato a timidi segnali di disimpegno (in accordo con gli Alleati, si intende!) sintetizzabili nella “exit strategy”, per altro tutta da definire. La strage dei parà italiani ha costretto le forze politiche a confrontarsi su un nuovo senso da dare alla nostra presenza laggiù, incalzate da una opinione pubblica che cerca di capire cosa stia realmente accadendo in un teatro che non può non definirsi di guerra. Ed allora, ecco che la montagna partorisce il topolino: la “exit strategy” diventa “transition strategy”, i vocaboli inglesi (che evidentemente suonano meglio) si diversificano leggermente, ma la vaghezza di contenuti rimane intatta. Mentre Bossi finge di fare la voce grossa (“Riportiamoli a casa”), il suo luogotenente rettifica (“Prima i contingenti del Kosovo e del Libano”), ma poi entrambi ne fanno solo una nobile dichiarazione di intenti. Il nostro Premier e il suo codazzo di dipendenti riafferma la fedeltà alla NATO e agli USA e annuncia come una concessione quello che già era fissato da tempo, cioè il rientro di 500 militari inviati al solo scopo di vigilare sulle elezioni. Dall’altra parte, il Partito Democratico serra le fila e invita a restare “in modo diverso”, mentre l’ultrà Di Pietro tra un “che c’azzecca” e l’altro si domanda e domanda polemicamente “che cosa ci stiamo a fare là”, senza curarsi delle eventuali conseguenze del ritiro. La sinistra extraparlamentare chiede anch’essa l’immediato ritiro delle truppe italiane e NATO e rilancia l’idea di una Conferenza Internazionale di pace. La storia si ripete. Come in Iraq, prima qualcuno si infila in un tunnel di cui non vede la fine e poi chiede a tutti (alleati, NATO, ONU e quant’altri) di farsi carico del problema quando ormai si è incancrenito. Sarebbe sin troppo facile affermare che in Afghanistan non ci si doveva andare (ridicolo il richiamo al rispetto del trattato NATO in caso di aggressione a un Paese membro); che la sovrapposizione della missione americana “Enduring Freedom” a quella NATO Isaf ha reso predominante l’aspetto strettamente militare su tutto il resto; che l’egida dell’ONU è ormai priva di ogni significato; che il controllo del territorio è ben lungi dall’essere attuato; che la favola della difesa della democrazia in un Paese che storicamente non sa neppure cosa voglia dire è terminata; che le recenti elezioni presidenziali tra violenze, condizionamenti e clamorosi brogli sono state poco più di una farsa; che si tratta di una guerra a volte strisciante e infida, a volte diretta e sanguinosa e non di una missione di pace come qualcuno, magari anche in buona fede, la intendeva e la raccontava. Tutto vero, tutto ormai evidente. Al punto che anche il più destrorso si interroga su come uscirne, al di là delle dichiarazioni di fedeltà.
Il fatto è che si vuole fare credere che in Afghanistan non esista una strategia di uscita che non sia l’aumento dei contingenti militari e la guerra aperta per poi, eventualmente, pensare alla ricostruzione politica, civile ed economica del Paese. E’ certamente vero che l’idea di Obama è quella di “garantire” la popolazione civile mediante un più capillare controllo del territorio, in modo da non consentire ai Talebani di rientrare periodicamente nei villaggi e di esercitare la loro legge. Ma è anche vero che l’aggravamento dello scontro bellico ha già portato a tragedie collaterali che altro non fanno che aumentare l’avversione nei confronti non solo degli Americani, ma di tutti i contingenti occupanti.
D’altra parte, pensare che il problema Afghanistan sia risolvibile unicamente attraverso la pressione militare occidentale e senza in coinvolgimento politico dei paesi confinanti (Pakistan e Iran in primis) è un autentico azzardo (per non dire una illusione). Soprattutto, pensare di pacificare l’Afghanistan senza risolvere contestualmente il nodo Pakistan, anche esso preda di terrorismo e grande riferimento talebano, sarebbe fallimentare.
Ma al di là delle risposte da dare a questioni di stabilità che riguardano l’intera area, la domanda rimane: che fare? Non c’è dubbio che da un punto di vista morale e (a chi questo non basta) costituzionale, la risposta sarebbe quella di andarsene. Ma poi, un po’ consapevoli che così non sarà comunque e un po’ consapevoli che un Afghanistan abbandonato a se stesso comporterebbe in breve la ripresa del potere da parte dei Talebani e, quello che più conta, un bagno di sangue impressionante, viene da pensare a una gradualità effettiva di questo ritiro che porti nel minor tempo possibile ad una integrazione di interventi civili e militari, favorendo nel tempo i primi a scapito dei secondi. Ovvero, sottrarre compiti di assistenza medico-sanitaria, di realizzazione delle infrastrutture (ponti, strade, scuole, ospedali) e di ricostruzione sociale e civile all’esercito per affidarla alle ONG o, comunque, a organizzazioni professionalmente deputate a farlo. Oggi (vedi Herat), sono le autorità militari a rapportarsi con quelle locali, a partecipare alle riunioni dei capi tribù, alle cerimonie, agli incontri più diversi riguardanti le comunità del luogo. Un lavoro impegnativo e degno di rispetto, ma pur sempre effettuato da uomini in divisa con il compito di colmare il vuoto della politica, neanche fossero veri e propri cooperanti!
Viceversa, solo dando un senso solidaristico e di intervento concreto a favore della popolazione si può pensare di fare terra bruciata all’integralismo islamico e alle sue leggi brutali; solo affidandosi alla capacità e alle competenze delle organizzazioni che conoscono la realtà territoriale e sono in grado di interpretarla sarà possibile attenuare la sensazione di una presenza militare occupante in Afghanistan. A quel punto, avrebbe maggiore significato la proposta di una Conferenza internazionale di pace a cui potessero partecipare le parti in causa e nella quale vedere ridimensionato il ruolo e la capacità di condizionamento dei Talebani.
Illusione? Può essere. Ma qualcuno ha un’altra idea che non sia l’opzione militare?
-Tutte le enunciazioni di principio, specie quelle che annunciano cambiamenti epocali, devono attendere la verifica dei fatti conseguenti per vederne riconosciuta la loro straordinaria portata. Fatta questa doverosa premessa, occorre dare atto al Presidente Americano Barack Obama di aver dato coerente seguito a quanto previsto nel suo programma elettorale e alla speranza di reale cambiamento nata con la sua elezione. Messi alle spalle il formale rifiuto del ricorso alla tortura in ogni sua forma e la chiusura del lager di Guantanamo, Obama ha rilanciato impegnandosi in prima persona per l’affermazione di una riforma sanitaria che garantisse a tutti gli americani, ivi compresi quei 47 milioni di individui ancora nell’impossibilità di ricevere cure nel proprio Paese e affrontando le rabbiose reazioni di quanti, anche all’interno del suo partito, lo hanno accusato (nientemeno) di voler favorire gli aborti, di voler tutelare i clandestini e di voler finanziare la riforma con un sostanzioso aumento delle tasse, oltre che mettere in difficoltà la lobby della compagnie assicurative. Ha proseguito con l’adesione al protocollo di Kyoto, in totale controtendenza dal suo predecessore Bush (“Sono finiti i giorni nei quali l’America faceva resistenza a combattere il problema del clima”), ed ha assicurato massicci investimenti in energia pulita e rinnovabile unitamente a profondi tagli alle emissioni di anidride carbonica di fronte a una minaccia “grave, urgente e crescente”. Sulla base di una drammatica consapevolezza che “il tempo sta per scadere, la sicurezza e la stabilità di tutte le nazioni e di tutti i popoli, la nostra prosperità, la nostra salute sono a rischio a causa della minaccia climatica”. Obama ha poi ridato legittimità all’ONU, ottenendo l’approvazione all’unanimità dal Consiglio di Sicurezza della Risoluzione n.1887 che riafferma l’impegno a lavorare per un mondo senza armi nucleari che, se da un lato appare come un chiaro richiamo ad India e Pakistan ad abbandonare la corsa al nucleare, dall’altro suona come ammonimento a Corea del Nord e Iran nella parte in cui, neppure tanto velatamente, si fa riferimento al sistema sanzionatorio utilizzato dalle Nazioni Unite in passato. Se la solenne dichiarazione “la democrazia non si esporta” rappresenta poi una definitiva spallata alla politica imperiale di Bush (e non solo di Bush), la rinuncia allo scudo stellare da installarsi ai confini della Russia costituisce un ennesimo elemento di moderazione e ragionevolezza che sicuramente la destra nel suo Paese non gli perdonerà, neppure di fronte alla installazione di “intercettori mobili” collocati sulle navi per bloccare un eventuale attacco missilistico dell’Iran.
Che dire? Rimane il nodo Afghanistan, sul quale Obama sta prendendo tempo. Ma il cambiamento di rotta è innegabile.
-Esiste un posto in cui da almeno venti anni è in corso una guerra civile. Un posto nel quale la crisi politica ed umanitaria è costata la vita a più di un milione di persone, in cui oltre tre milioni di persone pagano così l’instabilità e la violenza che, insieme alla siccità, hanno prodotto carestia, mancanza di assistenza sanitaria e di accesso all’acqua. Un posto nel quale, secondo l’ONU, è in corso la crisi alimentare più grave del mondo, peggiore di quella del Darfur e di quella della Repubblica Democratica del Congo. Un posto in cui una nuova forma di fondamentalismo islamico, quello delle cosiddette “corti” , a volte viene sconfitta ma si ripresenta militarmente sempre più forte, determinando una situazione per cui dal 1991 non esiste di fatto un governo capace di controllare il proprio territorio. Un posto nel quale neppure uno straccio di unità nazionale presieduta dall’islamico moderato è servito a frenare l’affermazione di un “movimento di resistenza” chiamato al Shabaab, ormai padrone di due terzi della capitale, che continua a rafforzarsi sfruttando un minuzioso controllo del territorio e l’applicazione dalla Shari’a, oltre che l’ingresso di militanti stranieri. Un posto in cui la guerra ricorda che la vita non ha valore alcuno e dal quale migliaia e migliaia di civili tentano disperatamente di fuggire attraverso il golfo di Aden, destinazione Yemen, divenendo preda di scafisti senza scrupoli e rischiando di ritrovarsi in centri di accoglienza in condizioni sub umane. Un posto che viene guardato a distanza dai 5.000 uomini dell’ Unione Africana e da qualche osservatore ONU, un posto soggetto ad occasionali raid americani diretti ad eliminare fisicamente il presunto affiliato ad Al Queda di turno. Un posto diventato famoso non per tutto ciò, ma per i ripetuti atti di pirateria ai danni delle più diverse imbarcazioni in transito nelle sue coste.
Questo posto, questo inferno si chiama Somalia. Ma non è che se ne parli granchè.
Segnali di Settembre. Ovvero, si scrive Afghanistan si legge guerra
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La chiamano “Exit strategy”, ovvero una via di uscita dal pantano Afghanistan. Un tema non nuovo, ma tornato di urgente attualità in questa torrida estate a causa della recrudescenza bellica, dei costi in vite umane e, soprattutto, della drammatica consapevolezza che la situazione in quel Paese è ben lontana da quella, tranquillizzante e giustificatoria, dell’affermazione del processo democratico e dell’azzeramento del fondamentalismo talebano che per anni ci hanno raccontato. In Italia il dibattito riprende vigore ogni qual volta un nostro militare perde la vita e stavolta è toccato a Bossi rilanciare: “Io li porterei tutti a casa. Visti i risultati e i costi ci penserei su. Io sono per spendere il meno possibile anche se so che c’è un problema internazionale che non è semplice risolvere”. Questa affermazione ha se non altro avuto il merito di ribadire che la questione esiste, seppure un tantino più complessa di quanto non attesti il capo della Lega con la consueta vena pressappochista e populista. Al punto che, nonostante le pronte e sdegnate reazioni degli alleati di governo e opposizione (“La missione è irrinunciabile”), lo stesso Berlusconi se ne è cautamente uscito con un “dopo le elezioni di agosto, se ne potrà parlare”. D’accordo, la successiva precisazione (“ in accordo con gli altri partner”) ci ha rimessi in linea, ma la stampa ha parlato comunque di “cauta apertura”. “Bossi ragiona da papà, ma noi siamo Ministri”, ci ricorda il Ministro della Difesa La Russa e il nostro Premier afferma fiero che “noi dobbiamo essere là a far crescere la democrazia”. Sarà, ma quello che sta succedendo in Afghanistan ci parla di guerra combattuta e, se non andiamo errati, qui da noi nessuno l’ha dichiarata, anche perché l’art.11 della Costituzione non lo consentirebbe. · - Di “Exit strategy” ne parlano da tempo anche negli Stati Uniti: otto anni di occupazione militare hanno comportato già spese per 223 miliardi di dollari, i caduti in missione sono aumentati in modo esponenziale, la strategia bellica di repressione ha causato migliaia di morti civili, la cosiddetta democratizzazione resta un miraggio in un Paese a fortissima tradizione tribale. Resistono – anche se mai esplicitamente dichiarati – i grandi interessi economici e strategici in questo scacchiere, ma è un fatto che l’opinione pubblica americana è in gran parte insofferente al conflitto.
Ma l’ “exit strategy” pensata da Obama è tutto meno che un prossimo disimpegno: in tempi brevi, le truppe americane arriveranno alle 68.000 unità dalle attuali 42.000, continuerà l’utilizzo dei “droni” (aerei senza pilota) con il compito di scaricare bombe su presunti covi di terroristi e continuerà l’offensiva di terra affidata al discusso generale McChristal (ideatore dello slogan “cerca ed uccidi”), con particolare attenzione per la regione dell’Helmand, tutt’ora controllata dai Talebani. Tutto questo significa - nelle intenzioni di chi lo propone - “stabilizzare” l’Afghanistan, ovvero “avere una strategia per porre fine al conflitto” a cui far seguire – viene assicurato – il consolidamento delle infrastrutture civili e la ricostruzione del tessuto sociale ed economico. Ma a condizione – spiega l’inviato USA nella zona Holbrooke – “che nel tempo il governo di Kabul si assuma la responsabilità della propria sicurezza”. In questo senso, continuerà a lungo l’assistenza economica, l’addestramento militare, il ruolo di consulenza.
I tempi dell’intero progetto non sono preventivabili.
· - Ogni discorso sulla “exit strategy” viene tuttavia fatto dipendere dall’esito delle elezioni presidenziali che si sono tenute in agosto e che vedono principalmente in lizza l’uscente Karzai e l’ex ministro Abdullah Abdullah. Elezioni che vengono considerate dagli osservatori internazionali un importante banco di prova dello stato di democratizzazione del Paese, che hanno visto una partecipazione tra il 40% e il 50% degli aventi diritto e che si sono svolte in condizioni davvero estreme: minacce e attentati da parte dei Talebani, culture tribali estranee all’idea stessa del voto (i mariti spesso non hanno mandato mogli e figli a votare), mancanza di attendibili tessere e documenti di identità, brogli diffusi, e clamorosi scambi elettorali. Come quello che ha richiamato in patria lo spregiudicato signore della guerra Dostum (e i suoi voti uzbeki) con la promessa dell’assegnazione allo stesso del Ministero della Difesa. O come quello che ha portato Karzai ad ingraziarsi la minoranza sciita con una legge che prevede l’obbligo delle donne ad avere rapporti sessuali con il marito e a dipenderne costantemente sull’istruzione, sul lavoro e sulla salute. Ma tant’è: “Il futuro appartiene a coloro che lo vogliono costruire, non a chi lo vuole distruggere”, dichiara Obama, e in Afghanistan si parte da qui. Quindi, le elezioni sono state “una prova del desiderio di costruire una democrazia” (Rasmussen, Segretario Generale NATO), “volontà di stabilità e sviluppo” (Ban Ki Moon, Segretario Generale ONU), “ un grande successo” (sempre Obama). Ma l’impressione è che il difficile debba ancora arrivare.
· - Il Paese è almeno per il 54% ancora sotto il controllo dei Talebani, gli scontri armati si sono moltiplicati, la tecnica degli ordigni piazzati sul ciglio delle strade miete sempre più vittime del contingente occupante e la tattica di guerriglia si affina giovandosi del sostegno di una parte della popolazione ostile all’Occidente e mischiandosi ad essa (“Non vi è modo di distinguere un comune civile da un talebano”). Un sostegno alimentato dal rancore per le vittime civili, salite nell’anno in corso a 800, il 24% in più dello stesso periodo nel 2008. La produzione di oppio è arrivata alle 8000 tonnellate l’anno e il narcotraffico è equamente spartito tra insorti e governanti. In tale contesto, continuano ad operare due missioni, l’ISAF, multinazionale a comando NATO e sponsorizzata ONU, e “Enduring Freedom”, tutta statunitense. Molto spesso, le differenze di azione appaiono labili e sfumate, soprattutto alla luce delle graduali modifiche delle regole di ingaggio dei vari contingenti in senso di maggiore partecipazione alle azioni belliche. Lo stesso contingente italiano è spesso oggetto di attacchi diretti e/o coinvolto in cruenti scontri armati, al punto che il Ministro La Russa ha annunciato uno spostamento delle truppe in direzione Farah, zona più a rischio di combattimenti, e un maggior utilizzo dei Tornado come copertura aerea attraverso l’uso dei cannoncini (gli aerei non saranno armati delle loro bombe teleguidate, bontà sua).
Insomma, anche se sembra non si possa dire, in Afghanistan è (ancora) in corso una guerra, alla quale partecipiamo ormai attivamente. Gli stessi bollettini militari italiani parlano di individuazione delle fonti delle minacce e della loro “neutralizzazione”. Cosa questo significhi è elementare.
· - Quindi? Bella domanda. Come in Iraq, chi ha ritenuto irrinunciabile e doverosa la risposta militare dopo l’11 settembre non ha attentamente valutato le complicazioni e le implicazioni dell’occupazione nel lungo periodo. Attacco, terra bruciata ai Talebani, Guantanamo, insediamento nella capitale e poco altro, pseudocontrollo del territorio, ricostruzione, fine. Ma fine non è stata, gli “insorti” che parevano essere stati spazzati via sono ricomparsi numerosi. E sono trascorsi 8 anni. Il Presidente uscente Karzai ha chiesto all’Occidente di sviluppare una nuova strategia: avviare negoziati con i Talebani, anche con il Mullah Omar. “Accoglieremo i Talebani che rifiutano Al Qaeda”, gli ha riposto Hillary Clinton. Ma al di là dello sdegnato rifiuto della controparte, per la quale l’unica opzione possibile pare essere quella del ritiro delle truppe d’occupazione, la sensazione è quella che la partita si possa vincere (ammesso che si possa vincere…) investendo ancor più massicciamente risorse per dare all’Afghanistan una identità politica, sociale ed economica effettiva e non posticcia, ovvero fornendo innanzitutto le risposte ai bisogni delle popolazioni e di sostegno ai programmi di ricostruzione infrastrutturale e di sviluppo, senza i quali nessun intervento di stabilizzazione può avere successo. E’ notizia recente che anche l’Italia ha avviato un processo di pesanti tagli nei confronti degli aiuti e della cooperazione allo sviluppo a fronte di un impegno sostanzialmente stabile in materia di missioni militari: nel quadriennio 2006-2009, i fondi stanziati per tali missioni sono stati 4.346 milioni di ero, mentre per la cooperazione sono stati 2.402 milioni. Ciò ha fatto sì che il nostro Paese figuri al terzo posto nella UE per il numero di militari impegnati all’estero, mentre si trova al quindicesimo per quanto riguarda la lotta alla povertà nel mondo (in corso di anno la situazione peggiorerà ulteriormente passando dall 0,20% allo 0,10% del PIL). Più in generale, in Afghanistan si continua ad assistere a una crescente militarizzazione del territorio a scapito del necessario avanzamento delle concrete opere di solidarietà sociale e di intervento infrastrutturale che, viceversa, dovrebbero essere almeno contestuali. Per dirla con il Segretario generale della ONG Intersos, Nino Sergi, “la crescente e disorganica presenza militare anche in attività umanitarie e di cooperazione civile sta inquinando lo spazio umanitario, quello da sempre basato sui principi di umanità, imparzialità, neutralità, indipendenza, non discriminazione che per essere riconosciuto come tale dalla popolazione e quindi rispettato e tutelato deve rimanere chiaramente riconoscibile, senza contaminazioni e strumentalizzazioni di ogni tipo” (www.intersos.org//PP_LINK2007.html).
Segnali di Luglio
- I risultati del voto europeo sono inconfutabili: in mezzo ad un impressionante astensionismo (poco più del 43% è andato alle urne!) avanza la destra in tutta Europa e arretra pesantemente la sinistra. Come da previsioni. Naturalmente, i commenti sulle motivazioni di un orientamento così evidente sono stati i più diversi e hanno risentito delle differenti situazioni nazionali. Ma un dato appare condiviso: la risposta alla crisi economica e al “problema dei problemi”, ovvero l’immigrazione, è stata a larga maggioranza caratterizzata dalla paura, una paura aggressiva e intollerante che ha sommato preoccupazione, precarietà e disoccupazione al bisogno di rivendicare un’identità europea come argine a quelle che ad arte sono state rappresentate come ondate migratorie senza controllo.- A livello di elezioni amministrative, il discorso non cambia: la politica apertamente xenofoba della Lega Nord raccoglie nella nostra Provincia la bellezza del 15,04% (nel 2004 era al 4,95%) con una punta del 17% a Reggio Emilia. Se è vero che l’Italia dei Valori aumenta il suo consenso al 6,30% (ma abbiamo le idee chiare sulla posizione di Di Pietro sull’immigrazione?), è altrettanto vero che il PD di fatto arretra e la sinistra nel suo complesso passa dal 13,46% al 9,04%.
- Ammettiamolo: tutte le volte che l’Amministrazione americana parlava di “Stati canaglia” abbiamo storto un po’ il naso. Alla luce di tutto ciò che gli USA hanno combinato dal 1900 in poi per destabilizzare, condizionare o ribaltare gli equilibri politico-istituzionali in tutto il mondo, ci è sempre sembrato che il vero “stato canaglia” degno di questo nome fossero gli USA stessi (assolutamente imperdibile,a riguardo, “Il libro nero degli Stati Uniti” di William Blum, Fazi Editore,). Questa convinzione ci ha fatto probabilmente sottovalutare le politiche interne ed estere di alcuni Stati, in realtà in grado di incidere pesantemente sui già precari equilibri internazionali. Oggi, mentre infuriano dimostrazioni popolari e scontri, ci accorgiamo che L’Iran non è solo un Paese che rivendica con ostinazione ed durezza il diritto al nucleare civile e rigetta ogni ipotesi di controllo internazionale che scongiuri il suo ingresso nel salotto dei possessori della bomba atomica, ma è anche e soprattutto un regime teocratico antidemocratico per definizione. In cui il procedimento di assunzione delle decisioni che contano passa obbligatoriamente attraverso il vaglio dei possessori della verità assoluta, a cominciare dalla Guida suprema Alì Khamenei. Un regime in cui la pena di morte è applicata con impressionante frequenza e che attraverso il presidente in barba e giacchetta Ahmadinejad continua a fomentare una resa dei conti con Israele e a negare strumentalmente persino l’olocausto.
Ø -“Noi non vogliamo tenere le truppe in Afghanistan, né intendiamo stabilirvi basi militari. E’ un grande dolore per l’America perdere i suoi giovani. E’ costoso e politicamente difficile continuare questo conflitto. Saremmo ben felici di riportare ogni singolo soldato a casa, se potessimo fidarci che non ci saranno estremisti violenti decisi ad uccidere tutti gli americani che possono. Ma così non è ancora. Sappiamo che il potere militare da solo non risolverà i problemi : per questo investiamo miliardi per costruire scuole e ospedali, strade e imprese” (Barak Obama, dal discorso al Cairo del 4 giugno 2009).
Tradotto in strategia politico-militare, il discorso del Presidente americano traduce l’imbarazzante coesistenza di due pratiche non proprio compatibili: da un lato, l’applicazione della ormai famosa “dottrina Petraeus”, volta al coinvolgimento delle realtà tribali esistenti sul territorio conquistando il loro sostegno psicologico e armato contro Al Qaeda e i Talebani. Dall’altro, il ricorso al pugno di ferro affidato al generale Stanley McChrystal, nuovo comandante USA nello scacchiere afghano, esperto di controguerriglia e, soprattutto, nella caccia all’uomo mirata (come fu per Al Zarqawi in Iraq). Si tratta del cosiddetto “incrocio della alta tecnologia con informazioni di intelligence raccolte da esseri umani”, che consentirebbe di colpire con cognizione di causa. Oddio, non sempre è così: l’armamentario di droni, aerei spia, satelliti e commando non sempre funziona a dovere e capita che ci rimettano i civili (l’ultima è la strage di Farah, 140 morti, così come denunciato dalla Croce Rossa Internazionale e recentemente ammesso dagli USA), al punto da indurre il governo afghano a chiedere la rinegoziazione degli accordi. Richiesta naturalmente ben presto rientrata, ma dettata dalla consapevolezza che i bombardamenti che fanno stragi dei civili, oltre ad essere inaccettabili, creano semplicemente un maggior sostegno della popolazione locale ai guerriglieri, alla faccia proprio della invocata dottrina Petraeus.
-"Combattere il terrorismo con la legalità”. E’ sempre Obama che parla, e gli va dato atto di aver da subito messo al bando la tortura, come quella utilizzata nei confronti dei detenuti di Guantanamo. I quali, rimasti ormai 241 dai 775 iniziali, dovranno lasciare il carcere e trovare una sede ove essere giudicati. Il fatto è che molti di loro vengono considerati dal Presidente americano “non liberabili” e “non processabili”, con una curiosa contraddizione nei termini. La soluzione pare allora quella tenerne la maggior parte facendoli giudicare da tribunali federali o militari a seconda dei reati di cui sono imputati, ma con regole modificate che escluderebbero l’utilizzo di prove ottenute attraverso mezzi coercitivi, restringerebbero quello di testimonianze secondarie e garantirebbero agli imputati maggiore libertà nella scelta di un legale, oltre a difendere quei detenuti che si rifiutino di testimoniare.
Lo ha detto Silvio e, si sa, agli Italiani piace così.
- Negli anni ’70 la lotta alla fame nel mondo era la grande battaglia del Partito Radicale e le rare volte in cui a Pannella e soci era dato un po’ di spazio mediatico li si guardava increduli come una sorta di marziani, di anime belle che raccontavano di una catastrofe presente e soprattutto futura da scongiurare, ma così lontana da noi. Da allora ne è passato di tempo e questo dramma ha trovato maggiore spazio non solo grazie alla accresciuta e diffusa disponibilità di conoscenze e informazioni, ma anche e soprattutto dal fatto che chi soffre la fame ce lo ricorda costantemente attraverso l’immigrazione alla ricerca di condizioni di vita appena decenti e le periodiche catastrofi umanitarie nel Terzo Mondo.
- Il bello (si fa per dire) della politica interna americana è che, prima o poi, molte cose si vengono a sapere e poi sottoposte all’opinione pubblica. L’esatto contrario di quello che avviene qui in Italia.






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